Ru Carvunar’ – IL Carbonaio

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di Enzo C. Delli Quadri

Ma ch’dé, sopra c’ sci misse r’ t’zziune e, sott’, tutta carvunella?!?!?
(ma cos’è questa cosa!! Sopra tutti pezzi grossi di carbone e sotto tutta polvere di carbone?!?!?).

Questa esclamazione era molto frequente quando i carbonai consegnavano il loro prodotto alle nostre mamme, per l’approvvigionamento invernale. Infatti, era frequente il caso che i sacchi di carbone avessero, ben in vista, pezzi di carbone molto grandi, mentre nella parte bassa del sacco i pezzi divenissero sempre più piccoli.

Tra le tante cose cui mio padre, maestro elementare, volle che io ponessi attenzione vi erano quelle relative ai mestieri: ombrellai, carpentieri, carbonai, calzolaio, ramaio, sellaio, fabbro, maniscalco, orologiaio, ecc.. ecc.

Per molti di questi, non c’era bisogno che mi dicesse molto, perché potevo osservarli da vicino, erano svolti lunghe le strade del paese anche da miei compagni di gioco (mi piace ricordare Cenzino, “il sellaio”, e Tonino “il campanaro”, diventati nel tempo artisti della pelle, l’uno, e del bronzo, l’altro). Per altri mestieri l’osservazione era più difficile perché erano praticati fuori dall’abitato, lontanissimo dalle vicende quotidiane del paese. Tra questi c’era il mestiere del carbonaio. Lo vidi un giorno in cui mio padre volle che io seguissi il suo lavoro.

Come tutti possono immaginare, questo mestiere si svolgeva dove c’è tanta legna da carbonizzare. Cosa c’è di meglio di un bosco? Nel mio caso era quello, se la memoria non  mi inganna,  posto alle falde del Monte Capraro, tra Capracotta e Pietrabbondante, dominante la valle del Verrino.

Mi colpirono subito i tanti percorsi che attraversavano il bosco: sentieri abbastanza larghi perché gli asini potessero passare con il loro carico di legna da portare dal luogo del disboscamento alle piazze carbonaie, sistemate in punti diversi a distanza regolare. Il disboscamento non doveva avvenire a caso, ma rispettando certe distanze perché il bosco, dopo, potesse riprendere a vivere.

La piazza carbonaia era costituita da un pezzo di terreno circolare, quasi sempre in pendio, con uno scavo a monte detto la ripa ed un riporto di terra a valle, detto il ponte, sostenuto da un muro a secco o palizzata, chiamati fratticcio o canestrato[1].

Sistemata la piazza, si passava a creare la Carbonaia. Il legname doveva essere disposto, a cerchio, attorno a tre pali molto alti (circa 3 metri), partendo dai pezzi di legna più grossi, per finire a quelli più piccoli, al termine del cerchio. Bisognava che la legna fosse ben “stipata” per evitare che si creassero “spifferi”  che avrebbero incenerito la legna piuttosto che carbonizzarla. Al termine del lavoro si otteneva una forma di montagnola conica, formata da un camino centrale e altri cunicoli di sfogo laterali, usati con lo scopo di regolare il tiraggio dell’aria. La montagnola veniva ricoperta da foglie secche e terriccio, per ottenere un buon isolamento.

Terminata la carbonaia si passava alla Cottura del carbone, l’operazione più complessa e difficile del lavoro dei carbonai che richiedeva esperienza, capacità e intelligenza. Occorreva valutare tutti i fenomeni che avvenivano all’interno e all’esterno della carbonaia e decidere gli interventi necessari al buon proseguimento della cottura. Si doveva fare in modo che il fuoco, partendo dal centro si propagasse in modo regolare e costante in tutta la carbonaia, cosa resa complicata da vento e pioggia.

Le operazione finali erano la Scarbonatura, consistente nel raffreddare il carbone con numerose palate di terra, e lo stoccaggio, consistente nel raccogliere il carbone in grossi e capaci sacchi.

Da lì partiva la consegna, casa per casa, con le inevitabili discussioni con le padrone di casa, agguerritissime………….

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[1] http://www.bdp.it/parco/percorsi/carbonai/frame-carbonai.htm

[divider] Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri [divider]

 

 

4 Commenti

  1. é bello conservare questi ricordi, i bambini di oggi non sanno nulla di queste cose, oggi tutto si fa con l’elettricità e il carbone, seppur così utile, è troppo nero per le case moderne. Buonagiornata, Maria

  2. Pur essendo anziana, ma donna, non ho mai visto una carbonaia da vicino; non s’usava portare le ragazze a vedere certi lavori, a meno di esservi direttamente occupate. Ciononostante conosco il lavoro del carbonaio- in particolare lo svolgeva il padre di una mia amica che stava quasi sempre fuori del paese a lavorare- quasi come mio padre emigrato in Svizzera- duro e diciamolo pure soffocante “sporco “, come quello dello spazzacamino…Ma quanto calore dalle sue mani laboriose PARTIVA e ARRIVAVA fin nelle case durante l’inverno lungo e freddo dei nostri paesi di montagna… Non ricordo le discussioni sulla carbonella, che consumandosi presto durava meno, per cui le nonne sbraitavano , ma conservo distinto e con un senso di fastidio il ricordo del suo odore pungente e aspro, specie se non veniva rinnovata l’aria della stanza in cui ardeva nel braciere. Grazie x il ricordo suscitato col racconto.

  3. Da un padre maestro non si può non imparare il “mestiere” di saper scrivere bene ..
    Ma gli altri mestieri sono stato osservati poi … altrettanto bene come questo del carbonaio!?
    Ne aspettiamo la descrizione…

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