Nonna Raccontami: Vite antiche

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Racconto vincitore ex aequo per la categoria “ragazzi” di Leonardo Ciavarro, Francesco Colitti, Angelo Conti, Ilenia Di Claudio, Valentina Di Claudio, Paolo D’Ovidio, Antonio Fabbrocino, Emidio Florio, Veronica Florio, Giuseppe Gianserra, Pasquale Gianserra, Rosangela Lomastro, Simona Messere, Marco Molinaro, Mariarosaria Molinaro, Manuel Porfirio, Antonino Scarano, Eleonora Scarano, Maria Scarano

Classe II A, Scuola Media “N. Scarano” di Trivento.

Le mani di un lavoratore 1934, Ferenc Haar.

MIA  NONNA, specialmente in estate, trascorre tanto tempo insieme a noi nipoti e ci racconta tante cose di quando era ragazza e giovane. Ci fa notare la differenza tra il tenore di vita di una volta e quello di adesso.

La sua infanzia non è stata molto “leggera”. Prima di andare a scuola i familiari si alzavano all’alba per andare nella stalla e accudire gli animali. Solo dopo aver finito i lavori ci si preparava per andare a scuola.

La scuola non era in un edificio, ma era in un’abitazione privata in cui le aule (stanze) erano scaldate o da camini o da stufe a legna. Per merenda non si portavano i panini o i dolci, ma la frutta di stagione o una pizza speciale fatta in casa chiamata scish.

Mia nonna ha frequentato la scuola fino alla Quarta Elementare e dice che è l’equivalente alla seconda media di adesso, anzi, che lei sa molte più cose di Storia di me, perché si ricorda le date degli avvenimenti più importanti molto bene.

Quando si tornava da scuola i ragazzi riandavano nei campi a pascolare le greggi di animali. Siccome quelli che lo facevano erano tanti, ci si riuniva tutti a giocare con le palle fatte di stracci o con giocattoli di legno trovati occasionalmente perché dimenticati a loro volta da altri ragazzi. Intanto le pecore pascolavano, a volte allontanandosi e sconfinando negli orti di qualcuno e allora i ragazzi interrompevano i giochi e correvano a raggrupparle, sperando che non avessero fatto danni per non incorrere nell’ira dei loro genitori che qualche volta li punivano anche severamente.

La vita era più dura, si lavoravano i campi con attrezzi rudimentali che facevano gli artigiani, oppure si lavoravano a mano dalla mattina presto fino a sera tardi. Si usavano falci per mietere il grano, zappe e bidenti per zappare la terra e aratri trascinati dai buoi.

La trebbiatura si faceva sull’aia, i buoi o i cavalli trascinavano un sasso appiattito che sbriciolava le spighe e si liberavano i chicchi di grano. Tutto poi veniva ripassato con grandi crivelli per liberare i chicchi dalla paglia.

Poi si cominciarono ad usare le trebbiatrici, erano enormi e rumorose macchine che spesso si rompevano. Allora il fabbro riparava i pezzi, riparava anche zappe e bidenti, o ne faceva di nuovi, lavorando in una bottega e scaldando il ferro sui carboni accesi per poterlo piegare.

I contadini osservavano se l’annata sarebbe stata ricca o no con trepidazione, si aveva paura dei temporali perché la grandine poteva distruggere il raccolto. Erano felici quando si trebbiava, si raccoglievano le olive e si vendemmiava.

Tutto ciò che produceva la campagna era necessario al loro sostentamento. La carne e il latte lo fornivano gli animali allevati: mucche, capre, polli, galline, conigli e maiali.

Si avevano pochi vestiti, uno per lavorare rattoppato e uno per la festa, c’erano, perciò le botteghe del sarto e della sarta che li confezionavano o li riparavano. C’era la bottega della magliaia che confezionava maglie di lana di pecora sia per l’intimo, sia da mettere durante la giornata. I ragazzi andavano a lavorare gratis in queste botteghe per imparare il mestiere. C’era poi la bottega del ciabattino che riparava le scarpe e ne fabbricava di nuove con i chiodi sotto la suola per farle durare più a lungo. Le botteghe erano legate alla vita contadina.

