Relazione del Prof. La Regina su Nuovi Aspetti del Santuario Sannitico di Pietrabbondante.

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Ricerche dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte (201
Adriano La Regina – Palma D’Amico

10881672_885535004800435_1254054291966804527_nLa prosecuzione delle indagini ha recato anche quest’anno nuove informazioni sulle dimensioni e sulla cronologia del santuario italico di Pietrabbondante, sui suoi caratteri culturali nonché su alcuni aspetti riguardanti la storia dell’antico Sannio e dei suoi rapporti con il mondo ellenico e romano.

Sono inoltre proseguite le attività di consolidamento delle strutture monumentali, in particolare della domus publica e delle tabernae, e la predisposizione di progetti per il restauro e la copertura di edifici.

Saggi esplorativi tra il tempio A, il tempio B e le tabernae hanno rivelato che quell’area non era stata interessata da costruzioni adibite al culto ma da strutture per il funzionamento del santuario. È stato qui completato lo scavo di uno spazio occupato da un cantiere per la lavorazione di lastre di pietra destinate alla decorazione di un edificio non ancora identificato. L’attività degli scalpellini fu interrotta improvvisamente in occasione della guerra sociale (90 a.C.), e il lavoro non fu mai completato.

Ricognizioni di superficie hanno inoltre rivelato che l’area occupata dal santuario era più ampia di quanto finora stimato; all’esterno del comprensorio demaniale delimitato dalla recinzione si è accertata la presenza di almeno un edificio di culto, di cui affiorano pietre squadrate, frammenti di terrecotte architettoniche e di oggetti votivi.

Sondaggi eseguiti nei terreni situati a valle del teatro, delle tabernae e del tempio A hanno confermato un’occupazione diffusa, non intensiva, di questa parte del santuario che doveva contenere edifici (templi, sacelli e loro pertinenze) distribuiti tra ampi spazi liberi, con prati per le adunanze festive (prata), giardini fioriti (horti) e boschi d’alberi da frutta (luci, nemora). Per un’immagine poetica di un santuario antico immerso nella natura, quale doveva essere quello di Pietrabbondante, nulla vale più di un frammento di Saffo (2V, trad. Aloni):

… in questo tempio santo, dov’è un amabile bosco di meli, e altari ardenti del profumo d’incensi. Qui fresca l’acqua risuona fra i rami dei meli, e tutt’intorno le rose fanno ombra, e lo stormire delle foglie stilla malioso sopore. Qui il prato, pascolo di cavalle, è fiorito dei fiori di primavera, e le brezze spirano dolci di miele. Nella prima estate cespugli di antiche rose spontanee (rosa canina) dai petali rosati ancora fioriscono qui tra le rovine.

Figurina di terracottaTra i primi ritrovamenti avvenuti a Pietrabbondante, alla metà dell’Ottocento, vi sono tre statuette bronzee di figure femminili, attribuibili a epoche diverse, due al V ed una al II secolo a.C., di cui è incerta l’esatta provenienza nell’ambito del santuario. Questi oggetti riguardano una divinità femminile con il melograno o con la colomba. Potrebbe trattarsi di Venere (Herentas), come ha suggerito G. Colonna, forse poi identificata con Venus Erycina (Herentas Írukinú), il cui culto è stato documentato da recenti rinvenimenti. Una figurina femminile incompleta, di terracotta plasmata a mano, rappresenta una kore indossante un peplo: è stata trovata nel 1959 durante un saggio di scavo eseguito nella parte orientale del santuario.

Altre statuette bronzee appartenenti al gruppo rinvenuto nell’Ottocento si possono attribuire al V secolo a.C.; tra queste di particolare importanza un Ercole di fattura arcaica del Museo di Napoli, alto circa cm 30, ottenuto con fusione piena per parti separate.

