Ricordi di un ex ragazzo di Agnone: la buona scuola

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di Emidio Patriarca  [*]

Da ragazzo, adolescente e anche oltre, per tutto il periodo della mia vita trascorso in Agnone, occupavo il mio tempo in “attività”; alcune importanti e lecite altre insignificanti e qualche volta non proprio legali.

Ricordo che:

  • andavo con gli amici a rubare ciliegie, fave, ceci, noci, mandorle ecc; (1)
  • giocavo a carte e qualche volta cercavo di barare;
  • andavo in biciletta;
  • accompagnavo mio padre nelle sue battute di pesca lungo il corso del fiume Verrino;
  • mi recavo qualche volta in campagna con i nonni per vendemmiare, trescare, ecc.
  • frequentavo per interi pomeriggi la bottega dei miei amici ramai;
  • giocavo a calcio, frequentavo la scuola e lavoravo durante le vacanze estive come imbianchino.

Le ultime tre attività erano strettamente collegate e il tempo dedicato ad una veniva sottratto alle altre due. Mi piaceva molto giocare a calcio anche se non ero bravo. La consapevolezza di non essere bravo derivava dalla constatazione che non ero molto cercato dai vari gruppi o squadrette. Gli unici che avevano una qualche fiducia in me come calciatore erano il Sig Felice Di Rienzo, mister per una estate del mitico Indipendiente, Guido Lauriente e Italo Frezza. Guido, ottimo n° 10 con una buona visione di gioco, riusciva a disegnare a centrocampo geometrie perfette. Invece, Italo era un instancabile portatore di palla e un formidabile colpitore di testa. Io, compesavo le loro carenze con un rozzo dinamismo. Le mie aspirazioni calcistiche subirono un duro colpo il giorno in cui il mio datore di lavoro si accorse che non ero andato a svolgere il mio dovere per giocare una partitella con gli amici. Mio padre, quel giorno, non mi rimproverò come era solito fare con la sua voce alta e minacciosa ma parlò calmo come se stesse dicendo a se stesso le cose che erano dirette a me. Disse : “uaglio, arcordate ca ru palleuene n’ porta peane alla cheasa” – ragazzo, ricordati che il pallone non porta pane a casa-. Quanto si sbagliava!

Durante i mesi invernali frequentavo, come tutti i ragazzi di Agnone, la scuola. I risultati scolastici lasciavano molto a desiderare perché m’impegnavo pochissimo e non amavo lo studio, in modo particolare. A tutto questo, si aggiungeva una certa stanchezza fisica e psicologica, dovuta al lavoro estivo che svolgevo alle dipendenze di mio padre, che era molto esigente sia per la qualità che per la quantità. In compenso apprendevo tutti i segreti del mestiere e imparavo in fretta. Alla mia formazione contribuivano anche due allievi di mio padre Donato Santilli e Gentile del Fiore che non perdevano occasione per farmi fare lavoretti fastidiosi e poco gratificanti, come levigare con carta vetrata stuccature e pareti o lavare zoccolature e porte con una soluzione calda di acqua e soda. Anche l’atteggiamento di molti insegnanti influiva negativamente su di me. Ne ricordo uno in particolare che si assentava spesso e qualche volta quando era presente si appisolava forse per la stanchezza. Altri li ricordo perché svolgevano il loro lavoro convinti che fosse inutile perché moltissimi di noi eravano destinati ad essere manovalanza nel sistema produttivo in piena evoluzione in quel periodo in Italia. Forse avevano ragione.

Al mio futuro pensavo poco. La prima riflessione la feci durante la visita d’istruzione all’Italsider di Bagnoli (Napoli) dove incontrai, davanti ad un convertitore, un giovane perito metalmeccanico che aveva solo le palpebre degli occhi non ricoperte di polvere, perché protette da occhialini. Quel giorno pensai che davanti a me avevo due strade, continuare a mangiare polvere di calce o gesso proseguendo il lavoro di mio padre o cercarmi un impiego in qualche azienda con la prospettiva di mangiare polvere di carbone, ossidi, ecc. La conclusione fu che avevo una sola prospettiva: continuare a mangiare polvere.

