Ridateci il Caracciolo

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di Maria Delli Quadri [1]

L’ospedale Civile di Agnone in una foto d’epoca

Siamo in terra di frontiera, zona montuosa tra l’Abruzzo e il Molise Altissimo, dove un tempo fioriva la civiltà dell’ ALTO SANNIO. Racchiuso come in una fortezza tra questi monti sorgeva una volta un piccolo ospedale che elargiva assistenza e cure ai malati, e spesso operava veri e propri miracoli. Il paese era fiero di questo splendido microcosmo e lo considerava il rifugio sicuro e tranquillo per gli abitanti del circondario. Medici e infermieri preparati, solerti, abituati al lavoro incessante e prolungato mostravano grande professionalità e altrettanta umanità, qualità quest’ultima che nobilita l’animo e conferisce prestigio alla persona
Posti letto 200, un record per un ospedaletto confinato tra i monti aspri dell’Alto Molise, del Vastese e dell’Aquilano, una scuola per 80 infermiere (ce ne sono più di 600 sparsi qua e là in Italia), una scuola per tecnici di laboratorio, un centro analisi tra i più prestigiosi della zona dove affluivano  pazienti da ogni provincia o regione vicina per  ricevere il meglio delle risposte.

Nel maggio del 1952 nasceva il primo bambino, seguito poi da una lunga serie di neonati che ben presto affollarono il reparto di pediatria e ginecologia.
Fu negli anni ‘50 che le donne scoprirono la libertà di partorire in una struttura pubblica: non più caldaie di acqua bollente, non più  pile di traverse e di panni, non più attesa dell’ostetrica che correva da una casa all’altra, non più  scale da salire e da scendere, non più tavole imbandite con sulla tovaglia il salame, il pane fresco e il fiasco impagliato col vino buono, il fuoco acceso nel camino, i bambini eccitati da tenere a bada. Se poi il nascituro era un maschio la festa era doppia e il papà era festoso e cerimonioso, in vena di grandi accoglienze. Al contrario, in ospedale tutto era asettico: c’erano le infermiere, c’era la levatrice, c’era il medico pronto ad intervenire in caso di complicazioni; al massimo, per festeggiare il lieto evento, si poteva trovare un vassoio di paste di Carosella e una bottiglia di vermouth. Tutto questo si chiama progresso e passa  sempre attraverso il coraggio e l’iniziativa delle donne, che hanno scritto la parola fine ai citati riti e dato inizio ad una nuova era.

L’Ospedale Civile, costruito sulla collina delle Civitelle, domina l’intero paese (foto d’epoca)
Dalle Civitelle, si può godere il panorama del paese in tutta la sua bellezza (foto d’epoca)

 

 

 

 

 

Le sale operatorie lavoravano a pieno ritmo, con gli ambulatori di ortopedia, oculistica, otorinolaringoiatria, di fisioterapia. Le sale di attesa erano sempre piene di gente proveniente in massa dal chietino confinante con noi e da altre province vicine.
L’ospedale fu iniziato a costruire ben prima dell’ultima guerra con le rimesse degli emigranti. A metà circa del  secolo furono piantati gli alti pini che fronteggiano tuttora  la facciata principale, ma è stato solo dopo l’ultimo conflitto mondiale che l’opera è stata completata ed è entrata a pieno regime raggiungendo in poco tempo la piena efficienza. Diretto da valenti professionisti, il complesso è andato avanti per anni  con la sua equipe formidabile di medici e infermieri. A quei tempi il suo nome era semplicemente “OSPEDALE CIVILE”, oggi ha invece un nome proprio e si chiama “SAN FRANCESCO CARACCIOLO”

Poi tutto passò! L’eccellente ospedale fu trascurato, ce n’erano altri che imposero la loro superiorità: “La borsa si chiude, non ci sono più risorse, ci sono pochi abitanti racchiusi tra queste montagne, per i quali non vale la pena di  spendere danaro pubblico; tanto, se hanno necessità vanno a Isernia in mezz’ora!”.
E invece non è così: con le strade dissestate, con le tempeste di neve e di pioggia battente, con la nebbia e coi venti impetuosi dell’alta montagna  i tempi si dilatano e non è facile in mezz’ora percorrere i tragitti descritti. Il malato che sta nell’ambulanza riceve continuamente scossoni da brivido; per lui il viaggio è una tortura indicibile.

Don Francesco Martino,

Tutti si sono battuti come leoni contro lo smantellamento dell’ospedale, ma nulla hanno potuto fare contro la logica della politica accentratrice della regione e, se qualcosa è sopravvissuto, lo si deve alle loro battaglie, combattute con l’appoggio di alcuni agnonesi coraggiosi. Ricordo tra tutti don Francesco Martino, cappellano dell’ospedale.

