Pillola di storia 11 – Apertura e chiusura del Monte dé Pegni- 1854-1904

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di Domenico Di Nucci
tratta da “Agnone, il paese dov’era sempre mezzogiorno”[1] 

Nel 1854 dopo vari scambi di comunicazioni tra il Decurionato e la Sottoprefettura finalmente arrivò l’autorizzazione ad aprire il Monte dé Pegni.

Si istituì in Agnone un ente senza scopo di lucro con finalità di erogare un prestito in cambio di un pegno (preziosi o altro) che avesse un valore di un terzo superiore al prestito. Il pegno, se il prestito non veniva restituito dopo un certo periodo che era in genere di un anno o di sei mesi in caso di pegno deteriorabile, veniva venduto all’asta. Logicamente chi non poteva disporre di un bene da pignorare era escluso dal beneficiare di un prestito.

Il Monte dé Pegni ebbe per primo finanziamento il ricavato dalla vendita di 1000 tomoli di grano del Monte Frumentario.

Non è stato possibile reperire il regolamento inviato al Consiglio Generale degli Ospizi, ma da alcune comunicazioni della Sottoprefettura riguardanti norme da modificare si deduce che potevano beneficiare solo i cittadini di Agnone, che il Monte doveva essere aperto il giovedì e la domenica, che se il capitale era di 3000 ducati l’interesse era fissato al 5%, che operavano il Direttore e il cassiere.

Il 30 aprile 1860 vi fu un saccheggio del Monte dé Pegni da parte di una massa di gente inferocita: l’evento fece scalpore e la lunga relazione dell’8 agosto 1864, allegata alla delibera del Consiglio Comunale ci chiarisce tutto quanto avvenne; per maggiore chiarezza e per rivivere l’atmosfera che si respirava in quei giorni e nei successivi anni basta leggere alcuni passi della relazione stilata dalla Commissione composta dai ConsiglieriGiuseppe Maria Bonavolta, Emiddio Serafini, Francescantonio d’Onofrio e Giuseppe Nicola Savastano.

“Signori Consiglieri, sarebbe vano dissimulare quando sia stato malagevole ed ingrato per la Nostra Commissione il compito affidatole col deliberato dì 9 maggio ultimo, di verificare cioè le condizioni del Monte dé Pegni dopo il deplorevole caso del 30 Aprile 1860 fin oggi. La sola memoria di quel vandalico fatto sfiduciava nell’impresa. Rimentare il saccheggio di più ore, perpetrato in pieno giorno in case di agiati ed Onesti cittadini senza una ragione sufficiente o almeno proporzionata alla indegnità del fatto, col silenzio o impotenza della forza pubblica e dell’Autorità del tempo ad arginarlo, riempie ancor di presente l’animo di giusto fremito e di orrore. Ma quella scena vandalica non era che il segnale di altre più funeste, e barbariche che seguiranno a poco tempo in parecchie di queste meridionali Provincie d’Italia, e che fecero raccapricciare la Civile Europa.


Il saccheggio adunque del 30 Aprile 1860 fu a ragione il prologo di atrocità inaudite di un potere, che scrollava, cui tenner dietro le ragioni furibonde e da ultimo le efferatezze tuttavia continuanti degli assassini nelle campagne, e nelle selve, né villaggi, e nelle pubbliche strade.