L’insieme di questi oggetti ed i recenti ritrovamenti indicano che il nucleo più antico del santuario doveva trovarsi nella parte orientale, a valle del tempio A, probabilmente in prossimità dell’aerarium, il tempio L. Questo tempio, rinvenuto nel 2010, è ubicato 92 metri a sud-est del tempio A e 103 metri ad est del teatro, e presenta caratteri architettonici del tutto nuovi.

L’edificio occupa uno spazio quasi quadrato di m 14,30 circa x 15,40 corrispondenti a piedi oschi 52 x 56. Le strutture portanti sono per lo più riconoscibili, ma resta da accertare se tra le ante frontali vi fossero colonne di legno o pilastri.

È il tempio più antico finora individuato a Pietrabbondante, costruito non dopo il IV secolo a.C. mediante l’impiego di tecniche edilizie arcaiche; aveva pareti di argilla cruda, formate da mattoni essiccati al sole e innalzati su uno zoccolo di pietre alto meno di un metro per l’isolamento dal terreno. La parte inferiore dei muri, in pietra, è l’unica conservata, mentre le pareti in terra cruda si sono disciolte sotto l’azione dell’acqua piovana dopo il crollo del tetto. Il tempio è privo del podio, un elemento caratteristico dell’architettura sacra in ambiente italico che compare già in edifici del III sec. a .C. anche a Pietrabbondante (tempio ionico). La copertura era molto semplice, con tegole piane, coppi, e coppi di colmo di tipo arcaico, ma senza elementi ornamentali (acroteri, antefisse, lastre di rivestimento in terracotta per le travi). L’aspetto più interessante è costituito dalla pianta ad ali (alae) e cella centrale, con la peculiarità del pronao chiuso da una parete. In tal modo la cella era protetta da due chiusure: la porta sulla parete frontale esterna e la porta della cella stessa. La singolare conformazione architettonica era dovuta alla funzione specifica dell’edificio, che richiedeva grande sicurezza per ciò che vi era custodito. L’assetto della cella, con un grande tavolo di pietra (mensa) a ridosso di un cassone ligneo (arca) infossato nel pavimento, rivela che il tempio era adibito alla riscossione e all’erogazione di denaro. Questa attività doveva svolgersi per finalità pubbliche visto che la mensa era stata dedicata dal sommo magistrato dello stato sannitico (meddix tuticus), e forse anche a servizio di privati, come avveniva in molti santuari antichi. Tutto questo consente di riconoscere nell’edificio un aerarium. La sua identificazione con un luogo di culto non sorprende: a Roma in età repubblicana l’aerarium era ubicato nel tempio di Saturno (aerarium Saturni).

Anche per questo tempio vi sono indizi di pertinenza a un culto femminile, quali una testa votiva di terracotta (III sec. a.C.), rinvenuta nella cella, e oggetti di ornamento riposti nell’arca. All’interno dell’arca sono state raccolte 342 monete, delle quali 140 d’argento, il cui accumulo è cessato non prima dell’anno 207 a.C., nel corso della seconda guerra punica. Le monete sono ciò che resta di una grossa fornitura di denaro proveniente da Roma per il finanziamento di attività belliche contro i Cartaginesi. Lo scavo di un altro edificio, il Tempio ionico, aveva già rivelato che in quel periodo il santuario era stato gravemente danneggiato da incursioni dell’esercito annibalico.

Ad una di queste incursioni, se non alla stessa che provocò la distruzione del Tempio ionico, si deve imputare il saccheggio del Tempio L. L’edificio non fu tuttavia distrutto, visto che nel corso del II secolo a.C. vi furono eseguiti lavori di abbellimento e di manutenzione, ma non di sostanziale ristrutturazione: i lavori riguardarono anche riparazioni del tetto con tegole fornite per la costruzione di altri edifici, tra i quali il Tempio B, come risulta dai bolli che vi sono impressi.