Io non conosco a fondo le dinamiche politiche e sociali di questa grave perdita né so a fondo la storia delle lotte sostenute dai paesani di Agnone; la mia è una considerazione dolente sulle vicende nefaste che hanno portato a questo sfascio.
E’ vero, siamo pochi; in politica contiamo quasi niente, allora tanto vale abbandonarci  al nostro destino legato alla montagna.  Ho avuto  modo di stare per un certo tempo in quello che resta del San Francesco Caracciolo. Passano  i visitatori, i portantini e gli infermieri; questi ultimi incessantemente percorrono il tragitto con il passo svelto e con la schiena dritta, pronti ad accorrere ad ogni chiamata. Solo di sera tardi o di mattina presto i loro volti mostrano la stanchezza accumulata durante il servizio.
Il piccolo stuolo di seguaci di Florence Nightingale adempie sempre al suo dovere. La fondatrice della Croce Rossa è ancora e sempre fiera di loro.

I maestosi pini, testimonianza della storia di questa struttura gloriosa e delle generazioni, quelle nate nel passato, che li hanno piantati.

Oggi quel che resta dei due reparti di medicina e di chirurgia sono racchiusi in un corridoio al terzo piano dell’edificio, alcune stanze con 14 posti letto in tutto, il reparto dialisi, studi medici attrezzati. Dai finestroni si scorgono sempre le cime dei pini che ondeggiano lievemente allo spirare della brezza o si agitano mossi dal vento impetuoso dell’Alto Molise. Essi sono la testimonianza della storia di questa struttura gloriosa e delle generazioni, quelle nate nel passato, che li hanno piantati.
Allora io mi faccio interprete dei sentimenti dei miei concittadini: “Noi  vogliamo vivere fra questi monti, dove siamo nati, dove sono vissuti i nostri padri, dove tutte le tradizioni che ci caratterizzano sopravvivono intatte”.

RIDATECI IL CARACCIOLO!

Un lungo corteo di protesta si snoda per le strade di Agnone (2015)
Studenti e operatori manifestano a favore della riapertura del Caracciolo (2015)

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Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.

Editing: Flora Delli Quadri
Copiright: Altosannio magazine

3 Commenti

  1. Cara Maria, il tuo appello “accorato e poetico” – che solo tu sai fare con maestriae naturalezza-mi ha quasi commossa e la mia voce ,flebile e sottile come un ago di quei maestosi pini del CARACCIOLO, si unisce alla tua,essendo molisana, per l’amore che sempre resta nel cuore per la propria terra natia…che non si dimentica mai, come il primo amore…Vivo lontana dal paese, ma sono pienamente compenetrata nella vostra situazione, e non posso che fare l’auspicio agli AGNONESI e a tutto il terrirorio che le tue parole, le proteste di denuncia e il”desiderio necessitato” di un rifiorito ospedale non rimangano inascoltati.

  2. Ciao, Maria Delli Quadri​, ho apprezzato molto il tuo scritto.
    Penso che nessuno avrebbe potuto scrivere, meglio di te, un articolo per rivendicare la necessità di avere un ospedale efficiente, su un vasto territorio.
    Vasto, non tanto per le distanze reali, ma come hai ricordato per le condizione delle strade, in abbandono anche esse che, anche senza cattivo tempo, sono quasi non percorribili da auto con malati a bordo, senza ricordare anche le interruzioni per frane, … come la Fraine-Castiglione, che rimangono “chiuse” per anni senza nessun intervento. …
    L’abbandono dei territori e delle persone, in tutti i casi, è una mancanza di civiltà, una mancanza di diritti basilari ed essenziali per le persone.
    Penso, anche, che nessuno meglio di te avrebbe potuto mettere in evidenza questo abbandono delle zone di montagna, da tutti i punti di vista.
    La “mutilazione” dell’ospedale di Agnone, perché era “solo”, in un ampio territorio di montagna, è stato un duro colpo per tutti.
    La montagna è già privata di tutto, di posti di lavoro, di strade percorribili senza interruzioni e senza buche ad ogni pioggia. Anche senza tempesta o neve, la triste condizione delle strade abbandonate, dilata i tempi di percorrenza.
    Nei nostri territori, spesso, si ricorre all’ospedale solo per le urgenze. Nella maggior parte dei casi, per alcune patologie, è molto importante essere in ospedale nel minor tempo possibile ed è essenziale, per non sentirsi dire: “se fosse arrivato prima …”!
    Molto belle sono tutte le foto che accompagnano il tuo “incisivo” articolo. Secondo me, alcuni servizi essenziali sul territorio, dovrebbero essere uguali per tutti i cittadini italiani. A tutti i cittadini italiani dovrebbero essere offerte le stesse opportunità.
    E’ anche triste sentire notizie che dicono che,per servizi offerti ai cittadini, una regione è più attrezzata di un’altra, come prevenzione, come strutture, come posti letto ed altro, … in proporzione al numero degli abitanti. …
    E’ stato un piacere leggerti. Buona giornata.

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