Ru cucuruozze – Ricetta

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Dolce pasquale molisano tipico di Agnone.

Ru Cucuruozze
Ru Cucuruozze

Ingredienti
300 gr di patate farinose
200 gr di farina 00
150 gr di zucchero
70 gr di burro
½ cubetto di lievito di birra
3 uova
Un cucchiaino di semi di anice
Latte q.b.
Zucchero a velo q.b.

Preparazione
Lessate le patate con la buccia finché saranno morbide, scolatele, sbucciatele e passatele nello schiaccia patate.
Sciogliete il lievito con due cucchiai di latte tiepido.
Mettete le patate passate in una ciotola capiente, aggiungete la farina, il burro ammorbidito, tagliato a pezzetti, le uova, l’anice e il lievito sciolto nel latte.
Lavorate l’impasto finché sarà morbido, ma consistente, aggiungendo, se necessario, altra farina o altro latte.
Mettete l’impasto nel forno spento e lasciatelo lievitare per due ore.
Riprendete l’impasto, dividetelo in tre parti uguali e ricavate da ognuna un cilindro abbastanza lungo.
Intrecciate i tre cordoncini di pasta e chiudeteli ad anello.
Coprite una teglia con la carta da forno, metteteci sopra il dolce, copritelo con un panno e lasciatelo lievitare per un’altra ora.
Scaldate il forno a 180° e cuocete il Cocorozzo per circa 45 minuti.
Sfornatelo e fatelo freddare su una gratella.
Spolverizzatelo con lo zucchero a velo e servite.

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Tratto da http://www.ricetteok.it/1780/dolci-di-pasqua-della-tradizione-cocorozzo.html

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Musica: valzer lento  Suggestioni
Editing: Enzo C. Delli Quadri

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11 Commenti

  1. Anche qui mi permetto di replicare criticamente: Ru Cucuruozzo è il panettone classico, quello che somiglia tantissimo al panettone natalizio importato dal nord, ma che da noi si faceva e si fa a pasqua, non ha il buco al centro, ma è alto e cilindrico.
    Amante come sono della tradizione aggiungo che non ci vuole il lievito di birra, ma il lievito madre e che la sua lievitazione è piuttosto laboriosa, si impastavano la mattina per averli ben lievitati nel pomeriggio inoltrato oppure la sera per averli la mattina presto. In questo caso la massaia si alzava di notte per controllarli.
    Una volta pronti si mandavano a cuocere al forno di “Turlonio” con “la misella” portata in testa dalla donna appositamente pagata.
    Il loro segreto stava e sta proprio nella lievitatura fatta ad arte.
    In base a ciò posso con certezza affermare che non si tratta di un normale dolce da forno che si fa in quattro e quattro otto, ma un dolce elaborato e complicato che proprio per questo è caduto in disuso ed è stato sostituito da dolci più semplici e meno faticosi.

  2. Credo che Flora si sbagli. ” Ru cacaruozz”, almeno per Castelverrino, è proprio quello della ricetta – 1° foto-Quello che indica invece Flora – 2° foto-, almeno a Belmonte del Sannio e Castelverrino, si chiama ” cippillato”.

  3. Ad Agnone è tutto il contrario di come dice Albino: il piccellato, dolce meno pregiato perché pi rustico,.è quello col buco al centro, fatto con un impasto più rozzo e aromatizzato all’anice; il chichirozzo, più raffinato, ha l’uvetta e i canditi, quindi è proprio un panettone a tutti gli effetti.

    • Devo associarmi a quell che dicono Albino e Claudio. Anche io, in Agnone, accompagnavo mia madre al forno di….(Era sul Corso, di fronte a Zanna). Ru cucuruozze aveva la forma di ciambella con uno o due uova sulla corona, Ru panetteune era simile a quello che con gran meraviglia scoprii veniva mangiato in Alta Italia a Natale. Ricordo pura La Pupa, un dolce a forma di donna stilizzata con un uovo sulla pancia. Parlare di dolci è sicuramente esagerato. La pasta era più simile al pane che al dolce.