………….
L’aspetto del nostro Comune fu desolante. Sembrava rotto ogni vincolo di umano Consorzio. Si percorrevano le strade e si assalivano le case al grido feroce e spaventevole di Viva il Re, grido che inebriava ed agglomerava i tristi, sgomentava e diradava i buoni. Si ponevano a sacco, ed a completa rovina due ragguardevoli case dé Signori Sabelli fu D. Pasquale e dé Signori de Horatiis, rompendone le porte a colpi di scure e rimettendo alla dimane la depredazione delle altre. Ma la notte troncò i neri disegni. I Saccheggiatori ebbri della infamità, e tra le gozzoviglie, ed il vino, all’annottare rientrarono carichi di prede nei loro covili, e si immersero nel sonno. Esimi, ed animosi cittadini, preso consiglio a comune salvezza, con l’Autorità Giudiziaria, tra il favore delle tenebre con un colpo maestrevole, l’imprigionarono successivamente tutti, lavando così l’onta del giorno innanzi e ridando la calma alle nostre famiglie. Oggetti preziosi di oro, d’argento, masserizie e commestibili di ogni sorta, tutto fu depredato nelle due case indicate. In quella di de Horatis si estese puranco agli oggetti preziosi del Monte dé Pegni che egli custodiva come Cassiere.
Si narra che molti di siffatti oggetti nella notte degli arresti e nelle successive perquisizioni nelle case dé malfattori, e sospetti, e messi nelle mani della Giustizia. Si parla pure di altri non lieve valore consegnati all’Istruttore del Processo Sign. De Stefano quivi appositamente venuto da Campobasso poco dopo l’avvenimento.

Quarantuno  di quei  tristi  hanno subito  condanna  ed  espiano  la  pena da più tempo. La Giustizia però non ancora rende al Monte gli oggetti recuperati, ed è sconfortevole la generale persuasione esser quelli in gran parte spariti.……….

La perdita per il Monte dé Pegni fu considerevole; il notamento di verifica, diligentemente completato dal Direttore Signor Achille Tirone, col concorso del Cassiere nella stanza dell’Ufficio e col riscontro dei libri pochi giorni dopo il saccheggio, eleva il valore degli oggetti di oro, d’argento depredati e ragguagliandoli alla ragione della impregnanazione a Ducati 1033,70.”…….

Quando fu istallato nel 1854 il Monte aveva un capitale di 1512 ducati comprensivi dei ducati provenienti dalla vendita di 1000 tomoli di grano; nel 1859 il capitale era di 1517,63. Successivamente al saccheggio furono fatti conteggi più accurati, nel senso che venne conteggiato anche il valore degli oggetti recuperati vale a dire 241,45 ducati. Molti oggetti scampati alla razzia, furono successivamente spignorati da chi riuscì a dimostrarne la proprietà, altri andarono all’asta. Il Capitale rimasto al monte dei Pegni fu di 725,38 Ducati.
Il Monte dé Pegni fu riaperto il 30 aprile 1868, dopo ben otto anni dal saccheggio, con un capitale di Lire 3000 corrispondenti a 706 ducati.

Continuò la sua opera benemerita anche se nel 1879 le sue risorse furono rimpinguate con la somma di 1000 lire provenienti dalla vendita di 34 quintali di grano del Monte Frumentario.

Nel 1904 per legge fu abolito insieme al Monte Frumentario inglobati nella Cassa di Prestanze Agricola.

La stessa fu liquidata nel 1914.


[1]  In questo libro,Domenico, nativo di Capracotta, abbandona la nostalgia per i posti a lui familiari e si immerge nel territorio scelto da suo padre detto Carmǝnuccǝ ru salaruólǝ, (usava dire: La tua patria, è il posto dove stai bene. E scelse di vivere in Agnone). Tesse, così, un arazzo intrecciato dai variopinti fili della storia, del folclore, dell’aneddotica e dei ricordi che vengono esposti intre sezioni:  Pillole di Storia, che o vanno a colmare lacune e omissioni dei testi finora pubblicati o sono degli inediti, convinto di dare così un apporto costruttivo al grande mosaico che è la storia di Agnone; Pillole di Folclorecon l’evidenziazione di usi e costumi persi nel tempo, come le “cacciòttǝ” di frutta, il fuoco di San Michele, La scuracchjéata, la frasca, la candóina, la passatella, e altri; Personaggi, tratteggiati con perizia, maestria e malinconia perché conosciuti da vicino oppure attraverso i loro racconti. Le foto provengono dal suo archivio e da archivi privati; le parole o le frasi contenute tra due parentesi sono sue note. Cliccando su questo link potrete accedere alla Prefazione e all’Introduzione del libro http://www.altosannio.it/agnone-il-paese-dovera-sempre-mezzogiorno-prefazione-e-introduzione/.Chi fosse interessato al libro può scrivere a dinucci.domenico@gmail.com.

EditingEnzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

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