PASQUALUCCIO

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Racconto di Maria Delli Quadri [1]

Vallata-del-Verrino
Vallata del fiume Verrino, scenario della storia che qui si racconta

La vicenda che mi accingo a narrare va collocata cronologicamente intorno agli anni 1880 e oltre ed è una storia vera di quelle che, poi, col passare degli anni, svaniscono dalla memoria collettiva e diventano leggende, da narrare nelle lunghe sere d’inverno seduti intorno al fuoco scoppiettante, con i bimbi intenti, con la lucerna che crea ombre, con la fiamma che guizza e si contorce.
Il teatro in cui avvengono i fatti è la campagna di Agnone, paese dell’altissimo Molise, situato su una collina alla cui base scorre il Verrino, piccolo fiume irruento e impetuoso che si getta, poi, al termine del suo percorso, fra le braccia del Trigno, fino al mare Adriatico.

PASQUALUCCIO*
Pasqualuccio è il gestore del mulino di Pontabballe, situato sul fiume nella parte esposta a mezzogiorno. Egli esercita il mestiere di mugnaio  fin da quando è un ragazzo; suo padre, suo nonno, il suo bisnonno hanno trascorso l’esistenza dentro i mulini ad acqua a macinare grano e granturco, a trasportare sacchi pieni  dalle case dei signori  al mulino e viceversa, con muli di proprietà di questi ultimi, su mulattiere scoscese,  nella calura estiva o nel freddo dell’inverno, con la pioggia e col vento.

mulino ad acqua
L’interno del mulino

UNA GIORNATA PARTICOLARE
In questa sua “giornata particolare”,
Pasqualuccio ha dovuto lavorare molto. Fin dalle prime ore del mattino è stato impegnato ad aggiustare il canale dell’acqua per evitare piene pericolose, ha dovuto azionare le macine in continuazione, tanti i clienti, e ogni volta,  al momento giusto, dall’alto della macina ha gridato: “monna, ca esse l’aldre!” (pulisci il cassone, perché arriva roba non tua). Tante le persone, dunque, in questo giorno di afa e di calore; alcuni fanno pure il bagno e assaporano la frescura dell’acqua che scivola sui corpi stanchi e accaldati, portando refrigerio. Anche il medico di Pasqualuccio scende al fiume con i due nipoti, e il mugnaio gli prepara  un pranzo squisito a base di pesce di fiume, i barbi, lasagne di farina integrale con le uova, impastate con l’acqua limpida del torrente e, poi, i contorni dell’orto. Nel pomeriggio c è stata la visita delle guardie doganali per il controllo relativo alla tassa sul macinato in vigore dal 1 gennaio 1869.
Pasqualuccio è stanco a causa della laboriosa giornata. Sull’imbrunire, allorché il fiume  rimane deserto, egli accende una luce ad olio, cena alla svelta, beve un bicchiere di vino, poi, vinto dal sonno,  poggia la testa sulle braccia  e si  addormenta, così, sul tavolo.
Quando si sveglia  manca poco alla mezzanotte; si alza, segna sul quaderno la data della visita dei doganieri: 7 luglio 1883, e scrive pure che quel giorno ha ricevuto la visita del dottore, Francesco Pacillo, con i nipoti.

Pasqualuccio è uno dei pochi uomini della sua condizione sociale che sappia leggere e scrivere. Il miracolo lo ha operato tempo prima un parente monaco che aveva trovato ospitalità a casa sua,  fin dal 1848, quando l’uomo, fuggito dal convento, si era arruolato con Garibaldi e aveva  partecipato alla Presa di Roma del 1848- 1849.
L’uomo, Francesco, detto Cicchitto,  sfuggito alla prigionia e  alla morte  in guerra , si ritrova dunque ospite di Pasqualuccio, nella comunità agnonese di Maiella,  e ricambia il favore dell’accoglienza insegnando a leggere, a  scrivere e far di conto a tutta la famiglia.

neonato (1)

