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Oro rosso – Capitolo 7

Questo è il settimo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’, tornando dai “maglient” per passare con loro la serata e la notte, ritrova il cane che un povero d’animo e di spirito (delinquente) aveva malridotto fino ad ammazzarlo. Ne ha compassione. Lo carica sul suo carretto, lo cura alla meglio. Poi raggiunge io suoi amici ed inizia la serata

Per il Capitolo 6 – oro-rosso-capitolo-6

 

Capitolo 7

Sulla strada del ritorno incontrò parecchi contadini che tornavano dai loro lavori conducendo con sé carretti pieni di attrezzi,  pecore o qualche mucca.

Tra loro anche alcuni parenti di sua madre con i quali si fermò a scambiare qualche parola.

Gli chiesero se si sarebbe fermato nella sua “casetta” per un po’ ma rispose loro di no  perché aveva fretta di rimettersi in viaggio. Senz’altro, però, alla prossima occasione, quando si fosse fermato più a lungo, sarebbe passato a salutare loro e le loro famiglie.

Alcuni altri contadini che incontrò lo  conoscevano, invece, perché in alcune masserie si era fermato in passato per vendere o acquistare qualcosa. Si salutarono, come era d’uso, con un cenno della testa.

Ad ovest il sole,  si apprestava, anche lui,  a terminare la sua giornata di lavoro.

Ue’ducc’ cominciò piano a fischiettare. Fischiare era un’ attività nella quale si compiaceva nelle lunghe ore di viaggio solitario.

Giunse al punto in cui mi aveva trovato. Se fossi appartenuto a qualche masseria dei dintorni certamente a quell’ora mi avevano ritrovato oppure io stesso avevo cercato di raggiungerla, considerò.

Guardò sotto l’albero dove al mattino mi aveva appoggiato.

Ero ancora lì!

” ….Isc!!!!…..” ordinò a Bartolomeo tirando le redini.

Smontò dal carro e si avvicinò.

Avevo gli occhi chiusi come mi aveva lasciato.

Si accovacciò accanto a me e piano mi toccò per sentire se ero vivo.

Lo ero, eccome!

Percorse allora la mia testa dal muso alla sommità giù fino al collo e si accorse di qualcosa che al pomeriggio non aveva notato: sotto il pelo del mio collo  recavo i segni  di una catena con spuntoni! Le ferite erano ancora aperte.

Ebbe un moto di collera!

Lui non aveva mai posseduto un cane ed aveva avuto a che fare a volte con cani randagi che sapeva essere pericolosi. Ma tenere un essere vivente alla catena fino a ridurlo come ero stato ridotto io era lontano dalla sua comprensione!

In un attimo prese la sua decisione. Seppure  fossi stato di qualcuno, quel qualcuno aveva dimostrato di non  meritarmi.

Mi avrebbe preso con sé e curato al meglio. E poi….., poi si sarebbe visto! Magari qualche suo conoscente o parente in campagna poteva avere bisogno di me, oppure al convento da suo fratello….

Andò al carro e distese un sacco infilandoci dentro degli stracci. Poi mi depose delicatamente lì sopra.

….Jem’cinn’, cumbà…. Se pur’ t’niv’ nu patron’ è megl’ ca l’ sci perdjiut’…..” [1]  disse rimontando sul carro.

Riprendemmo il cammino fino al sentiero che conduceva a “la ramera”, lo imboccammo e presto fummo nello spiazzo antistante il primo caseggiato.

“R’maglient” avevano smesso il lavoro e stavano arrivando dalla fonderia. Qualcuno accanto alla vasca  si lavava  per togliersi di dosso la fuliggine.

Uno di essi già trafficava intorno al fuoco.

Ue’ducc’ smontò ridendo dal carro ed avvertì gli altri che aveva con sé ogni ben di Dio, subito attorniato dagli uomini incuriositi.

Al vedere i “magliatelli” gli uomini mostrarono il loro entusiasmo. Erano una prelibatezza!

Ue’ducc’ spiegò da chi li aveva avuti e consegnò a Emidio anche i restanti generi alimentari.

Gli uomini si diedero da fare per disporre i magliatelli su  rudimentali griglie ed arrostirli.

Fu a quel punto che il mio benefattore venne  al carro e tornò verso il fuoco reggendomi tra le braccia.

Mi depose poi delicatamente vicino al fuoco.

Al vedermi  gli uomini lo guardarono sorpresi.

Ue’ducc’ spiegò l’accaduto.

Poi lavò piano le mie ferite. Andò al carro e ne tornò con delle boccette di unguenti che spalmò su di esse. Quindi andò in cerca di un legno abbastanza resistente, lo spezzò e con quello mi steccò la zampa  annodandolo ad essa con delle strisce di stoffa strappate da un vecchio sacco.

Guaii miseramente!

Avvertii che mi umettava le labbra con un panno bagnato.

Tirai fuori la lingua riarsa per bagnarla.

