Pescolanciano

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Pescolanciano
Pescolanciano

Comune  della  Provincia di Isernia in Molise.  Negli anni la sua popolazione è scesa, da un massimo di 2.195 abitanti,  agli attuali 890.

 

Dati amministrativi
Regione             Molise
Provincia             Isernia
Sindaco             Alfredo Marrone (lista civica) dal 08/06/2009

Territorio
Altitudine             819 m s.l.m.
Superficie             33,99 km²
Abitanti             890   (31-12-2010)
Densità             26,18 ab./km²
Frazioni             La Castagna
Comuni confinanti         Agnone, Carovilli, Chiauci, Civitanova del Sannio, Miranda, Pietrabbondante, Sessano del Molise

Altre informazioni
Nome abitanti         pescolancianesi
Patrono                    sant’Anna
Giorno festivo         26 luglio

Demografia

Dati Pescolanciano

Toponimo
Il nome di Pescolanciano deriva da “Pesclum Lanzanum” che indicava la roccia (“Pesclum”) ed il suo feudatario normanno (“Lanz”).

Il castello
Sembra che il castello sia sorto su un originario sito fortificato sannitico, seppur documenti certi d’archivio evidenziano una presenza fortilizia solo dall’epoca di Alboino, intorno al 573 d.C. Alcuni storici ritengono la sua costruzione essere posteriore e risalente all’epoca di Carlo Magno, circa l’810, o di Corrado il Salico, il 1024. Alcune testimonianze riferiscono che con la discesa di Federico II, il territorio di Pescolanciano era governato da un feudatario, Ruggero di Peschio-Langiano, che ricevette ordine dal re di rimuovere i Caldora di Carpinone, smantellando il loro castello, di assediare Isernia e quei feudi ostili a re Federico. Tale spedizione fu organizzata nel fortilizio allora esistente e da esso prese le mosse nel 1224.

Il feudo
Il feudo, confinante col vicino borgo di Santa Maria dei Vignali, abbandonato dopo il terremoto del 1456, era attraversato da un importante nodo di comunicazione, che collegava le alte località dell’Appennino centrale abruzzese con quelle costiere del “Tavoliere di Puglia”. Detto percorso “tratturale” (Lucera-Castel di Sangro, Pescolanciano-Sprondasino, Sprondasino-Castel del Giudice), era utilizzato non solo dai numerosi pastori e dai loro animali, transumanti in direzione del mare o montagna a seconda delle stagioni climatiche, ma anche da comuni viandanti e da pellegrini diretti in Terra Santa. Questi tratturi divennero, pertanto, nel corso dei secoli (XIV-XVIII) itinerari strategici sia sotto l’aspetto economico, per le entrate fiscali (fida) garantite dall’attività di transito della pastorizia, sia perché costituirono il diretto collegamento da Roma ai porti pugliesi, all’epoca dei pellegrinaggi e delle crociate. Ciò spiega la presenza lungo tali percorsi di torrioni, castelli, monasteri e chiese ove si celebravano svariati culti e veneravano Santi protettori; strutture queste che risultano essere state difese da raggruppamenti di cavalieri Templari, Teutonici e Gerosolimitani.

Il castello di Pescolanciano, arroccato su uno sperone di roccia ai piedi del monte Totila, sotto il quale si sviluppò il borgo medioevale con le sue mura perimetrali con accessi all’abitato tuttora visibili, assolse a questi compiti di difesa e ospitalità sia sotto i feudatari Carafa che sotto gli Eboli, sin dal XIII secolo. Queste secolari funzioni del borgo e del suo maniero ricevettero “nuovo impulso” con l’avvento di nuovi feudatari. Il feudo di Vignali e Pescolanciano fu, tra il 1576-1579, alienato da Andrea d’Eboli o sua nipote Aurelia a Rita Baldassarre, moglie di Giovanni Francesco d’Alessandro, dell’illustre Casato napoletano del Sedil di Porto che conta tra i suoi ascendenti un Templare Guidone, crociato in Palestina nel 1187, valenti ambasciatori del Regno Angioino e Aragonese, nonché l’illustre giurisperito-umanista del XV secolo, Alessandro d’Alessandro, discepolo del Fidelfo ed autore dei “Dies Geniales”.

