Pillola Personaggi 2 – Italo Iannelli, un signor maestro

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di Domenico Di Nucci
tratta da “Agnone, il paese dov’era sempre mezzogiorno”[1]

Italo Iannelli, foto archivio famiglia Iannelli.

Logicamente frequentai la classe quinta elementare in Agnone. Capitai in una classe numerosa, in un’aula all’ultimo piano del convento delle Clarisse che aveva una finestra verso la valle del Verrino.

Già dal primo giorno di scuola mi accorsi che c’erano delle piacevoli novità; i banchi erano provvisti di calamai (quindi non dovevo portare il mio da casa) e il bidello ogni mattina provvedeva a mantenere costante il livello d’inchiostro; sulla cattedra poi non c’era la spalmata e questa assenza mi tranquillizzò.

Il maestro Italo non picchiava gli alunni, non incuteva terrore, non strillava, con calma e pazienza sapeva trattare tutti. Anche i più discoli erano bloccati dalla sua umanità, si faceva voler bene ed era un piacere assistere alle sue lezioni.

C’erano tra i compagni di classe Alfredo Iaciancio, Pasquale Patriarca, Bruno Iovine, Gino Gigliozzi, Antonio Turilli, Angelo Di Pasquo ed altri che non ricordo. Da piccoli particolari capii che c’era anche un corso pomeridiano nella stessa aula con la classe del maestro Pasqualino Marcovecchio.

Qualche problema di riscaldamento si presentò non appena le temperature cominciarono  a  scendere;  una  grande  stufa di  terracotta  a  più  piani, posta a sinistra della cattedra e vicino alla finestra, a mala pena riscaldava l’ambiente a pieno regime ma il carico di legna giornaliero si esauriva a metà mattinata.

Era una situazione che non poteva durare e così, complice il maestro, risolvemmo a modo nostro il problema. Avevamo scoperto che di fronte al bagno c’era una porta che dava nel deposito della legna. Ad una certa ora due alla volta andavamo al bagno anche se non ne avevamo bisogno; uno restava di guardia e l’altro entrava nel deposito e prelevava due pezzi di legna che nascondevamo sotto il grembiule; giunti in classe, spostavamo la cattedra, alzavamo la pedana e vi infilavamo la legna. Velocemente creammo una buona scorta che rimpinguavamo all’occorrenza. E così la nostra stufa era sempre accesa; il segreto fu ben custodito anche se qualche volta il maestro Giuseppe Orlando che insegnava nell’aula di fronte alla nostra, esclamava che la nostra era una stufa speciale che riscaldava molto e consumava poca legna.

A fine marzo un’altra novità ci vide coinvolti in una gara di solidarietà; nelle vicinanze della chiesa di San Nicola viveva in condizioni di estrema povertà una coppia di anziani. Noi ragazzi conoscevamo la loro situazione perché spesso giocavamo lì intorno e non appena fu istituita la refezione scolastica gratuita immediatamente pensammo di dare una mano a chi spesso non aveva di che mangiare.

Ne discutemmo in classe e cercammo di mantenere segreta la nostra decisione senza che il maestro se ne accorgesse; ci procurammo un grande barattolo di conserva vuoto che subito dotammo di un manico di filo di ferro e partecipammo attivamente alla refezione; ci sedemmo tutti vicini e quando ci servivano il piatto di minestra facevamo finta di mangiare; poi quando il maestro Italo era distratto, vuotavamo i nostri piatti nel bidone improvvisato.

Uscivamo poi tutti in gruppo e sotto il grembiule del più robusto veniva nascosto il bidone.

Portavamo quel cibo prezioso alla coppia che ne aveva più bisogno di noi e ripetevamo l’operazione ogni tre-quattro giorni; il maestro si accorse sicuramente delle nostre manovre; del resto ci conosceva molto bene ma fece finta di nulla anzi ebbi l’impressione che a volte di proposito non ci controllasse per agevolare il nostro compito.

Non venimmo scoperti.

Concludemmo l’anno scolastico in una bella giornata di sole marinando in massa la scuola, concedendoci una bella passeggiata fino al fiume Verrino. Non facemmo il bagno perché l’acqua era ancora troppo fredda.

L’esame finale del ciclo elementare prevedeva gli scritti di Italiano e Matematica e una prova orale. Seduto dietro di me, Alfredo che era bravo in tante altre cose ma studiava  poco, dava  ogni tanto  un calcetto  al mio banco: mi comunicava di sbrigarmi a completare il mio compito e darmi da fare per aiutarlo a superare un ostacolo per lui insormontabile.

Fummo tutti promossi e quel vincolo di amicizia che allora si stabilì tra noi è ancora ben saldo; quando io, Alfredo e Pasquale, unici di quella classe viventi in Agnone, ci incontriamo, inevitabilmente rammentiamo con piacere, anche se sono trascorsi 65 anni, l’allegria, la spensieratezza e la generosità di quel gruppetto di compagni di classe che, non c’è dubbio, erano diavoletti scatenati e incalliti ladruncoli di frutta, ma con un cuore grande.

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[1]  In questo libro,Domenico, nativo di Capracotta, abbandona la nostalgia per i posti a lui familiari e si immerge nel territorio scelto da suo padre detto Carmǝnuccǝ ru salaruólǝ, (usava dire: La tua patria, è il posto dove stai bene. E scelse di vivere in Agnone). Tesse, così, un arazzo intrecciato dai variopinti fili della storia, del folclore, dell’aneddotica e dei ricordi che vengono esposti intre sezioni:  Pillole di Storia, che o vanno a colmare lacune e omissioni dei testi finora pubblicati o sono degli inediti, convinto di dare così un apporto costruttivo al grande mosaico che è la storia di Agnone; Pillole di Folclorecon l’evidenziazione di usi e costumi persi nel tempo, come le “cacciòttǝ” di frutta, il fuoco di San Michele, La scuracchjéata, la frasca, la candóina, la passatella, e altri; Personaggi, tratteggiati con perizia, maestria e malinconia perché conosciuti da vicino oppure attraverso i loro racconti. Le foto provengono dal suo archivio e da archivi privati; le parole o le frasi contenute tra due parentesi sono sue note. Cliccando su questo link potrete accedere alla Prefazione e all’Introduzione del libro http://www.altosannio.it/agnone-il-paese-dovera-sempre-mezzogiorno-prefazione-e-introduzione/.Chi fosse interessato al libro può scrivere a dinucci.domenico@gmail.com.

EditingEnzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

 

 

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