Il tempio L, forse non più come aerarium ma come luogo per custodire beni pregiati o di valore simbolico, rimase ancora in uso fino alla guerra sociale; anche questa volta non fu distrutto, e dopo la conclusione delle ostilità fu chiuso e non più usato. A Pietrabbondante non vi sono tracce di devastazioni attribuibili alla guerra sociale: l’intero santuario fu rispettato, anche se privato delle funzioni di culto pubblico. La fine dell’edificio è da imputare alla mancanza di manutenzioni nel corso del I sec. a.C. con il conseguente crollo del tetto mentre era ancora in situ la mensa posta dal magistrato sannitico nel III secolo a.C. Il tempio, certamente il più antico tra quelli finora rinvenuti a Pietrabbondante, è rimasto in uso per almeno tre secoli, tra il IV e gli inizi del I a.C.

Sulla mensa è inciso il testo: keís • enniis • keieís • medís • túvtíss • kamatúm ekík • úpsanúm deded ísídum prúfatted • che si traduce: Ceius Ennius Cei f. meddix tuticus mensam (?) hanc faciundam dedit idem probavit «Ceio Ennio figlio di Ceio, sommo magistrato e comandante militare della repubblica fece fare questo tavolo e ne approvò la lavorazione»

Era noto che Ennio, il grande poeta epico e drammaturgo romano (239-169 a.C.), fosse di origine italica, benché prima di ottenere la cittadinanza romana avesse quella di Rudiae (nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini) e si proclamasse discendente di Messapo in omaggio alla sua città natale; fra le tre anime (tria corda) che si vantava di avere includeva però quella osca, oltre la greca e la latina, giacché parlava ognuna di queste lingue (quod loqui Graece et Osce et Latine sciret). Il nuovo documento di Pietrabbondante rivela l’esistenza di una gens Ennia di rango senatorio nel Sannio già nel III secolo a.C. Il magistrato che aveva dedicato la mensa nell’aerarium del santuario era contemporaneo del poeta, ma apparteneva al ramo più illustre degli Ennii, quello che si era affermato nella terra di origine; la famiglia del poeta era invece emigrata a Rudiae, nel Salento, in cerca di migliori fortune. Ennio rivela una conoscenza approfondita non solo della lingua ma anche delle istituzioni sannitiche, di cui fa sfoggio in un verso degli Annali riguardante, sembra, la guerra annibalica: menziona infatti la cattura del sommo magistrato sannita e l’uccisione dell’altro usando la terminologia italica (summus ibi capitur meddix, occiditur alter). Il nuovo documento restituito dagli scavi di Pietrabbondante rivendica con certezza al Sannio pentro l’origine degli Ennii di Rudiae, che dovrebbero essersi ivi trasferiti intorno alla metà del III sec., non molto prima della nascita di Ennio. L’espansione romana, infatti, aveva aperto anche nel Salento nuove opportunità alle genti sannitiche in quel momento già alleate di Roma.

La figura di Ennio, a cui si deve il maggiore poema epico di Roma prima che fosse composta l’Eneide, richiama quella di un altro grande poeta e drammaturgo, Nevio (275-201 a.C.), che prima di lui aveva dominato la scena letteraria romana nel corso del III secolo. Nativo della Campania, forse di Capua, anche Nevio era di madre lingua osca e si era formato in un ambiente in cui si fondevano elementi di cultura sannitica, greca e latina. Si deve a Nevio una grande innovazione letteraria nella tragedia, l’introduzione della fabula praetexta, con l’adozione di temi riguardanti le origini mitiche e la storia, anche recente, di Roma.

Nel corso del II secolo compare nella letteratura latina ancora una grande figura di origine sannitica, autore di tragedie e pittore, Pacuvio (220-130 a.C.), figlio della sorella di Ennio.