La baronia di “Pescolangiano” con i suoi feudi rustici limitrofi divenne ducato nel 1654 sotto il sesto barone Fabio Jr.(1628-1676) di Agapito(1595-1655). A questo personaggio si fanno risalire i primi lavori di abbellimento, ampliamento e di consolidamento della struttura fortilizia che fino ad allora doveva essere stata composta da una torre maschio ed una cilindrica, nonché da un corpo a “bastione” merlato a “scarpa”. Al citato personaggio e suo padre si attribuiscono una serie di interventi di modifica dell’originaria configurazione del castello. L’ingresso, in principio presso la torre maschio lato nord-est, dal quale le persone avevano accesso probabilmente utilizzando scala retrattile, venne chiuso e riaperto con ponte levatoio, finito nel 1691. Il cortile esterno, precedentemente a gradoni rocciosi, fu fatto spianare in questo periodo e vi furono edificate delle costruzioni dette “pertinenze”, tra cui la “guardiola” con il suo balcone seicentesco arabescato. Mentre fu costruita una chiesetta gentilizia al centro del fortilizio, i cui lavori di arricchimento con marmi intarsiati, decorazioni a stucco e dipinti vennero ultimati nel 1628. Il luogo sacro, per volere del duca Fabio Jr., ospitò dal 1673 alcune reliquie del corpo del martire cristiano Sant’Alessandro di Bergamo, pervenute da Roma con bolla papale e celebrate con antico rituale.
Il feudo di Pescolanciano acquisì sotto i d’Alessandro un’importanza maggiore per l’accresciuta economia agricolo-pastorale e soprattutto per il suo ruolo di sede centrale delle varie circostanti terre acquisite ed amministrate dal Casato, quali Castiglione, Carovilli, Civitanova del Sannio, Sprondasino, Civitavetere.

I cavalli saltatori
Intorno al 1645 fu avviata, ad opera del barone Giovanni(1574-1654), zio di Fabio, un’attività di allevamento di cavalli “saltatori”, razza selezionata per soddisfare particolari richieste di illustri cavalieri del Regno di Napoli, segnando l’inizio di una tradizione ippica-cavalleresca proseguita fino al XIX secolo.[2] Questa attività gestita dalla famiglia divenne poi anche materia di trattati poetici-letterari sotto il terzo duca Gio. Giuseppe d’Alessandro(1656-1715). Ad inizio del XVIII secolo detto personaggio abbandonò la vita sociale e politica della città di Napoli, ove risiedeva, per dedicarsi alla nutrita passione letterale ed a quella equestre. Dall’unione di tecnica ed arte poetica, colorata di assiomi esoterici, scaturì l’insigne trattato “Pietra di Paragone dei Cavalieri”, edita in prima edizione nel 1711 da Don Parrino. Quest’opera, divisa in cinque libri, sulle regole di cavalcare, curare le infermità dei cavalli, espletare la professione di spada ed armi fu a detta del D’Afflitto nelle “Memorie degli Scrittori del Regno di Napoli” (1782), un trattato miliare tanto “(…)che nelle contese di spada, e del merito di un cavallo, a Lui come ad oracolo si ricorrea”. A questo personaggio accademico, legato alla corrente poetica del Marini, si attribuiscono i componimenti poetici successivi, quali “Selva Poetica” del 1713 ed “Arpa Morale” del 1714. L’indole artistico-poetica del duca lo spinse a collezionare negli appartamenti di questa dimora molisana una ricca ed interessante pinacoteca di opere pittoriche (209 quadri risultano elencati nell’inventario del 1715, a soggetto religioso, nature morte, battaglie etc.) di famosi autori, quali il Caravaggio, il Brughel, Fracanzano, Pesce. Il castello divenne, quindi, riferimento culturale di vari personaggi accademici amici del d’Alessandro e continuò ad esserlo con il figlio Ettore(1694-1741), che fece ristampare nel 1723 l’opera del padre “Pietra di Paragone”, ampliata con ulteriori scritti e tavole illustrative tra le quali varie figure di fisionomie tratte dal libro di Giambattista della Porta. Il duca Ettore ospitò, durante l’esilio forzato in Pescolanciano per sfuggire all’ostile occupazione Asburgica (1707-1734), diversi intellettuali contrari ai nuovi governanti. Tra questi, il gentiluomo cosentino Pirro Schettini ed il poeta Galeazzo di Tarsia, le cui rime vennero recepite dal cavalier Basile dell’Accademia degli Oziosi.

