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Oro rosso – Capitolo 3

Questo è il terzo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’ attende la pausa lavoro dei “maglient” per pranzare con loro; copre l’attesa andando a pesca di gamberi che poi cucinerà e mangerà con loro

Cascate del Verrino by Pietro Falcioni

Per il capitolo 2 oro-rosso-capitolo-2

Capitolo 3

Ue’ducc’ percorse a ritroso il sentiero e tornò al suo carro.

Poichė doveva aspettare che arrivasse l’ora della  pausa decise di scendere al fiume e di fare un bagno.

Riempì di acqua un capiente secchio e lo avvicinò a Bartolomeo perché si abbeverasse.

Poi prese  dal carro una forchetta di stagno e un piatto anch’esso di stagno e si avviò a lunghi passi per il sentiero che conduceva al fiume.

Superò  il mulino, azionato dalla stessa acqua che proveniva dai bacini di approvvigionamento per il funzionamento dei magli della fonderia, e proseguì.

Via via che si avvicinava il rumore dello scorrere dell’acqua attutiva quello dei  magli.

Il sole che filtrava tra le chiome degli alberi disegnava sul fondo ombroso del terreno forme diverse di luce risplendente e coni di luci diffondevano i loro aloni tutt’intorno.

Ue’ducc’ respirava a pieni polmoni l’aria fresca del boschetto attraverso cui  il viottolo si snodava, intrisa dei profumi delle erbe e degli alberi tutt’intorno  frammisti all’odore tipico del fiume, dei suoi muschi e delle  pietre sulle quali esso scorreva.

Si diresse verso il luogo da dove proveniva il fragore di una rapida. In quel punto il fiume si tuffava formando una bianca cascata e andava ad adagiarsi in un’ ampia conca ai suoi piedi.

I raggi del sole che si insinuavano tra i suoi getti saltellanti, facevano apparire le gocce e i vapori dell’acqua in caduta bianchi, vaporosi veli fluttuanti.

Con attenzione Ue’ducc’ si arrampicò su uno scoglio, si spogliò, lasciò lì i suoi vestiti, si tuffò nell’acqua, che sapeva abbastanza fonda, e diede delle bracciate percorrendo in tutta la sua ampiezza ” ru cutin “. Quindi si diresse alla cascata che, pur non essendo  eccessivamente alta, aveva una portata abbastanza copiosa  da poterci stare sotto meravigliosamente. Sentì il fiotto d’acqua colpire la sua testa, scivolare sulle spalle e provò una sensazione di ebrezza assoluta. Poco dopo ne uscì e nuotando sul dorso galleggiò muovendo appena le braccia, ad occhi aperti, guardando il cielo di un azzurro luminoso.

Si distese poi su una delle ” morge “, ampie pietre lisce ai bordi del fiume, e si asciugò al caldo sole di giugno.

Quando fu asciutto si rivestì  e seguì il corso del fiume fino a raggiungere il punto dove il suo scorrere diventava tranquillo e l’acqua era limpida, tersa e trasparente. Si accucciò ai bordi, dove  l’acqua scorreva poco profonda, impugnò la forchetta e attese.

Tra girini e qualche ranocchio che saltava qua e là intravide quello che cercava: gamberi di fiume.

Ne infilzò uno con la forchetta. Il gambero si dibatté un attimo, poi più nulla.

Lo mise dentro al piatto che aveva appoggiato su una ” morgia ” vicina e continuò a pescare. Ebbe fortuna e riuscì a racimolarne un buon numero. Quando ne ebbe a sufficienza, a piedi nudi, portando sul collo legati per i lacci i consunti scarponi e reggendo il piatto pieno di gamberi si avviò verso la fonderia.

Due operai si stavano sciacquando alla fonte. Lo salutarono e  insieme risalirono il viottolo verso il caseggiato dove erano le cucine.

Ue’ducc’ si diresse al carro e prese un rudimentale spiedo ed un involto.

Uno degli operai che li aveva preceduti  stava ravvivando un fuocherello acceso tra due pietre.

D’estate, infatti, i ” maglient ” preferivano cucinare e mangiare all’aperto!

Un terzo arrivò con le stoviglie indispensabili, piatti e bicchieri di stagno accompagnati da  qualche forchetta.

Emidio entrò in casa  e ne uscì con una forma di pane avvolta in un panno legato per le cocche e nell’altra mano un boccale colmo di vino rosso. Con un piccolo coltello a serramanico che aveva sempre con sé tagliò  delle lunghe fette di pane che distribuì ai compagni. Ue’ducc’ infilò uno alla volta i gamberi nel suo rudimentale spiedo e iniziò ad arrostirli sul fuoco. Quando furono pronti lì mise su un piatto. Quindi Filippo, un altro ” maglient “, pose sul fuoco  un’ampia padella   facendo sfrigolare i pezzi di sugna che erano dentro e poi ruppe un gran numero di uova gettandole  una alla volta   nel grasso. Tutti cominciarono a mangiare i gamberi e le uova accompagnandoli con grossi bocconi di pane e abbondanti sorsi di vino. Quando ebbero finito pulirono bene i loro piatti con il pane. A quel punto Ue’ducc’ tirò fuori da un involto un pezzo di formaggio nel quale si vedevano muoversi piccoli vermetti bianchi “ ….d’ luss’….” commentò Emidio ” .…. cac’  d’ quagl’….”. Piccoli pezzetti di formaggio vennero distribuiti con abbondante pane. Gli uomini mangiarono in silenzio il formaggio e ne assaporarono il gusto piccante.

