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Oro rosso – Capitolo 4

Questo è il quarto Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Nel 4° capitolo seguiamo Ue’ducc’ nella sua infanzia e nella sua educazione accanto alla madre e al padre

Mamma curva  in cucina che prepara da mangiare per i suoi due figli

per il capitolo 3 –  Oro rosso – Capitolo 3

Capitolo 4

Ue’ducc’ era figlio di un ramaio.

Suo padre aveva avuto  una piccola bottega dove lavorava con gli altri suoi figli “di primo letto”.

In seconde nozze aveva sposato una contadina da cui aveva avuto altri due figli maschi, Ue’ducc’ e suo fratello, parecchio più giovani dei fratellastri.

Il suo secondo  matrimonio era stato malvisto dai figli maggiori per una serie di ragioni, tra cui quella che la matrigna non proveniva da una famiglia artigiana bensì da contadini che, nella loro considerazione, erano di gran lunga al di sotto della gente che viveva in paese. Anche lui e suo fratello erano stati tenuti a distanza dai fratellastri.

Della sua infanzia nella casa paterna lui ricordava in particolare la scura cucina con il grande camino dove sua madre, curva, cucinava.

Di lei rammentava l’odore di buono che sembrava sprigionare dalla sua pelle, per lui che le stava attaccato alle gonne, e che sembrava l’odore del fieno appena tagliato e del latte appena munto che lei descriveva nei racconti che  faceva ai suoi figli  sulla sua vita prima del matrimonio, in campagna. Narrava loro  delle sue corse a perdifiato sui prati e tra i boschi a rincorrere i suoi fratelli e della sua felicità di vivere nella natura.

Quei racconti gli erano rimasti attaccati all’anima e forse, pensava, era da sua madre che aveva ereditato la necessità di vivere all’aria aperta.

Di suo padre il suo ricordo più nitido era  quando. insieme a suo fratello, un po’ più grande di lui, andava incontro al suo carro al ritorno  dai suoi frequenti viaggi per le fiere.

Mentre il genitore si riscaldava al fuoco del camino, i due bambini,  accoccolati ai suoi piedi,  ascoltavamo mille narrazioni sul suo girovagare, sui luoghi che aveva visto, sulle persone che aveva incontrato, sui pericoli costituiti dalle bande di briganti che rendevano insicure le strade per i commerci e gli spostamenti in generale. Il padre parlava loro, soprattutto del rame e insegnava loro ad apprezzarlo per le sue proprietà.

Quel metallo era stato per suo padre una vera passione!

Del rame lui  sentiva l’odore, ne indovinava la presenza.

Era un materiale tenace, duttile all’estremo e perciò facile da lavorare, diceva. Era il più sonoro dei metalli con un suono gioioso, continuava. Per tutti questi motivi era stato ed era  uno dei metalli più utili all’uomo, fin dell’antichità.

Spiegava loro che il rame si modella talmente facilmente che per farlo bastavano dei martelli di legno di ulivo. Si riusciva  a sentirne la duttilità, a modellarlo nei modi più diversi, come le ” tine” per esempio, che seguivano le forme del corpo femminile.

Il rame, aggiungeva, era un materiale vivo tanto che durante la lavorazione  il metallo scorreva via  dalla parte della sua superficie che era stata martellata  e conseguentemente si era in “incrudita”, verso la parte della lamiera che non era ancora stata battuta, che  non si  era ancora “incrudita”, come si diceva in gergo.

In questo senso lui diceva che il rame “viveva”.

Utilizzando queste caratteristiche l’artigiano poteva  quindi distendere la superficie oppure, al contrario ispessirla.

“Il rame ha un’ “anima” “continuava suo padre” è come un essere umano con diversi stati d’animo”. E aggiungeva:  “Subisce continuamente l’azione chimica dell’atmosfera specialmente quando è umida. Allora il suo colore si altera, non è più brillante e, quando la sua ossidazione è completa, acquista un colore verde che la gente comune conosce come il “verde rame”. In aggiunta, sottoposto ad un grandissimo grado di calore può ridursi in vapori. La sua combustione dà una fiamma verde che si unisce facilmente allo zolfo ma si combina altrettanto facilmente anche con altri metalli; è attaccabile da tutti gli acidi e forma con loro differenti sali dei quali la maggior parte sono veleni”.

“Il rame è  misterioso” proseguiva, come le donne, è bellissimo, come alcune di loro, quando la dissoluzione del suo ossido per merito dell’ammoniaca gli fa contrarre un magnifico colore blu. Ma in certe circostanze, proprio come una donna,  è uno dei veleni più pericolosi per l’uomo per la specie di ruggine particolare di cui si copre, il “verde rame” ammoniva ammiccando furbescamente a sua moglie, che intenta ai suoi lavori domestici lo ascoltava anche lei incuriosita.

Il padre di suo padre, ramaio anch’egli,  aveva avuto modo, di approfondire le sue conoscenze su quel metallo lavorando presso un uomo di scienza  e le aveva poi  tramandate  a suo figlio e questi al suo.

Le caratteristiche uniche del rame affermava suo padre, avevano fatto si che esso fosse stato usato in medicina già in tempi molto antichi  per sterilizzare le ferite, e anche l’acqua. Per lo stesso motivo in passato molte monete erano state di rame. L’assunzione di basse dosi di rame e dei suoi composti e, più in generale, il suo uso per l’igiene personale erano pure  pratiche del passato.  Durante l’epidemia parigina di colera del 1832  si era  notato che i lavoratori del rame erano praticamente immuni dall’infezione, aveva aggiunto. Per le sue proprietà mediche era usato per curare  infiammazioni delle ghiandole linfatiche,  eczemi, infezioni della pelle, infiammazioni dei nervi   e il sale ammoniacale del rame era un tonico eccellente nell’epilessia.