  4. Cara Flora,
    qualche precisazione è doverosa anche rispetto a quello che dici tu. A casa mia si facevano “ru panetteone”, “ru cucuruozze”, “ru peccelleate”.
    Ru cucuruozze è quello col buco (unico cordone chiuso ad anello), cotto a terra (come il pane) perché l’impasto è più consistente di quello del panettone che va messo nelle casseruole. Nell’impasto del panettone ci mettevano l’uvetta, in quello del cucuruozze i semi di anice.
    Comunque, ancora oggi nei forni di Agnone si vendono regolarmente due prodotti diversi: ru panetteone e ru cucuruozze (anche se a me non sembrano più quelli di una volta: sono più soffici, somigliano molto di più a “re pagnuttoine”).
    Ru peccelleate, invece, non era un dolce. Lo chiamavano il pane di Pasqua e secondo Paola doveva essere sulla tavola quando arrivava il prete a benedire casa (ma questo a casa mia non succedeva, o almeno io non lo ricordo). La base era pasta di pane ma dal sapore che ricordo doveva esserci anche qualcosa di dolce (magari riusciamo anche a recuperare la ricetta!). Aveva la forma del cucuruozze ma sopra ci si mettevano uova trattenute con stringhe di pasta. Esso era destinato prevalentemente alla scampagnata di pasquetta, unitamente a pupe e cavallini che si facevano per i piccoli.
    Questi discorsi mi fanno tornare indietro nella memoria quando ragazzino accompagnavo mia madre a trascorrere quasi intere nottate a “ru furne de Sant’Antonio” (Patriarca) per la cottura di questi prodotti. Lì restavo affascinato da quella figura di donna chiamata “Cuncettina” (ma che in realtà per la mole doveva essere piuttosto Cuncetteuna). Aveva la faccia “impastata” di cenere e sudore e in bocca si intravvedeva qualche sparuto dente. Era lei, ovviamente, che “dirigeva il traffico” delle infornate: kjre ena staie, ena feni’ d’armenoje; kjste so’ pronte (quelli devono ancora stare, devono finire di lievitare; questi sono pronti per essere infornati). Insomma, un pezzo di storia che mi è rimasto dentro!
    P.S.
    Per gli amanti della storia si riporta la definizione di cucuruozze che ne dava il buon Giuseppe Cremonese alla fine del 1800: “Lavoro di pasta con delle uova al di sopra, per regalo di Pasqua ai fanciulli; cucco cocco, ovo”.

  5. Va bene ,comunque, cari amici, peccato solo che queste stupende tradizioni locali sono quasi del tutto scomparse nei nostri piccoli borghi! E’ difficile trovare oggi abitazioni ( direi grazie a Dio più confortevoli e moderne) che conservano quei locali ” fiabeschi” con forni a legno e caminetti sempre accessi e pronti a sfornare tutte quelle grazie di Dio frutto delle mani sapienti e direi ” callose”, ma pulite e impregnate di tanta laboriosità, umanità, cura e dignità.
    Devo, però, registrare che a Belmonte del Sannio, paese ricco di tradizioni contadine e ancestrali, ancora moltissime famiglie continuano questa tradizione con ” il fai da te!”. A loro l’ onore e il merito di farci ritornare spesso bambini trepidanti in attesa della Santa Pasqua quando non vedevamo l’ ora di mangiare quelle ” opere d’ arte”, come definite nel mio precedente commento.

  6. Quattro persone, quattro interpretazioni. Questo è la caratteristica della cucina tradizionale: che ogni famiglia ha le sue ed è difficile decidere qual è la più giusta di tutte.
    Ma ha ragione Albino: evviva quelle famiglie che, nonostante i tempi cambiati, si ostinato a perpetuare le tradizioni dei loro antenati.

  7. Secondo i miei ricordi la versione di Claudio è quella giusta Panetteune cucuruozze e piccellat, quest’ultimo a Pasqua lo faccio ancora comprando la pasta di pane , aggiungendovi “ru ransielle” e agghindandolo a dovere….. Buona Pasqua a tutti !

  8. infatti… sono trascorsi esattamente TRE ANNI… ma nessuna risposta! Eppure negli INGREDIENTI 150 gr di zucchero ci fa parte.

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