oro Rosso – Capitolo 8

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Questo è l’ottavo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc pensa alle fiere da frequentare e ai pastori padroni dei tratturi, alle loro sensibilità, alle loro credenze e al loro modo di essere.

Per il Capitolo 7 – oro-rosso-capitolo-7

Transumanza- foto d’archiovo dell’ente parco nazionale d’Abruzzo

Capitolo 8

Ci trattenemmo qualche giorno a ” la ramera”.

Ue’ducc approfittò di quella pausa per sistemare un po’ dei suoi attrezzi da lavoro e per piccole riparazioni al carro compreso lo strappo nel telo. Si procurò delle sottili lamine di rame che gli sarebbero servite per più usi, si approvvigionò dalle masserie della zona di cibo conservabile e dal mulino prese qualche sacchetto di farina di mais per polenta o “pizza randign“[1]. Al confettificio di A. si procurò anche un bel po’ di confetti, il cui acquisto gli era stato commissionato  poiché era nota anche al di fuori di quella zona la loro bontà.

Un giorno, accortosi che le mie ferite si erano richiuse, mi condusse al fiume e mi lavò.

Io, che camminavo a tre zampe, all’inizio cercai di divincolarmi ma dopo lo lasciai fare, rassegnato. Una volta pulito mostrai un pelo sorprendentemente morbido, color burro con macchie di un caldo color cannella.

I miei occhi, che tenevo adesso ben aperti, seguivano Ue’ducc’ in ogni suo spostamento. Ero diventato la sua ombra.

Partimmo una mattina all’alba, diretti ai paesi della costa e al loro più prossimo entroterra.

C’erano delle fiere che Ue’ducc’ non voleva perdere in quelle zone e inoltre voleva controllare la situazione in merito ai furti di rame. Promise che sarebbe tornato alla metà di Luglio, per la grande fiera della Madonna del Carmine che non si sarebbe perso per nessun motivo.

Percorremmo la strada maestra a lungo fino ad incrociare la pista erbosa  del grande tratturo. Non la avremmo abbandonata per un lungo tratto per poi deviare per un tratturello secondario  verso la costa, mentre il tratturo principale  avrebbe proceduto percorrendo le aree interne.

La vegetazione era ricca oltre che di coltivazioni, di prati erbosi e foraggere per le bestie al pascolo ma anche di aree  di ontani, robinie, biancospini, querce, pini e fiori variopinti.

La fauna era abbondante di uccelli, dai passeri più comuni, ai rapaci diurni e notturni; ma non mancavano i mammiferi selvatici, vari roditori,  lepri e volpi.

Giunti su  una verdissima altura il mio padrone fermò il carro.

Lo osservai, allora, mentre , inebriato dal vento carico di odori selvatici, assorto, sembrava ascoltare la voce muta dei profondi silenzi e assaporare l’ebrezza della sensazione  di libertà.

In quella quiete solenne  porse l’orecchio alla eco ormai lontana delle greggi belanti, zampogne viventi di Natali passati che a quell’ora erano tornate ai verdi pascoli delle loro montagne!

Ci rimettemmo in cammino.

Lungo i percorsi si incontravano campi coltivati, chiese rurali, icone sacre, pietre di confine o indicatrici del  tracciato e piccoli borghi dove si organizzavano le soste, dette stazioni di posta.

Proprio in queste ultime gli era capitato di avere con i pastori transumanti un contatto ravvicinato.

Anch’essi infatti frequentavano le osterie di quelle stazioni, rimanendo, però, per lo più tra loro.

Rivedeva il fiume bianco di pecore che in più occasioni in passato, gli era capitato di incrociare con al seguito i suoi pastori, nere figure enigmatiche  e silenziose di uomini che si stagliavano nette sul verde dei prati e il bianco delle pecore. Volti di pietra scavati dal vento e dalle intemperie come le montagne dalle quali provenivano.

Tra tutti gli individui che aveva incontrato nel suo girovagare le figure dei  pastori erano rimaste per lui le più ermetiche: erano gli unici con i quali gli sembrava di non essere riuscito a  sviluppare un rapporto di comunicazione fecondo.

Taciturni, chiusi tanto da sembrare accartocciati su sé stessi, quasi sorpresi  che qualcuno avesse potuto accorgersi di loro se gli si rivolgeva la parola, rimanevano sempre ai margini e sembrava che la loro esclusione non gli dispiacesse.

Mentre seduto ad un tavolo di una stazione di posta mangiava,  aveva a volte teso l’orecchio ai racconti che essi si facevano, desumendone che la loro vita trascorreva   per lo più lontano dalle famiglie. Li aveva qualche volta sentiti prendere in giro qualcuno di loro che da poco aveva “la sposa” e paventargli la possibilità che lei non lo aspettasse tanto a lungo quanto durava la transumanza.

Una sera un gruppo aveva intonato un canto all’indirizzo di uno di loro :

Dimme a chi piénze, Amore
se t’arcuorde de me na volta all’ora;
se t’arcuorde de me tre volte arru iuorne,
la matina, la séra e ru mesiurne
se t’arcuord de me tre volte all’anne,
la Pasca ru Natale e r’ capedanne”

Ma quando lui si era avvicinato e aveva iniziato a canticchiare con loro proponendo poi un accompagnamento col suo organetto, essi si erano subitamente ritratti  facendosi silenziosi e vergognosi .

Per cui lui aveva desistito.

Il luogo dove ci  fermammo per la prima sosta, per la sua posizione strategica, era uno di quelli che fungeva  da “riposo” per le greggi transumanti ed era dotato di tutto il necessario per i pastori e per i loro animali.

Non c’erano, naturalmente, in quella stagione greggi e pastori.

Ue’ducc’ si  avviò a mangiare un boccone nella locale osteria.

Si intrattenne un po’ con gli avventori giocando a carte davanti a un bicchiere di vino, si interessò agli eventi della zona che li  riguardavano  direttamente: i raccolti, le bestie  Si informò sulle persone che non erano lì e venne messo al corrente delle novità che li riguardavano.

Poi salutò e tornò al suo carro.

Davanti a lui si apriva  il grande spazio del pianoro.

Sullo sfondo si stagliava il profilo dei monti.

Il freddo raggio lunare che colpiva l’ assonnato paesaggio notturno, cambiava i colori di ogni cosa: le foglie verdi degli alberi si erano vestite  di un grigiastro perlaceo e  il cielo sembrava abbassarsi avvolgendo con il suo abbraccio  ogni cosa terrena.

Le ombre  che sembravano nascere dai raggi argentei della luna si rincorrevano e danzavano accompagnate dalla silenziosa armonia della notte.

segue su ….oro-rosso-capitolo-9

 


[1] Pizza con farina di mais

Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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