Il Mondo di Maria: Ricordi e Fantasie degli anni ’50

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Maria Delli Quadri[1] 

Quartiere Ripa, Largo Marsala – in fondo il belvedere che da il nome al rione

Agnone è un paese grande, con un contado esteso ai 4 punti cardinali, nel passato anche prospero e ricco. Negli anni ’50 l’abitato si estendeva per un lungo tratto, dalla Ripa all’ospedale, dove terminava in un bel viale fiancheggiato da tigli. Il centro storico, uno tra i più belli d’Italia,  dipanandosi in strade,  in vicoli, traverse, era popolato da famiglie con casette singole, botteghe artigiane, chiese meravigliose, piazzette fiorite di gerani e margherite.
La Ripa era il quartiere nobile, con i suoi spazi immensi  che, quando ti affacciavi al belvedere, ti mostravano il mondo intero a 360 gradi. Anche qui una piazza, una fontana, palazzi gentilizi, archi e scalette, le scuole, un sarto, un fabbro, un forno di prima scelta, alcuni negozi, un sale-tabacchi detto “Garibaldi” dal nome dell’antenato illustre, e, a due passi, la chiesa di S. Amico, a croce greca, dotata di un organo particolare, che faceva sentire i campanelli quando la musica doveva essere festosa. La strada che congiunge la Ripa con il resto del paese fino all’Annunziata, si chiama  pomposamente “Corso Garibaldi”, ma è una via stretta e lunga, costruita in altri tempi, a misura d’uomo, quando le famiglie avevano necessità di sentirsi vicine, di collaborare, di farsi compagnia nelle lunghe sere d’inverno.

Corso Garibaldi
Piazza Plebiscito – in primo piano il terrazzino del dopolavoro Enal, oggi Caffé Letteraio

La vita era tutta lì: vi trovavi  la vecchia Scuola dell’Avviamento, oggi Convento  dei Filippini; a due passi Piazza Plebiscito, un gioiello con la fontana centrale, dove migliaia di donne andavano, negli anni passati, ad attingere acqua con la tina in testa. Sullo spiazzo il vecchio “dopolavoro Enal”, oggi “Caffè letterario”,  a destra la scalinata di San Nicola con il “convitto Bonanni”,  la vecchia pretura divenuta oggi “Hostel”, la preziosa chiesa della “Trinità”. Più avanti la chiesa di S. Francesco, col convento adiacente dal chiosco elegante, eredità di tempi gloriosi.
Il rione è ancora lì anche se il paese si è ingrandito, ha inglobato interi quartieri nuovi, ma l’anima non è più quella: vi regnano, spesso, silenzio e solitudine. Oggi dappertutto arrivano solo macchine rombanti, girano, entrano nei vicoli, rasentano i muri, rivelando l’abilità spericolata dei guidatori.

Già negli anni della mia giovinezza il centro di Agnone non era più la Ripa: il movimento si era trasferito altrove, a iniziare dal corso Vittorio Emanuele: strada non molto larga nel primo tratto fino al monumento a Libero Serafini, poi più ampia. Su questa arteria erano concentrati negozi di ogni genere, il mercato,  l’edicola, il parrucchiere Alessandro, il Banco di Napoli, un’oreficeria, il “sale e tabacchi”.  Poi la piazza “Libero Serafini” coi marciapiedi ampi, la parrucchiera Ida, col passeggio folto e numeroso degli agnonesi tutti, adulti e giovani, favoriti anche dalla scarsezza di automobili e dalla illuminazione di qualche rara insegna luminosa, oltre che dei lampioni. Tutti affollavano la piazza dove, per la festa, suonava la banda sulla cassa armonica,  per le elezioni si tenevano i comizi sul balcone del bar Sammartino, con tutte quelle masse  di contadini  prelevati per l’occasione dalle masserie con corriere apposite pronti a votare per il partito consigliato dal pulpito che fosse “democratico e cristiano”; con borghesi e operai  che credevano nella politica ed erano desiderosi di apprendere le varie posizioni.
Per noi ragazze c’era una grande gioia nello spandersi per la strada, nell’ammirare ed essere ammirati, col vestito elegante e le scarpe col tacco alto. Eravamo tutte lì, anche d’inverno; ci incontravamo con i compagni di scuola, formavamo i gruppi e parlavamo tra noi del più e del meno. Bartali e Coppi erano gli argomenti preferiti, poi l’attore bello e interessante, l’attrice maliarda, tutti americani, che ammiravamo tanto ed erano i nostri modelli di riferimento.