Nel corso di tre generazioni, dalla metà del III secolo fino alla seconda metà del II secolo a.C., la drammaturgia latina raggiunse le sue vette più alte esclusivamente per opera di Nevio, Ennio e Pacuvio, tre autori di madre lingua osca. L’introduzione di temi greci nella commedia e nella tragedia latina fu dovuta alle compagnie teatrali che recitavano a Roma e disponevano di copioni tradotti o adattati dal greco. È noto che gli autori latini, commediografi e drammaturghi di varia provenienza, attingevano direttamente da autori greci o addirittura scrivevano in greco. Che buona parte di questa interazione culturale avvenisse per mezzo di romani di origine sannitica implica ora alcune novità riguardo al teatro di lingua osca in considerazione delle testimonianze monumentali di architettura teatrale. La comparsa di teatri stabili nel mondo italico-sannitico già nel corso nel II secolo a.C., ben prima che a Roma, come a Sarno, Pompei, Pietrabbondante, e certamente anche a Capua, a cui dobbiamo ricondurre la prima elaborazione di quella tipologia architettonica, non può farci eludere le questioni di cosa si rappresentasse su quelle scene, in cosa consistessero i testi recitati dagli attori e in che lingua fossero declamati. Indipendentemente dagli influssi esercitati sul teatro latino dalla commedia di improvvisazione in lingua osca, il ruolo di mediazione tra la produzione teatrale greca e quella latina svolto a Roma da letterati di origine sannitica non può essere stato un fenomeno culturale del tutto isolato. Negli ambienti italici a diretto contatto con le città della Magna Grecia, e specialmente in quelli della Campania, devono essere stati assunti per il teatro modelli letterari greci, e di certo anche qui devono aver cominciato a circolare traduzioni di testi in osco ancor prima che si traducessero in latino, e comunque almeno dal III secolo a.C. Che tutto questo poi si riverberasse anche nelle aree interne, è dimostrato dal teatro di Pietrabbondante in un contesto di interesse per la religiosità pubblica della nazione sannitica di grande valenza ideologica e identitaria, ove è ben documentato in modo esclusivo l’uso della lingua osca.

Le attività archeologiche si sono svolte su concessione di scavo e di ricerca archeologica 2010-2014 del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per le Antichità all’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte sotto la direzione di
Adriano La Regina Palma D’Amico, Anna Dionisio, Daniela Fardella, Rachel Van Dusen con la partecipazione di:

Mara Alvisini, Chiara Baranello, Florian Birkner, Simone Boccardi, Andrea Bonci, Ilaria Calgaro, Giulia Caputi, Dalila Carannante, Chiara Casale, Alice Cazzola, Pamela Cerchi, Pietro Cerudelli, Annalisa Citoni, Marc Contel Cabañas, Elisabetta Corbelli, Maurizia Cristiano, Roberta D’Andrea, Luca De Fabritiis, Luca De Luca, Daniele Deidda, Di Mario Valeria, Veronica Esposito, Leonardo Farneti, Valentina Giacometti, Francesca Giovagnorio, Rossella Gnerre, Anna Helmer, Carolina Kiaris, Jan-Pieter Löbbing, Joshua Logan, Federico Lombardo, Franziska Luxat, Concetta Magnanti, Giammarco Mason, Laura Mazzaglia, Franco Mazzanti, Roberto Mazzeo, Laura Mazzoni, Alessio Mennitti, Gloria Moix Noriega, Agnese Mrosek, Tiziano Mura, Andrea Neri, Alberto Nicolè, Roberto Palombi, Maria Pérez Santafosta, Marta Pollio, Sara Polvere, Giovanna Raineli, Francesco Rega, Cecilia Riva, Anna Salsano, Vincenzina Santangelo, Lucia Santilli, Jessica Sum, Maria Carmela Tarantini, Magdy Tawfik, Angela Tesone, Chiara Tesserin, Teresa Ulivelli, Yulia Vodolazska, David Zamani.

e con la collaborazione di

Benito Di Marco, Roberto Di Re, Cosmo Leone, Luca Muccillo, Massimo Notaro, Nicandro Pilla, Diego Ronchi, Damiano Santillo, Gino Vitullo

Ringraziamenti:
Soprintendenza Archeologica del Molise
Regione Molise
Comune di Pietrabbondante

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