“R’ Murt’ciell”- I Piccoli Morti

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di Maria Delli Quadri [1]

Inizio questa storia per ricordare a me e a tutti coloro che leggono, la fortuna che abbiamo di vivere in una società dove la donna partorisce in ospedale e non in casa e dove sono disponibili medicinali mirati ed efficienti che, uniti a tecniche specialistiche, hanno consentito di allungare la vita oltre un limite che, fino a 50 anni fa, sembrava invalicabile. Per quanto oggi si faccia un gran parlare della pericolosità dei vaccini, degli effetti negativi degli antibiotici, dello sviluppo di germi ad essi resistenti e di nuove malattie comparse all’orizzonte, è innegabile che la mortalità di adulti e bambini si sia ridotta in modo esponenziale.

Nel passato l’alta  mortalità infantile (come quella dei paesi sottosviluppati oggi), era in gran parte legata al livello di vita molto precario delle popolazioni e, quindi, alle condizioni igieniche, nutritive e abitative insoddisfacenti che colpivano in primo luogo l’infanzia.

Ritorna spesso alla mia mente una scena, sempre uguale nel ricordo, per quanto sempre diversa:
Una qualunque estate torrida di 60-70 anni fa! Mese di agosto, di pomeriggio, l’afa avvolge uomini, case e cose. Il cielo, di un celeste sfocato, non ha una nuvola e nell’aria c’è un silenzio assoluto. I cani, sdraiati all’ombra dei muri, non si muovono, i ragazzi  dentro e fuori dai  portoni fanno giochi più calmi e tranquilli del solito. Tutto tace. Sono le ore più calde della giornata e ognuno s’ingegna come può per superare il tempo che separa dal tramonto, quado un refolo di aria porterà un piccolo sollievo al corpo sudato e stanco. Le mosche, unici esseri allegri e pimpanti in questa calura, danzano vorticosamente e, impazzite, si posano su qualunque cosa sappia di organico o abbia un odore umano. Il loro ronzio è l’unica voce viva, incessante e assordante, che non si attenua mai. Noi continuiamo a giocare, scacciando i fastidiosi insetti con le mani, ma quelli non demordono mai e si infilano nelle orecchie, pungono le braccia e le gambe, tolgono la tranquillità lungo tutto il percorso del vicolo, sterrato e scosceso, che noi percorriamo su e giù saltando e correndo con meno lena del solito, con ai piedi sandali di legno foderati di pezza, qualcuno anche scalzo.  Ad un tratto il suono di una campana attira la nostra attenzione: “Cosa sarà mai?”. La campanella (quella della chiesa dei Cappuccini) suona a festa e il suo rintocco fuori orario ha un che di argentino e allegro. Interdetti ci fermiamo, attirati da un rumore di passi giù per Via Gualterio (la strada che va al cimitero): un minuscolo corteo, una donna che porta in testa, sul cercine, una piccola bara, seguita da poche persone (tra cui il papà e la mamma piangenti) che accompagnano all’ultima dimora l’ennesima vittima della mortalità infantile che falcidia  i bambini nei primissimi mesi e anni di vita”.

Agnone – Viale delle Rimembranze

In una giornata, a quei tempi, ne passavano tre, anche quattro. La campana della chiesa suonava a festa per l’arrivo in paradiso di una nuova anima innocente e già santa. Il piccolo morto veniva composto nella minuscola bara, foderata di bianco e ornata di tulle, col vestitino del battesimo, tutt’intorno contornato di confetti bianchi quasi a volergli addolcire la pena della sua precoce partenza da questo mondo. Era questo l’esercito de “r’murtcjiell”, anonime figure di piccoli  che sparivano nel baratro del nulla, la cui fatica inutile era stata  solo quella di nascere, ammalarsi di dissenteria, di “grippo” (difterite)  o di polmonite e poi morire.

Quando ciò accadeva (spesso) noi interrompevamo il gioco per guardare il piccolo corteo, chiedendo agli adulti: “Chi è ru mur’tciell?” “Eh, n’ l’ saccio, è na criatìura”  (Chi è il bambino?” “Non lo so, una creatura”) rispondevano distrattamente non avendo i bambini neppure la dignità del nome e del cognome né del sesso, essendo vissuti per un arco troppo breve di tempo.
Sparito dalla visuale il piccolo corteo, noi riprendevamo a giocare con apparente indifferenza. Ma, nel  cuore, restava vivo il ricordo della bara, della mamma che piangeva, col pensiero certamente rivolto agli altri figli che erano rimasti a casa. Che  tristezza! Più avanti, nel corso della mia vita, oltre ad avere avuto esperienze personali dolorosissime, ho letto e riletto, imparandolo a memoria,  il famoso brano di Manzoni “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci…” noto come “La madre di Cecilia” che è un po’ l’emblema di queste tristi vicende.