Rinvigorito dal sonnellino, il mugnaio decide di fare due passi all’aperto per vincere l’afa e respirare una boccata d’aria fresca. Il fiume scorre tranquillo sotto le arcate del ponte producendo un piacevole brontolio. Il cielo, rilucente di stelle avvolge la notte e da’ un senso di pace agli uomini e alle cose.
Ad un tratto, un suono diverso, quasi un pianto, uno strillo, un vagito. A Pasqualuccio si accappona la pelle: si ferma, si gira, ascolta; indi  si muove con cautela tra sterpi e cannucce: e  lì, per terra, vede un fagotto tondeggiante che si muove e strilla. L’uomo accende un fiammifero e alla debole luce vede…  Oddio! un bambino paonazzo che si agita furiosamente in un canestro, dentro  il quale sta, ben avvolto nei panni.
L’uomo suda freddo, incespica, per un forte capogiro si appoggia ad un albero, in una fugace visione passa in rassegna tribunali, avvocati, carabinieri. Che fare? Lasciare il canestro e fingere di nulla? Ma… dal settore della sua coscienza nel quale è formulato tale pensiero, parte anche l’ordine di fare dietro- front; ancora prende tempo, gli strilli diventano forsennati  e allora Pasqualuccio, in preda all’affanno, afferra il cesto e corre. Dove? Tra le mura del suo fidato mulino. Appena giunto, sbarra l’uscio, poi con lo zucchero prepara una pupattola  e la mette nella boccuccia affamata, che tace all’istante e comincia a succhiare.

Pasqualuccio, quasi inconsciamente, si muove: mette a scaldare dell’acqua, svolge i panni e vede che è un maschio, lo lava, lo asciuga con un fazzoletto, lo rimette nel cestino su panni asciutti, gli rifà la pupattola, ma gli strilli non cessano. Che fare adesso? Un lampo intuitivo lo fa sobbalzare: ma certo, si torna in Agnone da Custode, sua moglie che un mese prima ha perso una figlia nata da pochi giorni ed è inconsolabile. Le mammelle della donna sono colme di latte, tanto che lei lo va distribuendo a tutti i neonati del rione. Il mugnaio dunque chiude il mulino e si avvia guardingo, lungo l’erta salita. Ad un tratto il verso lamentoso di una civetta lo fa sussultare. L ‘uomo non è superstizioso,  ma si turba e grida: “Brutta bestiaccia, sii maledetta!”.

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IL RIENTRO IN PAESE
In preda a brutti pensieri, ma con la coscienza tranquilla, giunge davanti al portone di casa. Il silenzio è assoluto, le strade sono deserte con qualche lampada a gas acetilene che illumina fievolmente la notte. Bussa al portone e subito la moglie Custode si affaccia, poi, senza proferire verbo, scende ad aprire.  Il  marito, con fare incerto, le porge il canestro dicendo: “Ecco, ti ho portato un regalo, l’ho trovato vicino al fiume e non so chi ce l’ha messo”.
La donna, madre recentemente colpita negli affetti più cari, prende il bimbo, lo spoglia e, senza perdere tempo, lo attacca al seno, pieno, ricolmo di latte. Il trovatello succhia  e succhia per oltre mezz’ora, poi, stanco e sazio, cade in un sonno profondo.
L’uomo trascorre una notte da incubi, combattuto com’è da mille timori, pensieri, incertezze. Il giorno dopo, con la luce del sole,  il mondo s’illumina, ogni cosa torna al suo posto ed egli ormai è tranquillo, sa cosa deve fare. Manda il figlio Alessandro col garzone ad aprire il mulino, poi, deciso, va a trovare un avvocato suo amico e gli racconta l’accaduto. Questi gli consiglia di prendere il bambino e  di portarlo davanti all’ufficiale di stato civile, il quale saprà cosa dire e cosa fare. Con la moglie Custode, vestita con l’abito della festa, la coppia si reca al comune, dove, ascoltati i fatti, tutti  i presenti  vogliono vedere il bambino e chiedono il perché e il percome dell’accaduto.

NASCE PIERO DEL MULINO
Pasqualuccio ha ormai assolto il suo dovere e  non vorrebbe altri incarichi, ma l’impiegato riesce a convincerlo a portare a casa il bambinello facendo leva sulla pietà di Custode che vedrebbe così rimpiazzato il posto lasciato vuoto dalla “sua” piccolina, appena defunta. ” E’ un segno di Dio” dice l’uomo  “il quale vuole farvi un regalo, vuole darvi consolazione per la perdita recente, e poi, dove la trovo una balia!”. Il marito guarda la moglie, un breve cenno di assenso, e la faccenda è chiusa. L’adozione del piccolo Piero Del Mulino diventa definitiva per l’accomodante condiscendenza di Pasqualuccio e della moglie Custode. Soprattutto è grande la soddisfazione dell’ufficiale di stato civile, il quale, con quella risoluzione si sente alleggerito di un grave peso e responsabilità.