Viale Marconi com’era, qui con la neve

Negli anni della mia giovinezza la passeggiata tradizionale  cominciava al  cinema e terminava a Viale Marconi fino a “ru puntciell”, un piccolo muretto che delineava il bordo strada, sotto il quale scorreva un canale di raccolta dell’acqua piovane e alle cui spalle troneggiava la “piscina”, piccola vasca con gli zampilli per il divertimento dei bambini . Oggi la piscina c’è ancora, il muretto anche, ma nessuno dei due è più utilizzabile perché mimetizzati da un brutto distributore di benzina.

Viale Marconi oggi. E’ visibile “ru puntciell”, termine ultimo per le nostre passeggiate

La gioia di essere giovani esplodeva nel mese di maggio che segnava un po’ lo spartiacque tra le stagioni: era ormai primavera e la sera, richiamati dal suono delle campane, andavamo in chiesa per le funzioni mariane. Al termine di queste, arrivava la tanto attesa passeggiata, favorita dall’aria tiepida e mite, che odorava di prati e aiuole in fiore. Il viale brulicava di gente: signore, giovani e anziane, uomini e donne di ogni età. Era un bel vedere! “Ru puntciell” segnava il confine dove la passeggiata doveva terminare per non incorrere nelle ire dei fratelli o dei padri. Si arrivava, ci si sedeva, si chiacchierava,  poi si tornava indietro. Separazione assoluta dei sessi. Solo qualche coppietta  più disinibita osava arrivare 50 m più su, fino alla cabina elettrica oggi trasformatasi in elegante abitazione. L’ultimo pezzo di strada era, per noi, tabù: proibito accedervi!
A volte mi capitava di  incontrare la mia mamma al braccio delle signore Edvige e Elena;  con fatica, faceva, anche lei, una piccola camminata  per arrivare  fino  a “ru puntciell”. Non posso descrivere la gioia che provavo dentro di me, nel vederla felice di stare con le amiche più care a passeggiare come tutti  gli altri, lei che era così spesso malata.

Giugno e luglio trascorrevano in fretta; non c’era ancora l’abitudine di andare al mare, i ragazzi dovevano fare gli esami di maturità e tutti, la sera, passeggiavano per il viale con le prime “mescolanze” tra uomini e donne. Furono piccoli strappi graduali: il ragazzino che faceva il filo, fingendosi compagno di scuola, si accostava alla ragazza; questa faceva la ritrosa e girava gli occhi intorno per paura di un fratello, di un padre, di un cugino o di un conoscente che potesse svelare il segreto; perché gli innamorati si riconoscono subito dagli sguardi schivi, dagli occhi languidi.

In agosto cominciava la grande celebrazione delle feste e delle vacanze. Il paese si riempiva di villeggianti, quasi tutti agnonesi che vivevano nelle città . Era l’ora di riaprire le vecchie case, di rivedere gli amici. Le donne erano più emancipate di noi paesane: bionde ossigenate, alcune, con abiti scollati, col viso truccato e unghie laccate, passeggiavano ancheggiando col cagnolino al guinzaglio; ma, quello che era più sorprendente, si sedevano al bar del “Legionario” e lì rimanevano a consumare e a chiacchierare in modo disinvolto, uomini e donne, per ore. Questi atteggiamenti  erano ancora lontani dal nostro costume locale e destavano  in chi li guardava invidia e, a volte, anche “scandalo”.  Nei pressi del bar c’era la fermata delle corriere di Cerella; al loro arrivo o partenza, radunavano sempre viaggiatori, amici e parenti:  quelli che arrivavano erano felici e  contenti di essere tornati al paese e di potere assaporare un periodo di riposo e di frescura. Il  bar dava loro il benvenuto, con Pasquale, apparentemente burbero,  ma sempre disponibile ad accontentare i clienti che spesso facevano da lui la prima tappa. Il “Legionario” (nome che evocava antiche imprese patriottiche) era sempre pieno di uomini che sedevano fuori in fila a consumare e a guardare soprattutto le ragazze che passavano, con insistenza e sfrontatezza non senza qualche sibilo o apprezzamento non gradito. Io camminavo  lì davanti, quando ero obbligata,  col viso in fiamme e gli occhi bassi per la vergogna di essere passata in rassegna come su una passerella.

