Pillola di folklore 4-La frasca

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di Domenico Di Nucci
tratta da “Agnone, il paese dov’era sempre mezzogiorno”[1]

la frasca

In dialetto, la frasca non è altro che un ramo con le sue gemme e le sue foglie. E’ un vocabolo oggi quasi in disuso: “ì pǝ fraschǝ”, “nfrascarsǝ“, “frascóne” e tanti altri erano i modi di dire di un dialetto che, con il passare degli anni al pari di una vera e propria lingua, si è modificato italianizzandosi.

Ma la frasca, in un periodo dell’anno più o meno coincidente con l’avvicinarsi dell’autunno, fino a qualche decennio fa, indicava qualcosa di diverso e caratteristico. Aprire una frasca era un avvenimento atteso con impazienza da una larga fascia della popolazione. Infatti con l’approssimarsi della stagione della vendemmia, se la produzione di vino dell’anno precedente era stata abbondante, era necessario liberare le botti per far posto al nuovo mosto e…… ….. cominciava il tempo delle frasche.

Chi desiderava disfarsi del vino superfluo, chiedeva al Comune di aprire una frasca; ottenuto il permesso, improvvisava una vera e propria vendita di vino nell’androne di casa, con tavolini e sedie; provvedeva a sistemare una lampadina sulla facciata della casa e attaccava al portone una frasca per avvisare che lì si vendeva, fino all’esaurimento delle scorte, vino genuino a prezzo concorrenziale.

la frasca

Era una vera e propria vendita promozionale; squadre di amici, dopo la tradizionale passeggiata, vi si recavano per gustare un buon bicchiere; le famiglie approfittavano per fare scorte di vino, il viticoltore rimpinguava le magre casse con linfa vitale per affrontare le spese della vendemmia imminente.

Non c’era bisogno di pubblicità per richiamare i clienti, il passa parola funzionava egregiamente ed alcune frasche erano attese perché avevano un grosso mercato… Famose erano quelle dǝ Cǝquǝrillǝ (Di Primio), dǝ Gianfrischǝ (Sarafini), dǝ Sèttǝfràtǝ (Mastronardi), dǝ Mascillǝ, dǝ Carcalliéggiǝ (Catolino), dǝ Ciarèlla, dǝ Lunardǝe Nǝchéula Cǝcǝnarǝ (Brunetti).

Il vicolo, la strada e il quartiere della frasca improvvisamente si animavano e altrettanto velocemente tornavano alla normalità quando la frasca avvizzita e la lampadina spenta avvisavano che era finito il vino disponibile.

Oggi, questo mondo sempre più tecnologico ha cancellato i tempi delle frasche; moltissimi vigneti sono stati distrutti: è il tempo dei megamarket, è il tempo dei bar che hanno preso definitivamente il posto delle cantine di una volta, dove ci si ritrovava spesso a discutere, a giocare a carte, a portare “ulmǝ” il più caro amico, nelle coreografiche e spettacolari “passatèllǝ“.

 


[1]  In questo libro,Domenico, nativo di Capracotta, abbandona la nostalgia per i posti a lui familiari e si immerge nel territorio scelto da suo padre detto Carmǝnuccǝ ru salaruólǝ, (usava dire: La tua patria, è il posto dove stai bene. E scelse di vivere in Agnone). Tesse, così, un arazzo intrecciato dai variopinti fili della storia, del folclore, dell’aneddotica e dei ricordi che vengono esposti intre sezioni:  Pillole di Storia, che o vanno a colmare lacune e omissioni dei testi finora pubblicati o sono degli inediti, convinto di dare così un apporto costruttivo al grande mosaico che è la storia di Agnone; Pillole di Folclorecon l’evidenziazione di usi e costumi persi nel tempo, come le “cacciòttǝ” di frutta, il fuoco di San Michele, La scuracchjéata, la frasca, la candóina, la passatella, e altri; Personaggi, tratteggiati con perizia, maestria e malinconia perché conosciuti da vicino oppure attraverso i loro racconti. Le foto provengono dal suo archivio e da archivi privati; le parole o le frasi contenute tra due parentesi sono sue note. Cliccando su questo link potrete accedere alla Prefazione e all’Introduzione del libro http://www.altosannio.it/agnone-il-paese-dovera-sempre-mezzogiorno-prefazione-e-introduzione/.Chi fosse interessato al libro può scrivere a dinucci.domenico@gmail.com.

EditingEnzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

 

 

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