Il nove settembre del 1965/66, mentre salivo una scalinata per andare a lavarmi le mani nel bagno di un alberghetto di Guardiabruna dove stavo lavorando, mi infortunai alla testa. Il medico di Torrebruna riparò la mia testa con dodici punti di sutura sette al sopracciglio destro e cinque tra la palpebra e la tempia sempre sullo stesso lato (2). Dopo l’infortunio tornai a casa acconpagnato da Giovanni Turilli. Mia madre non disse una parola ma parlarono i colori asssunti dal suo viso che cambiarono rapidamente dal bianco cadaverico al rosso brace al nero di seppia.

Dopo qualche giorno, a lavoro concluso, mio padre tornò a casa e dovette affrontare una dura discussione con la mamma. Di quanto si dissero in modo concitato ricordo solo poche cose.

Mio padre ripeteva come una cantilena: … non volevo che succedesse… non stava lavorando in un luogo pericoloso… stava andando a lavarsi le mani per mangiare… impara l’arte e mettila da parte…

Mia madre lo incalzava con: … Il lavoro lo devono fare gli uomini…, i ragazzi devono solo studiare…, per lavorare non è necessario studiare molto… , tu lavori ma hai studiato poco…, un lavoro si può imparare anche dopo, lo studio no…

Le notti successive all’incidente a causa del dolore alla testa dormivo poco e male perciò mi ritrovai a pensare al mio futuro e a cosa potevo fare. Pensai a tantissime attività: astronauta, paracadutista, minatore, ladro di banche, vigile del fuoco, spazzino, ecc. In un momento di pausa sia del dolore che del pensare il mio (poco) cervello formulò e mi pose   la seguente domanda: st…zo e se provi a studiare?!

Da quel giorno provai a studiare (3).

Il percorso formativo, avuto, ha lasciato in me delle carenze di tipo caratteriale psicologico, non so bene in quale settore collocarle, che si manifestavano quando affrontavo alcune problematiche. In queste circostanze mi ripetevo: dovevi studiare di più, frequentare una scuola più formativa, rubare il “mestiere” ai tuoi insegnanti, ecc.

Le perplessità che hanno accompagnato la mia vita lavorativa e che ho sempre imputato, come causa generatrice, al mio percorso formativo, sono scomparse con la riforma sulla buona scuola, perché ho capito, finalmente ho capito, che circa sessanta anni fa avevo avuto la possibilità di avere una formazione che alterna scuola e lavoro quindi modernissima. I papà di Agnone, degli anni sessanta e settanta, pur non conoscendo la psicologia, le tassonomie, le diverse metodologie, ecc, e con poco studio avevano imposto ai loro figli un tipo di formazione, direi un aspetto culturale della collettività, che solo molto tempo dopo le autorità avrebbero fatto proprio estendendolo a tutta la nazione. Io, resto dell’idea di mia madre. I ragazzi devono solo studiare perché un lavoro può essere appreso sempre e in un qualsiasi momento. Una nazione che non riesce a dare occupazione ai suoi pochi laureati ma guarda al lavoro come strumento formativo non sta programmando un futuro privo di incognite, ma al contrario sta creando i presupposti per una società non in grado di risolvere le sfide che immancabilmente dovrà affrontare. Inoltre, penso che per una collettività è meglio avere tantissimi ingegneri che in un momento di crisi si rigenerino a fare gli imbianchini e non degli imbianchini che in una fase di programmazione e gestione di un eventuale sviluppo vadano a fare gli ingegneri.

Il mio augurio è che la buona scuola raggiunga gli stessi risultati di quella cattiva.

 


[*] Emidio Patriarca, Molisano di Agnone, Ingegnere Meccanico
[1] Più tardi nella vita ho considerato quei furti come veri e propri “espropi proletari” (è una forzatura giuridica) nei confronti di che “aggiotava “ derrate alimentari. Mi auguro che sia caduto tutto in prescrizione.
[2] Ho sempre avuto la tentazione di consigliare ai genitori dei miei allievi con poca voglia di studiare di tornare a casa e dare loro un colpo in testa ( minimo 12 punti). Ciò può indurre in alcuni un miglioramento.
[3] La frase “ prova a studiare” è quella che ho ripetuto in assoluto più volte ai miei alunni, è per me un tic.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

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