Pietrino Lauriente – violinista

Il bar organizzava, intorno a ferragosto, delle serate musicali, che vedeva protagonisti i componenti di una orchestrina,”AURORA”: Pietrino Lauriente, violinista, Pasquale Leonelli alla chitarra, Domenico Di Rienzo al contrabbasso. Forse c’era qualcun altro, ma io non ricordo. Di sicuro il cantante era Osvaldo Venditti con la sua voce dai toni caldi, melodici e intensi che interpretava con sentimento le canzoni del tempo come:  Besame Mucho, Tornerai, Addormentarmi così, Fascination,  Amado mio ed altri ritmi lenti, di una bellezza e armonia struggenti. Poi arrivava Giuliana, ragazza agnonese-romana, di bella presenza, sui 18 anni, bruna, alta, maggiorata. Cantava anche lei con voce chiara e appassionata ed era accompagnata sempre da sua madre, che non la lasciava mai sola e che, per tutta la durata dello spettacolo, sedeva anche lei tra gli altri avventori.  Una delle canzoni più ammalianti, richiesta sempre a gran voce, era “Manuela”, cavallo di battaglia di Claudio Villa. Chi può dimenticarne i versi incantevoli e la melodia seducente!

Gli han detto che è la più bella di Barcellona
 l’ha vista gettar lo scialle giù nell’arena
 Da quando l’ha messa in pena  la catalana
 singhiozza la sua chitarra nel chiar di luna
 Manuela,  Manuela
 Se nella tua casa moresca tu stai così sola
 tu sola, Manuela
 accogli i sospiri e rispondi con una parola: Amore, Amore
 Non senti ch’io voglio donarti per sempre il mio cuore
 Manuela,  Manuela
 Sul raso turchino dei sogni c’è scritto Manuela

Le note si diffondevano nell’aria calda e silenziosa della sera e noi, rapiti dalla melodia, ci assiepavamo dietro alla barriera di verde sistemata intorno ai tavoli. Attraverso qualche fessura, l’occhio incollato guardava e assorbiva le immagini di uomini e donne che, seduti a tavolino chiacchieravano insieme, ascoltavano la musica, applaudivano, ridevano e consumavano bevande ambrate o gelati  nelle coppe. Era, quello, un mondo che non ci apparteneva e di cui non avevamo idea, se non attraverso riviste come “Grand Hotel”, “Bolero” e “Sogno”.

Le donne attiravano la nostra attenzione per come erano vestite, truccate, pettinate, profumate; ne ricordo una in particolare: Ninuccia Sabelli, ragazza bellissima, bionda, dalla pelle bianca e levigata che sembrava di porcellana. Anche lei tornava dalla città e conferiva prestigio e lustro al locale, sedendo con gli amici; elegante e raffinata, indossava, tra le altre “mise” una gonna lunga, a ruota, che scopriva la caviglia sottile e mostrava le scarpette col tacco. Dall’orlo della gonna spuntava un pizzo bianco, appena accennato che conferiva all’insieme un che di romantico  e ricercato.

Due dei componenti dell’orchestrina AURORA che allietava le sere di agosto

Le serate del Legionario portavano al paese, e al corso in particolare, una ventata di festa e di gioia: sedute sulla soglia di casa le donne  del vicinato rimanevano fuori fino a tardi; le altre, quelle più lontane, andavano a passeggiare per il corso e, con la scusa della musica, godevano del fresco e della magia della notte. Quei cieli stellati, quella purezza dell’aria, la musica romantica diffusa dal bar “Legionario” rendevano le serate indimenticabili, simili a gioielli preziosi da conservare gelosamente nella memoria di tutti noi che ci affacciavamo alla vita. Agnone  era allora in pieno splendore;  le case, le strade, le chiese, gli uffici numerosi, i negozi erano pieni di fermento; avevamo tutti fiducia nell’avvenire, nel quale ciascuno di noi avrebbe trovato il suo posto  e avrebbe realizzato le proprie aspirazioni  personali. Renato Zero canta: “I migliori anni della nostra vita”. Io faccio miei  i suoi versi.