Poi  cominciarono  a chiacchierare.

L’arrivo di Ue’ducc’ costituiva per loro sempre un interessante intermezzo. I racconti che lui faceva della sua vita avventurosa, dei suoi viaggi, delle persone che aveva conosciuto suscitavano la loro curiosità. Lui lo sapeva benissimo ed amava colorire i suoi racconti, di tanto in tanto, con qualche facezia o innocente bugia perché gli astanti li trovassero ancora più divertenti. Essi lo guardavano simulando una sorta di bonario scherno per quella sua vita così sregolata, senza una casa né una famiglia, sempre in giro per il mondo ma sotto sotto avevano per lui una sorta di ammirazione per il coraggio che quella scelta lasciava supporre.

La loro vita scorreva in quel luogo estate e inverno con brevi intervalli quando, turnando tra loro,  ognuno di essi tornava in paese, dalla sua famiglia.

Un lavoro pesante il loro per sfamare le tante bocche che a casa li aspettavano: figli, mogli, sorelle e a volte genitori. Tutti erano sposati, tranne Emidio, coetaneo di Ue’ducc’.

Ed era proprio lui che a volte ascoltandolo veniva preso da una sorta di bonaria invidia. Gli sembrava che la  fuliggine nera che lo ricopriva andasse a  soffocare la sua curiosità, la voglia di fare altre esperienze. Anche lui avrebbe voluto vedere posti nuovi, conoscere  nuova gente, differenti tradizioni. Ma non avrebbe mai osato. Troppo tenace erano il suo  attaccamento alle  abitudini, il suo radicamento a quella terra, a quei luoghi, senza i quali gli sembrava impossibile poter vivere, il suo bisogno di sapere che i suoi affetti erano tutti in quel luogo. Il suo senso del dovere verso sua madre, vedova, con la quale viveva, era poi una  motivazione aggiuntiva.  E per quanto la fonderia  fosse, come lui la  definiva, la ” p’teca d’ ru diev’r’ “, lui non avrebbe mai osato allontanarsene!

Per questo guardava Ue’ducc’ con un sentimento ondeggiante tra l’invidia senza cattiveria per quella sua vita libera da ogni vincolo e lo sconcerto che gli procurava la sua totale solitudine.

Una volta aveva chiesto a Ue’ducc’ perché non si fermasse lì con loro o almeno in paese. Era anche lui un ramaio ed avrebbe trovato certamente lavoro in una delle tante botteghe che c’erano lì. Avrebbe potuto avere un posto dove stare sempre e, se avesse voluto, trovare una brava ragazza per mettere su famiglia.

Ue’ducc’ aveva sorriso alle sue parole. Aveva replicato ridendo che lui una casa ce l’aveva: i boschi, i campi, i fiumi erano casa sua. Il suo carro era il suo letto. I suoi affetti erano tutte le persone che aveva modo di conoscere, lo stesso Emidio, per esempio, e gli altri maglient’.

Anche quel giorno gli operai de ” la ramera ” scherzarono sulla sua vita avventurosa e anche quel giorno lo presero bonariamente in giro consigliandolo di fermarsi.

Anche quel giorno egli rispose alle loro battute con eguali scherzi.

Poi gli uomini tornarono al loro lavoro, alla loro tenebra di fuliggine rischiarata dal sole della ” forgia”.

Ue’ducc’ raccolse i piatti sporchi e li appoggiò vicino alla grande vasca di acqua riempita da un forte getto. Poi tornò al fuoco che pian piano si andava spegnendo e prese grosse manciate di cenere con la quale strofinò bene piatti e posate prima di sciacquarli. Ammucchiò tutto in un angolo del lavatoio ed andò a sdraiarsi all’ombra di uno dei tanti alberi  per aspettare l’arrivo ” d’ ru’ masctr ” a cui consegnare il rame vecchio che aveva raccolto in quelle settimane.

Chiuse gli occhi e si concentrò sui rumori della sua ” casa ” : l’acqua che scorreva tutt’intorno, il suono ritmico del maglio, il cinguettio degli uccelli, il ronzare degli insetti, lo stormire del vento tra le fronde, il fruscio dei rami al passaggio di qualche furtivo animale.

Era quella la sua casa!

Il profumo dell’umido sottobosco estivo gli era familiare come fosse quello della propria abitazione.

Era quella la sua casa!

Quella la vita che aveva scelto di vivere. Consapevolmente.

Per il Capitolo 4 – oro-rosso-capitolo-4


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

Un commento

  1. Antonia Anna Pinna

    E come se tu avessi raccolto il testimone da Maria Delli Quadri, la tua scrittura mi incanta. Molto bello il filo del racconto…al prossimo capitolo.

Rispondi a Antonia Anna Pinna Annulla risposta

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