PANTÀSEMA: Stregheria negli Abruzzi (III) – Angela Occhio d’ vrocca

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di Rita Cerimele [1]

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Questa storia è tratta da un vero e proprio processo per magia contro la notoria maga, strega e fattucchiera, Angela, alias Occhio d’ vrocca (occhio di gallina).
Autrice di malie contro Ignazio Rapattuni, ex amante della figlia Giovanna, il quale da sette anni circa si ritrova «maliato, stroppio, dentro d’un fondo di letto».

Ignazio Rapattuni aveva minacciato diverse volte la strega di denunciarla al santo Ufficio, se non avesse «guastato la fattura» o lo avesse «reso libero», ottenendo solo promesse non mantenute.
Alla fine il povero Rapattuni, più travagliato che mai, e dopo che la fattucchiera gli ha fatto intendere che «mai sarrà che vogli guastargli detta malia e che morirà esso supplicante dato al demonio», denunzia tutto al Commissario del Santo Ufficio, invocandolo in Visceribus Christi, di prendere a cuore il suo caso e di punire la strega.

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I fatti sono accaduti a Chieti dal 1661 al 1668, anno in cui, il tre Dicembre, c’è la supplica di Rapattuni corredata, però, dai verbali degli interrogatori di alcuni testimoni, avvenuti tutti nell’Agosto precedente, che occupano nove delle undici carte di cui si compone il documento.

I testimoni, quasi tutti vicini di casa, sono: Giuseppe Celentani, Antonio della Tucca alias Lanuto, Pasquale Cinquina con la moglie Geronima, Tonto di Caramanico con la moglie, Domenico Roccioli, Vegilia Centobeni, Angela Dolce Canto, che concordano nei particolari riportati nelle testimonianze.
Inizia Giuseppe Celentani, residente a Chieti, vicino a casa di Angela Occhio di rocca  nei pressi di Porta Pescara, di cui dichiara di aver sentito in giro che è una «malissima donna e tiene nome di pubblica fattucchiera e donna di malissimo vita….. che ce l’habbia fatta … per cause che detto Ignatio conosceva carnalmente detta Giovanna sua figlia e perché sempre bastonava e maltrattava essa Angela…».

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Il Celentani dichiara anche di aver ricevuto l’incarico dal Rapattuni di intercedere presso Angela perché sciogliesse la fattura. La donna promise di interessare una sua amica «schiavona» capace di queste operazioni magiche, ma questa nel frattempo era morta, e perciò non se ne fece nulla.
Le altre testimonianze concordano tutte con questa versione: Rapattuni era immobilizzato a letto per una fattura di Angela, la quale si era così voluta vendicare dei maltrattamenti subiti, e perché a causa dei litigi, egli aveva anche lasciato la figlia Giovanna, sua amante; quest’ultima era stata sentita da più d’uno «rimproverare alla madre di aver affatturato il suo amante».

Il fascicoletto intitolato «Inquisizione di stregoneria contro Angela detta occhio di vrocca di Chieti, 1668», non aggiunge altro ai verbali delle testimonianze che spesso parlano dell’inquisita come di famosa fattucchiera, e per la gente e fra la gente della città di Chieti, si diceva pubblicamente della «fattura» che teneva immobilizzato il povero Rapattuni.

Si è svolto il processo? E’ stata condannata la strega oppure è nel frattempo deceduta, per cui non si è più potuto procedere? E l’affatturato, per quanto tempo ancora è rimasto paralizzato sotto gli effetti della malia? Nessuno lo saprà mai, a meno che non vengano trovate altre carte successive a quelle della fase istruttoria, se ve n’è una.
Un fatto è certo: Angela non doveva essere una donna morigerata, ma….. le capacità stregonesche le venivano attribuite, probabilmente, perché aveva gli occhi simili a quelli della gallina.

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Donne malefiche: per diventare  streghe bisognava avere minimo tredici anni, il tredici era considerato numero magico.
L’età media non superava i trent’anni e i segni d’invecchiamento erano molto precoci, come il bianco dei capelli, per cui venivano definite canute.
Le giovani erano dedite agli incantesimi e filtri d’amore e le vecchie si occupavano di Invidia e Malvagità.
Queste donne furono accusate di trascinare gli uomini alla dannazione, di gettare il malocchio e di toglierlo, dopo aver operato un patto col diavolo, attraverso incantesimi e malefici su persone e cose, di sedurre le ragazze al culto diabolico, di sacrificare bambini, di controllare la fertilità e l’impotenza, di operare l’aborto. Potevano trasmutarsi in animali quali cane e gatto neri, in civette.  Erano le uniche responsabili delle calamità naturali che si abbattevano sui campi, delle malattie e delle morti improvvise; le si riteneva capaci di provocare anche la temutissima impotenza sessuale.

Oltre all’accusa di avvelenare, uccidere, cospirare, di attuare crimini sessuali, contro le pantàseme* se ne formulava un’altra: quella di curare e guarire.
Erano erboriste e guaritrici, assistevano il popolo privo di medici e ospedali, usando le loro conoscenze sulle erbe curative,  non certo con sortilegi e magie. Sono state le prime levatrici e per questo motivo, a loro, si rivolgevano le suore dei conventi per avere la miscela di erbe con cui procurarsi l’aborto.
Venivano riconosciute attraverso quei segni cui il vero cattolico doveva stare attento:
capelli biondi e occhi neri; capelli neri e occhi blu; capelli rossi; nei; se vivevano oltre i trent’anni; e se, come nel caso di Angela, avevano gli occhi simili a quelli di gallina.

 

Testi tratti da:
“Le superstizioni degli Abruzzesi” di Emiliano Giancristofaro-Opuscolo informativo;
“Streghe: dramma, emozione, turbamento in un mondo che ci appartiene“ di Franco Di Silverio.
www.letteraturaalfemminile.it

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*Pantàsema: antica figura femminile legata ai riti agricoli della cultura pagana del centro Italia, particolarmente presente nei territori laziale e abruzzese

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[1]Rita Cerimele: molisana di Agnone (IS), ama scrivere racconti memory, fantasy e favole. Compone poesie in tutte le sue forme, da quelle tradizionali – Endecasillabi e Sonetti, anche in lingua antica- a quelle più innovative: Haiku, Sedoka, Haiga e Keiryu.

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Musica : Nordic Pagan Ambient Music – Valkyrie
Editing: Flora Delli Quadri

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