Rə pəllesctrə (i Polli)

1
130

di Esther Delli Quadri

C’é un racconto particolare contenuto in “L’oro di  Napoli” che, oltre a divertirmi enormemente,  suscita in me una emozione particolare nella parte che riguarda lo stazionare sul balcone di casa dei due “capponi”  ricevuti in regalo dalla famiglia protagonista: mi riporta alla mente un episodio della mia infanzia.

I polli, infatti, come nel racconto, erano  strettamente connessi al periodo natalizio nelle mie zone. Era il pollo, che le famiglie  di solito regalavano per le festivitá alle suore maestre dell’asilo  dei loro bambini o ai maestri di scuola degli stessi, al proprio medico curante o a parenti, amici e conoscenti. Una delle famiglie di nostri conoscenti aveva l’abitudine di ricambiare il regalo dei miei genitori, diverso ogni anno, con due polli.

Mia madre non aveva nessuna dimestichezza con, diciamo cosí, la vita rurale, anzi molti animali, tra cui i polli, la spaventavano addirittura. Il problema dei “doni natalizi” era che era necessario “farli passare a miglior vita” … … .. prima di poterli consumare!  Tale difficoltà era stata, però,  aggirata dal momento che la famiglia che ce li regalava ce li faceva portare da una signora, Giuseppina, che lavorava in casa da loro e che si occupava anche di questo “passaggio“.

All’ operazione, che avveniva nel fondaco a piano terra, noi non assistevamo e non assisteva neanche mia madre che,  dopo aver equipaggiato la signora che doveva compierla di tutto l’occorrente, compresa abbondante acqua calda per spennarli, tornava in cucina  e si dedicava ad altro, badando bene di tenere tutte le porte chiuse.

Successe, peró, una volta, io avevo all’epoca circa otto anni e mio fratello sei, che qualche giorno prima del Natale arrivarono i famosi polli, ma a consegnarceli non fu la solita signora di sempre che aveva avuto un problema di salute, bensí suo marito che naturalmente non poteva occuparsi della loro “esecuzione“. Al vederlo mia madre rimase interdetta e preoccupata. Lo pregò di lasciare i due polli nel fondaco a piano terra e di chiudere la porta dello stesso. Lei intanto avrebbe chiesto a una signora del vicinato di sua conoscenza di  “prepararli per la cottura“. Ma proprio in quel momento mia madre dovette salire su in camera da dove io e mio fratello la chiamavamo .

Il marito di Giuseppina, forse distratto dalla fretta di portare a termine altre commissioni, non comprese quanto mia madre gli aveva chiesto e lasciò i due polli in cucina, in un angolo. Per cui quando noi e nostra madre tornammo,  li trovammo lí, oscure presenze, nella nostra cucina. Mia madre, contrariata,  perché gli animali suddetti non avevano un buon odore, non  aveva, però, il coraggio di prenderli e portarli nel fondaco perché temeva che la beccassero. Rassicurò noi bambini, anche noi un po’  preoccupati,  perché, ci disse,  i polli avevano le zampe legate e quindi non potevano muoversi. Li circondò, poi, nell’angolo dove si trovavano con tre sedie per maggiore prudenza e ci disse di aspettarla lì buoni, buoni mentre lei andava a chiamare una signora di sua conoscenza che avrebbe  potuto procedere all’ “esecuzione. “

Tornò di lí a poco,  però, informandoci che la sua spedizione non aveva avuto successo perché la persona di sua conoscenza non era in casa e le avevano detto che sarebbe tornata solo al pomeriggio.  La situazione era scocciante, ma non ancora preoccupante. I polli se ne stavano nel loro angolo, noi dalla parte opposta, mia madre lanciandogli ogni tanto occhiatacce preoccupate, noi invece incuriosite.