” Brav’ cumbà….viv’ …. chjien….. chjien….”[2] disse piano Ue’ducc’ accarezzandomi il muso.

Lo leccai piano, sulla mano.

“R’ maglient” avevano intanto perso interesse alla novità.

Erano indaffarati a preparare l’occorrente per la cena.

Quando tutto fu pronto si sedettero intorno al fuoco.

Tutti elogiarono i “magliatiell”  che mangiarono accompagnandoli con grandi fette di pane. Quindi ognuno prese un po’ di pomodori in insalata con la ” turtanella ” e il sedano inzuppando bene il pane nel loro sughetto.

Chiesero infine  a Ue’ducc’ notizie sulla vita in paese e vollero sapere dei furti di rame di cui erano al corrente.

Il fatto che “r’ mesctr'” avessero acquistato delle botteghe sulla costa era per loro motivo di contentezza perché significava che gli affari della famiglia prosperavano il che equivaleva  a tranquillità per il loro lavoro.

Ue’ducc’ riferì senza entrare nei dettagli. Era molto ritroso a parlare quando si trattava di cose che riguardavano altri.

Uno dei maglient  arrivò con un po’ di patate che vennero tagliate per il verso della lunghezza e messe a cucinare sotto la cenere e le braci.

Si passarono e ripassarono, quindi, un fiasco pieno di vino.

” …. E mò ch’ c’ fiè ch’ quiss’?….. “[3] disse ad un tratto uno di essi rivolto a Ue’ducc’ indicandomi. ” …..t’niv ‘ picca ‘ujej ch’ t’ sci jut’ a ‘ngullà pur quiss’!!“[4]

Gli altri risero.

Ue’ducc prese un po’ di  lardo che gli uomini avevano affettato per mangiarlo col pane e mi si avvicinò .

Dopo poco, alle sue insistenze, aprii la bocca e cominciai a masticare.

Mi diede allora anche un po’ di pane e una ciotola con l’acqua.

Bevvi lentamente..

” ….n’è p’ mò a st’enn’ l’ossa!!! …” [5] commentò un ” maglient “.

“... Quiss’ tè chjù fam’ d’ njiue…..” continuò ” …..sci fatt’ s’accatt’ !!!!!.N’t’avasctava ru cavall’ a darje a magniè….. t’ c’ mancava pur’ ru ….CUON!!!!”[6]

Gli altri presero a ridere.

” …. T’ r’ tjè? ….?”[7]   chiese un altro.

” …. Ehmmmm, ….. N’ l’ sacc’…. P’ mò’ sci……podopp…. Sa fa Die, ch’è sant gruoss’….“[8] rispose lui continuando ad accarezzarmi il muso.

” …. E allora , uagliò, ” gli disse il più anziano tra loro sorridendo sornione ” .….t’ l’ dich’ ji’ gna’ l’ja chiamà sà besctia: …..Ujemuort’ …..”[9]

“…… Ujemuort!!!!….. “ ripetè Ue’ducc’ “..… po’ ji’ ……” aggiunse poi ridendo e accarezzandomi  sulla pancia ” .... è ru nom’ sija!!!….”[10]

Tutti scoppiarono a ridere.

Finita la cena Ue’ducc’ si alzò andò al carro e tornò vicino al fuoco col suo organetto.

Gli uomini si apprestarono a fargli da accompagnamento battendo le mani o i piedi a terra o percuotendo i piatti e i tegami con le posate.

Poi due di loro improvvisarono un salterello tra le risate generali.

La venuta di Ue’ducc’ portava sempre con sé buonumore!

Rimasero ancora un po’, lì, accanto al fuoco morente, nell’incipiente  buio della sera.

Poi andarono a dormire.

All’indomani si sarebbero alzati presto per iniziare una nuova giornata di duro lavoro e l’allegria e la spensieratezza di quella serata sarebbero rimaste intrappolate nei sogni notturni pieni della fuliggine della fonderia.

Offrirono all’amico un letto all’interno.

Ma Ue’ducc’ rifiutò.

Preferiva dormire all’aperto, sul suo carro, circondato dai suoni della natura intorno.

FINE PRIMA PARTE


segue su …..

 


[1] andiamocene, se pure avevi un padrone, meglio che tu l’abbia perso
[2] bravo…compare…..bevi…piano, piano
[3] e, ora, che ci fai con questo?
[4] Tenevi pochi guai..sei andato a prendertene un altro
[5] non sta per morire
[6] Questo ha più fame di noi…Hai fatto un bell’affare…Non ti bastava dar da mangiare al cavallo…ora devi pensare anche al cane
[7] te lo tieni?
[8] Ehmm, non lo so, per ora si…Poi la sa Dio che è santo grosso
[9] or de lo dico come devi chiamare questa bestia ….Ujemuort’ – guai di morte
[10] si, può andare, Ujemuort’ è il suo nome.


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

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