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ADOLESCENZA E GIOVINEZZA DI PIERO
Piero cresce in casa come uno di famiglia. Mai malato, piccolo di statura, ha tuttavia una vitalità straordinaria: si muove con salti, contorcimenti e balzi felini tali da far pensare ad un atleta da circo equestre. Nei rapporti con i fratelli  è buono e disponibile, ma, in caso di contrasti, assume atteggiamenti fermi e decisi; non cede mai e difende con tenacia le sue posizioni. Solo Pasqualuccio e sua moglie riescono a fargli accettare comportamenti più concilianti.

Riceve anche lui, come gli altri, i primi rudimenti del sapere dal monaco garibaldino. A undici anni sa più di quanto a quell’età  possa essere possibile.  Ha  ingegno acuto e pronto  che gli consente di imparare  tutto e bene. Dopo la quarta classe, che allora era un quasi limite per la prosecuzione degli studi, viene mandato come apprendista presso un orafo. All’epoca i laboratori di oreficeria erano molto diffusi nel paese e rappresentavano una delle principali fonti di economia. Qui il  giovane impara i segreti del mestiere, lavora con profitto; comincia a guadagnare alcune lire settimanali, somma che consegna quasi per intero a suo padre. Ha carattere orgoglioso e altero, con gli amici vuole sempre  primeggiare, non accetta contrasti o rimproveri.  Viene così spesso a trovarsi in diverbio con loro che non tollerano le sue prepotenze; è anche capace di scherzi pesanti , come quando, all’osteria, una sera accusa forti dolori alla vescica, si contorce, urla e, all’arrivo del medico, stappa non visto una bottiglia di birra nascosta tra i pantaloni.; questa, sprizzando con forza il liquido ambrato sugli astanti,  suscita ilarità ma anche schifo. In una parola è l’anima della comitiva.

“ALLE 5 DELLA SERA”
Piero da un po’ di tempo guarda con trasporto una ragazza del luogo, Fiorina, la quale però non disdegna le espansioni  di Lorenzo, altro aiutante della  bottega di oreficeria. Tra i due giovani maschi non corre buon sangue, si guardano sempre in cagnesco, sono gelosi l’uno dell’altro, mentre la donna guarda all’uno e all’altro con civetteria mascherata da ingenuità. Non bisogna dimenticare che all’epoca una ragazza non poteva uscire da sola, né permettersi di lanciare ai giovani sguardi dolci e languidi, ma lei lo fa, ignara delle possibili conseguenze del suo comportamento. Un amico informa Piero che Lorenzo vuole avere un colloquio chiarificatore con lui in merito a Fiorina.  Conoscendo il carattere aggressivo e impulsivo di Piero, Lorenzo andrà all’incontro armato di  pistola non per usarla contro il rivale, ma per fronteggiare ogni evenienza possibile.
Anche Piero, a questo punto, decide, a sua volta, di uscire armato.

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La ragazza manifesta preferenze per Piero a cui ha regalato oggetti d’oro eseguiti dall’altro spasimante. Piero  ne fa sfoggio, quasi a dimostrare all’altro che le sue frequentazioni con Fiorina sono una realtà quotidiana. L’incontro/scontro ha luogo sulla pubblica strada. E’ il tardo pomeriggio, alle 5 della sera direbbe Garcia Lorca, e in giro c’è gente Tutti sono intenti a guardare e a sentire i due che se le danno di santa ragione,  che si lanciano invettive e insulti, parole pesanti e bestemmie. Nel silenzio generale si ode  una parola che Lorenzo non avrebbe dovuto dire e Piero non avrebbe voluto sentire: “MULACCHIO!”Questo è l’inizio. In preda all’ira cieca Piero spara, Lorenzo replica e, mentre i due restano illesi, un passante, colpito a morte, stramazza  al suolo. Quale delle due pistole ha sparato?

Questo resterà un mistero. Lorenzo  viene arrestato, ma si dichiara innocente, mentre Piero si da alla latitanza rifugiandosi nel bosco di Caparreccia, località a lui molto nota, perché prossima al mulino.
Alcune sere dopo il misfatto, Pasqualuccio se lo vede arrivare, ansante, scarmigliato, indebolito. Il vecchio grida, urla, lo chiama “assassino”, impreca la malasorte e ricorda il lontano grido della civetta in quella fatale sera in cui tutto è cominciato. Piero protesta la sua innocenza e chiede al padre adottivo un ultimo sacrificio: aiutarlo ad espatriare… Vuole andare in Argentina, dove si rifarà una vita, lavorando e comportandosi  onestamente, perché “lui è onesto”.
Pasqualuccio lo perdona, gli da la chiave di un altro mulino abbandonato e gli promette l’impossibile , a cominciare dal cibo che gli farà trovare tutte le sere in un posto prestabilito.

