Oro rosso – Capitolo 13

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Questo è il tredicesimo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc’ prende a incontrare Ernestina con molta frequenza. Le racconta la sua vita e la immerge nei suoi viaggi… fino al mare.

per il Capitolo 12  –  oro-rosso-capitolo-12 

Oro rosso – Capitolo 13

Si rividero il giorno dopo e quello dopo ancora, e poi per parecchi giorni.

Non ci fu più bisogno di trovare delle scuse per incontrarsi. Si era creata ormai tra loro una confidenza che non aveva più bisogno di pretesti.

Ernestina ascoltava  rapita i racconti che Ue’ducc’ le faceva sui suoi vagabondaggi.

Lui le parlò delle montagne, dei loro colori, della loro quiete, dei fiumi e dei torrenti, dei corsi d’acqua dove in estate faceva il bagno.

Dei tratturi che le percorrevano, della loro vegetazione e dei loro profumi in estate.

Le descrisse la neve che le ricopriva d’inverno, il vento che squassava i loro fianchi durante le bufere, l’ululato dei lupi nelle notti invernali quando, in cerca di cibo, si avvicinavano a paesi e villaggi.

Lei lo ascoltava affascinata. Le sembrava di essere dentro i suoi racconti, di poter vedere quelle cose di cui lui le parlava.

Le parlò dei pastori dei loro neri mantelli, delle loro giacchette di pelle di pecora. Delle loro greggi che scorrevano come un fiume bianco dai monti al mare in autunno e a ritroso in primavera. Gli parlò della loro vita solitaria e dei loro silenzi.

Ed Ernestina li vide nella sua immaginazione, come li aveva visti lui un giorno dall’alto di una collina, scuri puntini neri al seguito di un fiume bianco!

Lei non si stancava mai di ascoltarlo e quando lui ogni tanto si fermava a guardarla temendo che  avesse perso interesse, lei lo incitava

…và annend’….va annend’….”  (vai avanti)

Se c’era uno spirito girovago, venne da pensare a Ue’ducc’ in quelle ore, quello era lo spirito di Ernestina.

Era curiosa quanto lui, o forse di più. Interessata a tutto ciò che era nuovo, diverso, lontano dal suo modo di vivere.

Era incuriosita dalle tante figure dei suoi racconti.

“I maglient”, la loro vita di sacrificio la sorpresero e commossero. Gli aveva fatto descrivere più e più volte il processo di fusione del rame e ogni volta che lui le aveva detto dell’emozione che aveva provato la prima volta che aveva visto scorrere la colata di “oro rosso” nella fonderia, aveva visto le  pagliuzze delle sue pupille danzare sotto la pioggia che per un attimo sembrava aver colmato i suoi occhi.

Le parlò delle botteghe di rame, per prima di quella di suo padre dove lui aveva lavorato da ragazzo. Le descrisse i gambali dei ramai che suscitarono il suo riso quando lui disse che con tutto quel cuoio addosso e arrossati dal calore della forgia i ” maglient” a volte sembravano figure ultraterrene,  quasi “diev’r’ ” (diavoli)

Le parlò di A, una cittadina che lui amava particolarmente perché dalle campagne dei dintorni veniva sua madre, delle sue tante chiese e campane, del martellare dei ramai che echeggiava nella valle.

Le raccontò della fiera che aveva luogo lì  per la Madonna del Carmine, di quanto fosse grande e di quanta gente vi partecipasse.  Di tutte le merci che vi si vendevano, dei giochi, del cibo.

Le parlò dell’antico canto del grillo sui campi gialli della sera, della brezza che all’imbrunire faceva ballare il trifoglio. Delle notti passate a dormire sulla terra calda del calore del sole, delle stelle fresche nel cielo cupo, delle lucciole che punteggiavano il buio.

Le parlò degli zingari, dei loro violini che riuscivano a sciogliere i cuori come fossero oro rosso nella forgia.

Le narrò del treno, di quel grande carro che pian piano era destinato a sostituire i carretti dei carrettieri che una volta si occupavano di trasportare le merci da un luogo all’altro, che Ernestina non aveva mai visto e che lui, invece, aveva visto una volta correre da lontano ansante e sbuffante, circondato dal suo grigio fumo come un santo dalla sua aureola, emblema di nuova civiltà, di moderna sacralità.

Ed infine le parlò del mare.

Ernestina si perse a  questo punto del suo racconto.

Il mare non era paragonabile a niente di quello che conosceva, perciò non riusciva a immaginarlo. Ma ne era ammaliata.

Domandò e domandò.

Lui le descrisse l’enorme distesa di acqua azzurra e sabbia bionda sotto il sole abbagliante. La dolce carezza delle onde leggere alla spiaggia dorata. I gusci e le alghe che  il mare lasciava in dono, sempre, quando se ne andava. Il suo ritorno sicuro al tremolar del giorno.

Le parlò del suo profumo che viene da lontano e che tutto  di sé impregna. Dei pescatori, inconsueti pastori di azzurri pascoli, delle loro facce rugose di pelle cotta dal sole. Dei loro silenzi nel muto dialogo col mare. Delle piccole barchette che di notte scivolano silenziose sulla sua superficie e che lui aveva percepito per le piccole lucine che portano con sé per rischiarare il loro navigare.

Le parlò dei gabbiani che sfrecciano veloci nel cielo azzurro, enormi fiocchi bianchi nel blu di mare e cielo.

Della forgia infuocata che usciva dal mare all’alba,  del chiarore della luna d’argento che piano lo accarezzava  cullando così l’acqua scura come la notte  perché riposasse al ritmo del suo respiro profondo.

Le raccontò dei suoi inverni di spuma bianca che schiaffeggiavano gli scogli, del suo rombo quando è in tempesta, del suo colore di piombo e delle sue montagne d’acqua che annegavano gli esili, tenaci trabocchi.

E Ernestina, che non conosceva il mare, fissando il suo sguardo un mattino in un secchio colmo di acqua, lo vide riflesso li.


segue su …. oro-rosso-capitolo-14 


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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