C’era il negozio dove si comprava il sale scambiandolo con le uova e i cereali. Lo stesso valeva per lo zucchero e altri prodotti che non si ricavavano dal terreno. C’era il medico condotto (di famiglia) che a Natale e a Pasqua veniva pagato con prodotti della natura o oggetti d’oro.

Le case e le strade erano poco illuminate perché le luci si accendevano per poche ore al giorno. Anche l’acqua veniva presa dalla fontana del paese e le ragazze vi andavano volentieri per incontrarsi con gli innamorati. Allora i genitori erano molto severi e non c’erano altre occasioni di incontro.

Le feste “grandi” erano il Natale , la Pasqua e il Carnevale. Per l’occasione si facevano dolci in famiglia che venivano anche scambiati tra parenti e amici. La notte di Natale, anche se c’era molta neve, si andava tutti alla messa di mezzanotte e si scambiavano gli auguri. In questa occasione, in piazza, si vedevano le persone più benestanti che si riscaldavano con il mantello a ruota fatto con panno di lana. Carnevale si festeggiava ballando la quadriglia e mascherandosi alla meglio. Nonostante le difficoltà di allora, la gente si divertiva con niente, era felice e tutti si rispettavano.

Il matrimonio dei miei nonni è avvenuto nella chiesa di Santa Croce a Trivento dopo un fidanzamento durato quattro anni. I matrimoni di una volta erano molto diversi da quelli che vengono celebrati oggi, ciò è dovuto alle diverse usanze e possibilità economiche. I miei nonni erano poveri ed appartenevano a famiglie di origine contadina. Il loro fidanzamento era stato organizzato dai propri genitori e i miei nonni non rimanevano mai da soli, infatti gli incontri quasi sempre avvenivano in presenza dei loro genitori.

Essendo impegnati per la maggior parte dei giorni nel lavoro dei campi, si incontravano in occasione di festicciole, come ad esempio quando si ammazzava il maiale. Poco prima di sposarsi, i miei nonni hanno fatto un contratto prematrimoniale in presenza del notaio del paese che sanciva il cosiddetto corredo che la sposa doveva portare con sé al momento del matrimonio e che consisteva nel possesso di beni materiali, biancheria sia personale che per la casa, ma anche della “dote” in denaro o in possedimenti (terreno, casa, animali…).

Mia nonna è stata accompagnata dal padre all’altare, dove l’aspettava il futuro compagno di una vita. Alla cerimonia partecipavano solo i parenti più stretti, e dopo la funzione religiosa il corteo si dirigeva nella casa degli sposi per mangiare e festeggiare. Il banchetto era molto semplice: pasta fatta in casa con salsa al pomodoro, un secondo piatto a base di carne, biscotti preparati giorni prima e frutta di stagione. Non si usava fare la bomboniera e solo chi era benestante poteva permettersi di offrire confetti che venivano distribuiti dagli sposi in pezzettini di stoffa ricamata. La festa era accompagnata da canti e balli popolari che allietavano l’evento. Era forse la prima occasione per gli sposi di ballare, poiché alle poche feste in cui si andava rigorosamente accompagnati dai genitori, i fidanzati non potevano ballare e spesso i ragazzi ballavano con altri ragazzi e le ragazze con altre ragazze.

I miei nonni per il loro matrimonio hanno ricevuto regali semplici ma che all’epoca erano molto graditi, per esempio stoffe, un servizio di piatti, un po’ di soldi. Non esisteva il viaggio di nozze, ma all’indomani della festa di matrimonio, gli sposi, come tutti, tornavano al lavoro di sempre con gli stessi orari e le stesse modalità.

Oggi le cose sono notevolmente cambiate e le testimonianze sugli usi e costumi di un tempo si possono ammirare nei musei dove sono esposti gli attrezzi da lavoro, il vestiario e tante altre cose che riguardano i lavori e la vita di una volta.

 

Note suonate da Richard Claydermann
Editing di Enzo C. Delli Quadri

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Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  
n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.

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