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GLI AMICI DEGLI AMICI
M.A. di Agnone e V.G. di Napoli sono due affiliati alla camorra che si occupa di espatri clandestini dietro compenso di denaro, questo chiede Piero.
Pasqualuccio torna a casa quella sera, spranga l’uscio e si confida con Custode. La donna approva il piano di fuga esposto dal marito e, mentre una lacrima furtiva compare tra le ciglia dice soltanto: “Dove troveremo il danaro per aiutarlo?”
“Ci aiuterà la Provvidenza”, risponde il marito. Ci vogliono 600 lire! (quasi 12 milioni di lire)
Il giorno dopo il mugnaio non va al lavoro, ma si mette in moto per  organizzare la delicata impresa. Inutile raccontare le ansie, i passi spesi, i colloqui segreti. Finalmente arriva da Napoli un foglio di carta strappato da una parte, con l’invito comunicato a voce di recarsi in questa città e di portare il pezzo di carta. Su entrambi c’è scritto “SANTA LUCIA”.  E’ questo il marchio di riconoscimento.
E il denaro? 350 lire raduna Pasqualuccio, 250 ce le mette il prete. La somma è giusta.

LA PARTENZA
All’alba di due giorni dopo, Piero lascia definitivamente il  paese. Le lacrime gli annebbiano la vista, il dolore è grande. A portarlo lontano è un carretto di gente fidata che fa di norma il servizio di trasporto. Vestito in modo grossolano, quasi cencioso, lui, tanto ricercato e orgoglioso della sua prestanza fisica, deve fare esercizio di umiltà, dormire nella stalla sopra un pagliericcio posato per terra, caricare e scaricare. Nel frattempo esegue le istruzioni a puntino e, dopo qualche giorno, s’imbarca su una nave proveniente da Marsiglia e diretta a Buenos Aires
Così finisce la vicenda agnonese di Piero Del Mulino che, in seguito, nel Nuovo Mondo, farà fortuna nel commercio dei preziosi.  A Pasqualuccio ogni tanto arriva del danaro e, quando un agnonese emigrato in Argentina torna in patria, porta per lui e Custode oggetti d’oro di rara bellezza.

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*Liberamente tratto da :”Ricerche, ricordi e fantasie di un Ottuagenario Molisano” di Giuseppe Delli Quadri -Edizione Bastogi – 1985

I figli di Pasqualuccio (Delli Quadri), mugnaio, sono:
Antonino (Primaletta) da cui discende la famiglia Delli Quadri-Li Quadri
Stefano (ru furnar a Maiella), da cui discende la famiglia Delli Quadri-Policella-Diana
Alessandro, mio nonno, da cui discende la famiglia di Delli Quadri Giuseppe
Concetta (la furnara) da cui discende la famiglia Patriarca
Teresa, emigrata negli Stati uniti, da cui discende la famiglia Lauriente-Cachey

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[1] Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.

3 Commenti

  1. Cara Maria il tuo racconto non è nuovo per me perchè mamma me lo ha raccontato tante volte Pasqualuccio e Custode erano i genitori di nonna Concettina sorella di tuo nonno Alessandro ,zio Antonino Zio Stefano e zia Teresina che stava in America….mamma mi racconta sempre di zì monaco Cicchitto garibaldino che aveva insegnato a leggere e scrivere a nonna e fam infatti hanno frequentato la scuola fino alla sesta e zia Teresina in America scriveva le lettere per tutti gli Agnonesi che volevano comunicare con i familiari!!!| mamma è rimasta contenta nel risentire la storia e aggiunge sempre particolari….mi ha detto che Piero in Argentina ha sposato una agnonese che appartiene alla fam dei Pignatari…chiedi a tua cognata Assunta se ne sa qualcosa….complimenti e un abbraccio grande!!!

  2. Racconto fantastico, quasi inverosimile, ma anche reale, dati i riscontri e gli agganci nel paese di altre persone che ne erano o sono a conoscenza… Ed in verità nel secolo scorso o meglio ancor prima, erano fraquenti casi di “trovatelli” che cambiavano la loro sorte ,”adottati” senza troppa burocrazia —come invece si fa oggi—.La tua bella penna, Maria, lo ha dipinto di colore, di mistero e di fascino, consegnandolo ancora alla leggenda, pur fuori di AGNONE…

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