Foto tratte dagli archivi di Franco Valente, di Clemente Zarlenga e di Raffaele Coppola

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

16 Commenti

  1. …..racconto stupendo….le stesse sensazioni mi vengono trasmesse dai miei genitori quando rievocano quel periodo…..ho avuto il piacere di conoscere la signora Ninuccia, compagna di scuola di mio padre, della quale avevo sempre sentito parlare come esempio di emancipazione, vivacità intellettuale e grande carisma…

  2. Cara Maria, ti ringrazio di cuore, le tue parole sulla mia povera mamma mi hanno commosso. Mia mamma ha da un certo punto della sua vita in poi tanto sofferto fino al suo ultimo secondo di vita, ma sempre fino alla fine c’era in un angolino del suo cuore un poco di quella ragazza che tu hai ricordato. Grazie ancora, Alberto

  3. Cara Maria questo racconto è bellissimo e se permetti lo vorrei portare sulla mia bacheca! io sono nata negli anni 50 e il periodo che tu descrivi così splendidamente, anche se ero solo una bambina, lo ricordo perfettamente e poi…. la Ripa …. quel meraviglioso microcosmo!!!!!la mia fanciullezza, i miei giochi , imiei amici ,le vie , le case, le persone, i giardini …quanti ricordi solo assopiti ma che grazie al tuo raccontotornano vivi alla mente e soprattutto al cuore! grazie veramente!

  4. Cara Maria, sono Osvaldo, mia figlia mi ha segnalato il tuo ricordo delle serate agnonesi di qualche anno fa…….. ti ringrazio di vero cuore per avermi fatto rivivere momenti molto belli e sereni della mia giovinezza. Nella speranza di rivederti presto, ti abbraccio caramente insieme a Clara.

  5. sono andata via da Agnone nel 1962, ma quanto hai scritto lo ricordo amnche se ero bambina. Ricordo le passeggiate che facevano quattro personaggi importanti di Agnone: il preside Franco Figura, don Peppe delli Quadri, Franco Porfido e … il quarto non lo ricordo, forse mio padre Erminio

  6. Grazie Maria di questo meraviglioso da te cosi ben illustrato racconto dei nostri bei tempi in Agnone che anchio ho vissuto pienamente… ho letto con lacrime x la tanta nostalgia 🙁 Agnone e` stato x me il paese dove ho passato i piu` bei anni della mia vita e quanto ne potrei raccontare , ma ormai non piu` possibile.) Ciao e continua a scrivere , io leggo tutto quello che tu scrivi sempre con molto piacere, Maria 6 propio Brava !!!

  7. Grazie signora Maria del “romantico revival “dedicato ala vita che si visse nella nostra cittadina.,Personalmente non ricordo L’Aurora band ed i loro concerti in quanto con la chiusura estiva delle scuole tornavo nel mio regno ( in montagna ).
    Il racconto coincide perfettamente con tutto il resto .La foto di largo Marsala ,la nostra università dei giochi sopratutto serali, allora non avevamo ne tv ne pc ne tanto meno altri passatempi tecnologici,Avevamo tutto il necessario Garibaldi tabacchino, Peppino il fornaio , Filippina alimentari Nicola cantina e verdura Mazziotta fabbroferraio idraulico e quant’altro ,forse mancava il superfluo, ma di quello oggi ………..ne abbiamo in abbondanza ! Un cordiale saluto.

  8. Cara Maria, i tuoi racconti profumano di gioventù; la nostra, che non cambierei con nessuna altra. Io non sono di Agnone ma nei nostri paesi la vita più o meno si svolgeva così; tutto era semplice, pulito e condiviso, la ricchezza vera erano i rapporti umani. Grazie di cuore e continua a tenerci sospesi nell’aria

  9. Un racconto che si legge tutto D’UN FIATO… Sì perché è tenero e commovente per la gioiosa forma di scrittura: descrittiva e analitica, quando conduce per mano il lettore – IN QUESTO CASO ME CHE SONO ESTRANEA DEL PAESE- sia facendolo passeggiare con gli altri fino al ponticello, sia sul piazzale del bar il legionario a sorbire un gelato … ma è anche é comunicativa, socializzante e connotativa quando esprime la seduzione della musica o il rallegrarsi vedendo la madre passeggiare con le amiche :gentilezza e affetto filiale ammirevoli!
    Sono volate quelle stagioni, veloci come passava veloce l’estate in AGNONE, paese montano! ed è la particolarità che ci accomuna, cara prof Maria, essendo anche il mio un paese di montagna!
    Ma la bellezza del racconto sta soprattutto nel fatto che non si arriva al rimpianto aperto e amaro, alla nostalgia inevitabile e triste dell’età adulta: restando pur esso giovane, il racconto si ferma alla prima giovinezza, alle passeggiate spensierate con le amiche , e ai migliori anni della vita. Come anta Renato zero.

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