Era utilissimo anche per difendere le colture dalle lumache. Queste infatti, non riescono a passare sopra il rame metallico, avvertendo una sorta di scossa che le fa naturalmente indietreggiare per cui basta circondare l’aiuola con le giovani piante con un filo di rame per tenerle lontane, badando di sostituirlo quando si ossida perché, in questo caso,  l’effetto della scossa diminuisce.

Era da suo padre che lui e, in particolare, suo fratello avevano imparato a somministrare il rame  come medicamento iniziando pian piano e aumentando le dosi lentamente.

“Il rame vive” concludeva  suo padre ” e la sua vita è lunghissima perché è riutilizzabile “.

Quella passione Ue’ducc’ l’aveva ereditata!

Era affascinato dal rame, come lo era stato suo padre.

Lentamente il seme dell’amore per la vita all’aria aperta, la curiosità, la voglia di vedere luoghi nuovi,  di fare nuove esperienze e l’interesse e la passione  per quel metallo mutevole che tanto assomigliava all’animo umano erano  cresciuti come piante rigogliose e quando, dopo la morte di sua madre, che aveva seguito di poco  quella di suo padre,  era rimasto solo perché suo fratello era già da tempo entrato in convento, aveva deciso di lasciare il suo paese continuando ad occuparsi di rame ma  in modo itinerante.

I suoi fratellastri erano stati ben contenti di quella decisione soprattutto perché lui aveva rinunciato ad accampare ogni diritto sia sulla bottega che sulla casa chiedendo in cambio solo il carro, alcuni attrezzi per la sua arte e il cavallo, Bartolomeo.

Da parte di sua madre aveva ereditato una casetta poco più che diroccata, nella campagna  nei pressi di A., da dove sua madre era originaria,  che utilizzava durante le forzate  pause del periodo invernale dandosi ogni volta  molto da fare per le continue, necessarie riparazioni.

L’inverno creava infatti sempre delle difficoltà. Il freddo imperante in quelle zone interne,  la neve e il gelo dei lunghi mesi invernali lo costringevano a  fermarsi per lunghi periodi.

Oltre che nella sua casetta cercava allora rifugio dove poteva: nel convento dove era  suo fratello, fra’ Pancrazio, nelle stazioni di posta lungo i tratturi, a volte tra le braccia di qualche donnina compiacente alla quale faceva compagnia per un po’ e, dall’inverno precedente, nei magazzini che i proprietari della fonderia avevano acquistato sulla costa.

Ma la sua vera vita era sul carro e non appena il tempo glielo consentiva ricominciava a girovagare.

Non aveva rimpianti per la scelta fatta . Amava quella vita e non l’avrebbe cambiata per niente al mondo.

Dappertutto, poi,  era il benvenuto.

Il suo carattere allegro e estroverso, la sua attitudine a muovere il riso, la sua versatilità, la sua facilità a relazionarsi con gli altri lo rendevano non solo benaccetto ma benvoluto.

Sapeva fare inoltre un po’ di tutto e si rendeva utile in mille modi. Aveva  perfino dato il suo aiuto e si era  improvvisato “medico” per uomini e bestie in situazioni di emergenza.

Chi lo osservava, ben piantato sui piedi, col suo sguardo diretto, riportava l’impressione   di un uomo quadrato, pratico, di innata onestà, con un’idea precisa di quello che voleva, e con una forte volontà di raggiungere i propri  obiettivi.

Caratteristiche queste che lo avevano fatto apprezzare dai proprietari de “la ramera” tanto che erano arrivati a proporgli di svolgere una attività di  controllo in uno dei  magazzini che la famiglia aveva acquistato sulla costa.

Tali magazzini servivano per lasciarvi in deposito oggetti di rame da vendere nelle fiere dei dintorni senza essere costretti a trasportarli ogni volta. Nel periodo invernale però, essendo le fiere più rare, ed avendo i proprietari i loro affari da seguire ad A., essi non vi si recavano quasi mai. Avevano però notato che oggetti di rame erano spariti in particolare dal magazzino di T.  e temendo che altri furti si verificassero in futuro, avevano  proposto a Ue’ducc’ di occuparsi per conto loro del controllo del magazzino e di cercare di scoprire chi erano gli autori dei furti.

In cambio, oltre ad un compenso in denaro, avrebbe potuto utilizzare il magazzino come riparo nel periodo invernale e ogni qual volta ne avesse bisogno.

Ue’ducc’ aveva accettato ed aveva iniziato a trascorre parte dell’inverno a T.

Gli faceva comodo quel ricovero per l’inverno in una zona nella quale il clima mite gli consentiva di poter continuare anche in quella stagione le sue transazioni commerciali .

Quale luogo migliore, poi,  di una bottega di rame!

Segue su   oro-rosso-capitolo-5


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

2 commenti

  1. Antonia Anna Pinna

    Sempre più avvincente, e poi scoprire le tante proprietà del rame è fonte d’ispirazione anche per chi ha l’orto come me. Il filo di rame per le lumache è stata un’illuminazione e lo userò. Bravissima Esther

  2. Cristina Cislaghi di Filippo

    Grazie signora Esther. Un piacere antico, “ascoltare” il suo racconto. Mi è piaciuta molta anche la saggezza del preambolo. Cristina Cislaghi di Filippo

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