La produzione di ceramiche
La dimora fortilizia dei d’Alessandro riscosse ulteriore fama e riconoscimenti all’epoca dell’intraprendente iniziativa di produzione di raffinati manufatti in ceramica ad opera del sesto duca Pasquale Maria d’Alessandro(1756-1816).
Tra il 1780 ed il 1795 la piccola fabbrica di ceramiche, collocata nelle pertinenze del castello, sfornò prodotti di varie tipologie e materiali (piatti, vasellame, teiere, zuppiere, nonché busti e soggetti neoclassici in biscuit), tanto da divenire concorrenziale alla regia fabbrica di Capodimonte in Napoli.
Maestranze napoletane e venete vi prestarono servizio con proprie rispettive esperienze e professionalità. Una tale audace attività imprenditoriale, rivoluzionaria per la provincia molisana e per la secolare economia feudale del Casato, necessitò di sostegni governativi che, però venendo a mancare, ne segnarono la fine.


Storia recente

Dopo un periodo di crisi economica e di impegni finanziari assolti dalla famiglia per restaurare il palazzo gentilizio incendiatosi in via Nardones in Napoli (1798) e il diroccato castello, sconquassato dal terremoto del 1805 con gravi danni e perdite di documenti ed oggetti dell’epoca, il sito culturale di Pescolanciano tornò a “nuova luce” sotto la guida dell’ottavo duca Giovanni Maria d’Alessandro (1824-1910). Gentiluomo di camera di Sua Maestà Ferdinando II, per la sua sentita passione archeologica fu scelto dalla Corte napoletana per dare ospitalità, tra il 1846-1847, allo storico tedesco ed archeologo (poi premio Nobel nel 1902) Teodoro Mommsen, durante la visita agli scavi di Pietrabbondante. Il duca seguì con grande impegno ed interesse questi lavori di recupero di resti monumentali sannitici, tanto da esserne nominato Sovrintendente Regio. Questa passione per le “cose antiche” incoraggiò Giovanni Maria nell’opera di completamento dei lavori di restauro del castello in Pescolanciano. Tali interventi si conclusero nel 1849 con sostanziali modifiche di alcune facciate ed ambienti interni tanto da trasformare l’antica struttura fortificata nell’attuale residenza palazziata. La ben nota fedeltà del duca Giovanni alla dinastia borbonica, portò il Casato ad estraniarsi dalla vita politica-sociale del nascente Regno d’Italia, a tal punto da far passare inosservata alla nuova compagine accademica l’attività poetica svolta dal di lui figlio Alessandro d’Alessandro(1862-1943). Numerosi furono, tra fine XIX e inizi del XX secolo, i compendi poetici dati alle stampe dal giovane d’Alessandro:

“Modi Flebiles” (1894)
“Epigrammi”
“Bellezza fatale”
“Dall’ultima esperie” (1898)
“Il libero pensiero allo specchio”
“I 33 anni di Gesù” (1904)
“La macchina vivente” (1908)

Il nipote Mario (1883-1963), figlio di Nicola M.III, fu fin dall’infanzia provetto ed appassionato cavallerizzo e intraprese sin dalla giovane età una esclusiva collezione di carrozze e finimenti, che donò nel 1962 al museo civico di Villa Pignatelli in Napoli in pieno accordo con il mecenatismo dei suoi antenati. Nel rispetto di questa tradizione culturale e sociale è stato fondato nel 1996 il Centro Studi d’Alessandro, con il fine di valorizzare il maniero di Pescolanciano nonché le aree monumentali regionali, così come la storia locale e quelle tradizioni socio-religiose molisane ormai in via di estinzione.[3]

Religione
Chiesa valdese
La storia della Chiesa valdese a Pescolanciano è certamente legata alla storia della presenza valdese in Molise e all’opera in particolare di emigranti di ritorno dagli Stati Uniti d’America e di “evangelisti” attraverso i quali è stato possibile rendere stabile la testimonianza evangelica a Pescolanciano. In particolare è da ricordare l’azione di Pasquale Caldararo. Emigrato in Brasile e poi negli Stati Uniti, all’inizio del ‘900 conosce l’evangelo da suoi compagni di lavoro e, ritornato in Italia, diffonde in Pescolanciano la conoscenza della Bibbia.
Il 21 maggio 1916 si costruisce un “tempio”, con annessa casa pastorale, e nell’ampio giardino sarà possibile ospitare, durante l’estate, gruppi di bambini per un’attività ricreativa ed educativa. L’anziano di Chiesa, Alfredo Pallotta riuscirà a consolidare un primo gruppo di evangelici composto da diverse famiglie profondamente impegnate nella diffusione della Bibbia e nell’annuncio della Parola di Dio. Nonostante le perdite subite nel tempo a causa dell’emigrazione verso il nord Italia, la comunità rimane fedele al proprio mandato di essere “sale e luce della terra” affinché il mondo possa glorificare il Signore Gesù Cristo.

fonte: Wikipedia

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