Oro rosso – Capitolo 10

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Questo è il decimo Capitolo della Novella Oro Rosso di Esther Delli Quadri con la quale l’autrice si prefigge di parlarci, com direbbe Ujemuort’,  di:

Uomini con mani callose e cuori generosi.
Di lavoro duro e sentimenti veri,
di vite aspre di gente schiva,
di parole parca.
Di un tempo passato,
di arti antiche.
Non perché voi  lo rimpiangiate
ma perché  cerchiate in esso,
nel legame con un dialetto,
in un sentimento di appartenenza,
in uno spirito antico,
il filo della continuità
che governa
il vostro progredire.

Qui Ue’ducc partecipa alla fiera, si immerge in essa e ne esce soddisfatto. Ma il pensiero va alla ragazza conosciuta il giorno prima

Per il Cap 9 – oro-rosso-capitolo-9 

Oro rosso – Capitolo 10

A tarda sera Ue’ducc finì di riparare la ruota e ci affrettammo a raggiungere  G .

Era uso che i venditori che arrivavano dalle zone più lontane dormissero nel luogo della fiera.

Cercò un posto dove sistemare il suo carro e salutati i mercanti che conosceva e scambiate con loro chiacchiere, vino e cibo tornò sul carro a dormire.

La fiera attirava di tutto, come una  calamita : commercianti del luogo, mercanti di ogni genere da località vicine e lontane.

Si potevano acquistare animali dai più grandi a quelli da cortile, i prodotti della montagna e  della vicina campagna che andavano a sommarsi   a una gran quantità di canapa, lana grezza, chincaglierie, panni, cappelli e altri oggetti d’artigianato. C’erano famiglie che d’inverno intrecciavano giunchi per i cesti o facevano scope di saggina e in occasione delle fiere le vendevano.

Gli ambulanti richiamavano l’attenzione degli avventori mettendo in campo tutta la loro arguzia: dalla lusinga, alla bonaria insolenza. Parlavano delle loro merci in modo  accalorato e disprezzando quelle degli altri, inscenavano veri e propri teatrini per convincere i possibili acquirenti a pagare la somma richiesta senza sconti.

Riuscivano in tal modo a coinvolgere i possibili acquirenti ed altri astanti in modo gaio. Nessuno era in grado di sottrarsi.

I ragazzi del luogo a gruppi si sfrenavano per le strade  con lazzi, scherzi e vecchi divertimenti.

Vi si mangiava, poi,  di tutto.

Le esalazioni di cibo  si mescolavano con l’odore delle stoffe, con quello del  vino. Si cominciava a mangiare alla mattina e si proseguiva fino a tardi.

Erano i bambini, figli dei mercanti, molto spesso a sorvegliare la mercanzia   mentre i grandi contrattavano.

Le fiere erano anche un’occasione di incontro importante per i giovani, per i ragazzi, per i fidanzati, per litigare, per far la pace. Si aspettava la  festa proprio per vedere  questo o quel ragazzo.

Ue’ducc ‘ si dette da fare come sempre in quelle occasioni.

Era conosciuto,  ritenuto affidabile e in più i suoi modi educati ma divertenti, la sua allegria e buonumore, il suo parlare semplice e disinvolto, la sua empatia lo aiutavano a portare avanti il suo commercio senza fatica.

Mentre era intento a sistemare alcuni vecchi tegami appena acquistati, ad un tratto, si accorse di un uomo abbastanza giovane che, da un angolo, lo osservava fissamente.

Fu questione di pochi attimi, ma la vista di quell’individuo inspiegabilmente lo colpì.

Per quello che poté notare, data la distanza, vide che aveva capelli biondi anche se sul colore degli occhi non avrebbe potuto dire niente. Era abbastanza alto con vestiti di una foggia un po’ particolare.

Con cautela chiese informazioni in giro per sapere se qualcuno lo conoscesse ma sembrava che nessuno lo avesse mai visto.

La figlia di uno dei venditori, però,  che era lì per aiutare suo padre, si ricordò di averlo già visto alla fiera di U. e di averlo notato perché  aveva una cicatrice sulla mano sinistra e l’occhio destro strabico. A quella fiera, disse,  lo aveva visto vendere degli oggetti di rame.

Ue’ducc ‘ si mise all’erta.

Poteva essere  una pista che portava a scoprire gli autori dei furti!

La giornata proseguì come al solito anche se in più momenti ebbe la sensazione di essere osservato. Non rivide più però l’uomo che aveva notato.

Gli riuscì di recuperare parecchio rame vecchio e, soddisfatto, poté quindi rilassarsi un po’.

Fece la corte ad un paio di ragazze che conosceva e che, con la scusa del rame si avvicinarono al suo carro, vendette qualche caciotta che si era procurata nei paesi e masserie intorno ad A. descrivendole come “cac’  special’ “.

Gli capitò anche di smerciare un paio di unguenti naturali che si era procurato al convento da suo fratello ad un paio di contadini che avevano già avuto modo di verificarne l’efficacia e che mai si sarebbero potuti permettere di consultare un medico e consegnò i confetti che si era procurato ad A. ad una signora benestante per un piccolo ricevimento.

Alla fine della giornata, stanco ma soddisfatto, sistemò la roba sul carro ed andò a mangiare un ” boccone cucinato” all’osteria annaffiandolo con un paio di bicchieri di vino.

Nelle bettole fumose, tra  giri di bevute e chiacchiere condivise, i  giochi più usuali erano alle carte e la Passatella.

Non mancavano poi attaccabrighe che per futili motivi, in un lampo, scatenavano risse  facendo esplodere vecchi e nuovi rancori.

Il mio padrone uscì poi all’esterno per assistere ai giochi che si svolgevano dal mattino: albero della cuccagna, corsa coi sacchi e si ritrovò ad accompagnare col suo organetto dei balli improvvisati. Poi abbandonato lo strumento  invitò a ballare le figlie di un paio di venditori suoi conoscenti.

Era tardissimo quando si diresse al suo carro. Preparò il suo solito pagliericcio, si distese  e chiuse gli occhi.

Mi accucciai ai suoi piedi.

Tra le tante immagini di quella giornata di tanto in tanto nella sua mente si insinuava l’immagine della ragazza che aveva conosciuto il giorno prima.

Sorrise al ricordo della sua esuberanza.

Era contento di sapere che l’indomani l’avrebbe rivista.

 

segue su …..  oro-rosso-capitolo-11 


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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