Io avevo giá avuto modo di avere  “incontri ravvicinati” con volatili di quel tipo perché quando andavamo dal nonno, il padre di mia madre, lui che aveva una vera “fissazione”, come la definiva mia madre che non la condivideva affatto, per le galline, aveva un piccolo pollaio giù in giardino di cui si occupava personalmente e a volte mi portava con sé. Io lo guardavo entrare nel pollaio e dar loro da mangiare  oppure prendere le uova fresche che quelle avevano depositato e che sarebbero state date a noi bambini. Dovevo rimanere  fuori però, sia per evitare di sporcarmi sia per paura che mi beccassero. La mia esperienza era quindi di solo tipo “visivo”. Mio fratello, piú piccolo di me , non aveva neanche quella perché il nonno non lo portava con sé, proprio perché “piccolo” .

Pian piano, mano a mano che il tempo passava,  i polli cominciarono a dare segni di inquietudine. A forza di agitarsi i lacci che gli tenevano legate le zampe si andavano sciogliendo e i polli agitando le ali riuscivano perfino a spostare un pò le sedie che mia madre prontamente riposizionava indirizzando ai polli dei “frustellá“, antica parola in dialetto che io avevo sempre sentito indirizzare da vecchiette a gatti particolarmente invadenti.

Ad un tratto i lacci di uno dei polli si sciolsero completamente ed improvvisamente, tra i nostri strilli, lo vedemmo tentare temerariamente il volo su una delle sedie che li rinchiudevano. Mio fratello corse a prendere le sue pistole ed uno spadino che aveva indossato al carnevale dell’anno precedente. Ma certo i polli non si spaventarono alla vista delle pistole. Più efficace risultò lo spadino col quale lui punzecchiava la gallina non appena quella si agitava gridandole ” Indietro pollo! Indietro” .

La scena prese i connotati della commedia perché mia madre, benché davvero preoccupata per quei due ospiti indesiderati nella sua cucina che, a quanto sembrava,  avrebbero stazionato lì piú a lungo di quanto fosse opportuno,  sono certa che enfatizzasse apposta la sua paura e preoccupazione visto che questo caricava mio fratello del carisma dell’uomo di casa. E  lui, infatti, con fare protettivo le diceva di non preoccuparsi che ai polli ci avrebbe pensato lui e rincuorava anche me che me ne stavo in un angolo un po’ preoccupata, un po’ divertita da tutto il contesto.

La mattinata trascorse cosí tra una avanzata dei polli ed una loro ritirata  con mio fratello sempre più inorgoglito della sua impresa e tra strilli un po’ veri un po’ finti miei e di mia madre.

Quando arrivò mio padre, all’ora di pranzo, gli corremmo tutti e tre incontro per raccontargli cosa stava succedendo in cucina. Lui  prese bonariamente in giro  mia madre per la sua scarsità di coraggio,  ascoltò il mio racconto e fece i complimenti  a mio fratello, l’indiscusso protagonista della giornata,  che intanto gli mostrava come aveva fatto a tenere a bada i due polli col suo spadino. Poi si avvicinò ai due malcapitati e li prese per le zampe per portarli giù nel fondaco in attesa dell’arrivo della signora che doveva “occuparsi di loro“.  Mentre andava via con i polli a noi che guardavamo la scena disse: Secondo me sctə du povərə pəllesctrə tienə chiú paìura də vjuə chə tuttə l’allocchəra ‘ngapə chə jetə déatə, scatenando,  cosí, una risata generale. [1]

 


*dedicato a mio fratello e all’infanzia felice che i nostri genitori hanno saputo regalarci.


[1] secondo me, questi poveri polli  hanno più paura di voi, con tutte le urla in testa che avete loro dato.

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

1 COMMENTO

  1. DELICATO E QUASI RAFFINATO QUESTO RACCONTO, che descrive con lo humor inglese una scenetta così comune ,”a quei tempi” , anzi direi “benedetta”! da persone comuni, che non avessero paura dei polli.
    Ma mi vien da chiedere: la signora, meglio la mamma, mangiava e faceva mangiare il pollo ai suoi figli?
    Allora era un alimento molto diffuso, specie nei paesi, come la scrittrice stessa fa notare!!!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.