Nelle famiglie la morte di un figlio era un fatto accettato, messo già in conto: tra tanti che ne nascevano (8-9-10 e oltre) uno in più, uno in meno non faceva differenza, tanto l’anno dopo ne sarebbe arrivato un altro. Per molte famiglie, numerose e con poche risorse economiche, l’evento luttuoso si ripeteva con facilità; a volte di 10 figli ne sopravvivevano 3 o 4 si e no. Le donne di una certa età ancora oggi raccontano con naturalezza, senza emozione: “Una femmina mi morì a 7 mesi, un’altra a 4, un maschio a 5” e via  discorrendo, “alla fine me ne sono rimasti 3”.

Le bare che portavano i piccoli “murtciell” non erano tutte uguali: anche nella morte di un bambino si coglieva la differenza di classe. C’era la bara bianca cosparsa di fiori, c’era quella color legno meno pregiato e c’era infine quella fatta con poche tavole grezze chiodate tra loro.
Nel cimitero di Agnone c’era, e forse ancora c’è, un settore, a sinistra dell’ingresso, in cui sono situate le tombe piccole e sbrecciate di bimbi morti in tenerissima età, appartenenti a famiglie borghesi benestanti, vissute nell’800 o nei primi anni del 1900. Qualcuna era anche collocata in una cappella specificatamente dedicata ai bambini.

Le iscrizioni sono liriche:

Un male crudele ha portato via l’angelo indifeso, dai capelli biondi e  dagli occhi azzurri, per farlo volare in alto su nel cielo tra gli altri angeli nel tripudio del paradiso

Oppure:

Tu, piccolo fiore hai lasciato la mamma e il papà per andare a far parte di una famiglia celeste più grande e felice, portando con te la tua bellezza  innocente e pura.

E ancora:

Non hai conosciuto i mali del mondo, felice te, che adesso giochi con gli angeli e i cherubini. Veglia su di noi che dolenti in questa valle di lacrime abbiamo perduto il nostro fiore più bello e profumato.

Ricordo che amavo leggere queste scritte, sbiadite dal tempo e dalle intemperie soffermandomi  a riflettere sulla elevatezza delle parole quasi a sottolineare che quella morte voluta dal destino avverso era stata per i piccoli, che non avrebbero mai conosciuto i mali del mondo, una fortuna e per la famiglia una consolazione.

Ben diversa era la tomba dei “murteciell” di ceto sociale inferiore: non tombe, non frasi idilliache, non fiori, ma una sepoltura nella fossa, si e no con una croce, magari accanto al nonno o alla nonna.
Spesso la curiosità, mista alla paura, ci faceva superare un angolo dietro questo settore, in cui l’incuria del tempo aveva creato delle vere e proprie buche nelle  lapidi. Noi incollavamo l’occhio per guardare cosa ci fosse all’interno e con la fantasia  ci inventavamo parti di scheletri, ossa e capelli, e poi ci chiedevamo:
“Che cosa hai visto tu?”
E lì l’inventiva si scatenava; chi aveva visto un piede, chi una mano, chi brandelli di abitino bianco. Poi, spaventati a morte correvamo tutti insieme verso l’uscita, sentendoci quasi liberati da un incubo.
Nella cappella le tombe erano più intatte: nomi di bimbi sconosciuti si succedevano davanti ai nostri volti attoniti: “Pietro: anni due”, “Giuseppe: anni quattro” , “Giacomo: dieci mesi”. Era un’ecatombe, ma  non lo sapevamo, per noi era solo curiosità. Leggevamo date e parole come fossero state libri e quaderni senza minimamente farci sfiorare la mente da tutte quelle piccole tragedie, avvenute in epoche lontane.

Mi piace chiudere questa storia con i versi  di Carducci in memoria del figlioletto Dante:

Sei nella terra fredda
Sei nella terra negra,
Nè il sol più ti rallegra,
Nè ti risveglia amor.

_________________________
[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

3 Commenti

  1. Cara prof MARIA DELLI QUADRI, la curiosità infantile al ricordo di quelle piccole, grandi tragedie diventa per noi,che oggi siamo nonne, COMMOSSA RIFLESSIONE sulla durezza dei tempi passati e sui riti che accompagnavano la morte dei bambini nei nostri paesi.
    Mi è rimasta indelebile la memoria del suono allegro ed insieme lugubre di quella “campanella” e mi si stringe il cuore, fin quasi a risentirla !
    E’ vero, poi il dolore scemava presto, per l’arrivo di un nuovo figlio e per tute le difficoltà in cui versavano le famiglie allora numerose e …spesso povere oltre misura, oltre la misura del pianto…
    Alle parole di “PIANTO ANTICO” aggiungo quelle dell’altra bella lirica del CARDUCCI per la morte del figlioletto Dante.

    “Ahi no! giocava per le pinte aiole,
    E arriso pur di vision leggiadre
    L’ombra l’avvolse, ed a le fredde e sole

    Vostre rive lo spinse. Oh, giú ne l’adre
    Sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
    Ei volge il capo ed a chiamar la madre”

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