PANTÀSEMA: stregheria negli abruzzi (V) – La Tessitura

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di Rita Cerimele [1]

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La tradizione dell’entroterra  abruzzese, fino al secolo scorso era rappresentata da guaritori e medici popolari che avevano il potere di guarire i mali dello spirito connessi alle fatture.
I pastori abruzzesi che si occupavano della transumanza del bestiame, i fusari di Pretoro che erano dediti alla tornitura del legno e le donne depositarie di antica saggezza, erano spesso considerati maghi e fattucchieri a causa della loro discendenza dai Marsi.

Il misterioso faceva paura e rendeva la gente molto sospettosa verso queste figure.
Il timore generale verso tali individui, fu la causa che ispirò i popolani a ideare i metodi per impedirne l’ingresso nelle proprie abitazioni. Alcuni esempi sono: la scopa di saggina, il ramo di pino, la pelle di capra, il pettine posto sull’uscio. L’ostacolo veniva rappresentato dalla credenza che tali soggetti avrebbero dovuto contare aghi, setole, peli e denti; in questo modo si sarebbero attardati fino allo spuntare dell’alba non potendo così varcare la soglia.

La notte stessa faceva paura, mancava la percezione di cosa potesse accadere. Quello che non si sapeva, si poteva sempre inventare. La credenza popolare non si limitava a immaginare la strega nella sua trasmutazione in gatto nero, ma le attribuiva il potere di maliare le giovani donne facendo perdere loro la memoria, per cui queste si sarebbero trovate a vagare nella notte, e a tessere le tele nelle case.

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Seguono testimonianze depositate negli archivi storici diocesani di Chieti, L’Aquila e Pescara:

Ernestina Nelli – n.1905 – Bomba (CH)
«Una donna che conoscevo aveva una bambina che veniva sempre disturbata da qualche strega; in questo modo a questa poverina erano già morti tre o quattro figli. Allora, fece la veglia per nove notti vicino alla culla, finché entrò in casa una gatta (quella era la strega), la prese e la fece nera di botte, come si insanguinò ridiventò una persona, una donna normale (che pure conosceva, era dello stesso paese). Questa se ne scappò fuori e così la bambina fu salva».

Maria Di Pompeo – n.1960 – Castel del monte (AQ)
«Tutte le notti, una donna sentiva il telaio lavorare su e giù nella stalla; il giorno appresso, mise un segno sulla tela e, quando la mattina dopo tornò a vedere, la trovò cresciuta. Raccontò il fatto al marito e fecero un buco nel muro per vedere chi era che tesseva la notte. Andarono a dormire, ma, a un certo punto arriva una donna che accende il lume, si siede e comincia a tessere.
Allora, quelli prendono un ferro, lo arroventano e la colpiscono sulla mano, esce il sangue e questa si mette a dire: “Povera giovane di Perugina, povera giovane di Perugina!”. Allora, la moglie e marito scendono sotto e si fanno dire dove abitava e di chi era figlia e così la mattina dopo la riportarono a casa sua: il padre per la contentezza che gli avevano salvato la figlia, gli fece per regalo un sacchetto pieno di marenghi d’oro».

Santina Astrologo – n.1925 – San Valentino (PE)
«Una donna, tutte le mattine, ritrovava la tela tessuta: allora per vedere se era qualche strega a tesserla, la notte appresso, prese uno spiedo e lo arroventò nel fuoco. Quando, a una certa ora ha sentito il telaio tessere, fece passare quel ferro per un buco che era nel muro, giusto nella direzione della spola, così colpì la mano della strega, la marcò; come è uscito un pò di sangue, apparve una bellissima ragazza (perché prima era invisibile) che disse: “Povera veneziana, sono venuta tanto di lontano; chi mi riporta alla Venezia mia”

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I nove giorni
Per essere completato, il ciclo lunare ha bisogno di tre giorni per ciascuna fase: tre per la crescente, tre per la piena e tre per la calante, per un totale di nove giorni.
Anticamente tutte le operazioni dei campi si svolgevano nell’arco dei nove giorni seguendo proprio i ritmi lunari, come ad esempio: l’aratura, la semina, il raccolto, la potatura delle viti per ottenere buon vino.
Per i pagani il nove era considerato numero magico.
Alla Dea venivano attribuiti tre volti:  la giovane, la donna e l’anziana, ricollegabili alle tre fasi della luna.
La chiesa cattolica ha utilizzato questa triplicità, tre volte tre, nella sacralità della novena. Infatti “vegliare la culla per nove giorni” come si legge al n.1905 di Ernestina Nelli, altro non era che la preghiera scandita nel rito della novena.
Negli atti sopra riportati non appare terrore o la paura dell’affrontare, perché quelle dicerie erano considerate parte della quotidianità, era la norma.
Si diceva che le streghe potessero essere anche su viaggi temporali, smaterializzarsi, essere in un posto e presentarsi in un altro.
La strega, la stregheria, o la donna infatuata di strega che possedeva un qualche potere, non veniva giudicata colpevole, al massimo era considerata stramba.

Testi tratti da:
“Le superstizioni degli Abruzzesi” di Emiliano Giancristofaro-Opuscolo informativo
“Streghe: dramma, emozione, turbamento in un mondo che ci appartiene”
di Franco Di Silverio
“Guida alle streghe in Italia” di Andrea Romanazzi

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*Pantàsema: antica figura femminile legata ai riti agricoli della cultura pagana del centro Italia, particolarmente presente nei territori laziale e abruzzese

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[1]Rita Cerimele: molisana di Agnone (IS), ama scrivere racconti memory, fantasy e favole. Compone poesie in tutte le sue forme, da quelle tradizionali – Endecasillabi e Sonetti, anche in lingua antica- a quelle più innovative: Haiku, Sedoka, Haiga e Keiryu.

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Musica : “Faerie Night Song”
Editing: Flora Delli Quadri
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