Nonna Raccontami – Ricordi e aneddoti

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1911

Racconto di Federico Mirra [1]

In piazza a Vastogirardi anni 40 del secolo scorso
In piazza a Vastogirardi negli anni 40 del secolo scorso

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del secolo scorso, la povertà era ancora presente quasi ovunque. Erano pochissime le persone che potevano permettersi di vivere una vita modesta, e ancora meno quelle che potevano permettersi qualche lusso. Generalmente chi riusciva a vivere una vita agiata era chi discendeva da famiglie già ricche, perché appartenenti a famiglie di ceti sociali elevati, ma non mancavano comunque persone che riuscivano a mettere da parte buone somme di denaro lavorando duramente.

La povertà si manifestava attraverso varie forme. Basti pensare, ad esempio, che non c’era una rete idrica che fornisse direttamente acqua nelle abitazioni. E le persone, per procurarsi dell’acqua, dovevano necessariamente recarsi nelle diverse zone del paese in cui c’erano i pozzi o alla classica fontana del paese. Oltre all’acqua, in parecchie case mancavano l’energia elettrica o il gas. Questo stato di cose si avvertiva principalmente nelle piccole realtà rurali.

La mancanza di servizi igienici adeguati portava malattie o morte. A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, però, le cose migliorarono.

Erano pochissime le famiglie che potevano permettersi di mandare i propri figli a scuola (circa il quindici per cento). Spesso, infatti, i ragazzi non continuavano gli studi oltre la Quinta Elementare e, ancor più spesso, oltre la Terza Elementare. Ciò generò un alto tasso di analfabetismo e ignoranza. Erano davvero pochissime le persone malate che si rivolgevano a un medico in un ospedale, mentre erano in gran numero quelle che preferivano i cosiddetti “rimedi della nonna”.

Non andando a scuola, i ragazzini cominciavano già a lavorare presso autofficine, falegnamerie, barbieri, drogherie, o sartorie per “imparare il mestiere”. Il ruolo principale dei più giovani in una famiglia era dunque quello di imparare a lavorare il prima possibile per poter portare denaro. In alcuni casi le famiglie non riuscivano a sostenere economicamente la presenza di uno o più figli e li davano in affidamento ad altre persone in modo che li educassero e li facessero lavorare.

Furono anni di sacrificio, un sacrificio che doveva compiere tutta la famiglia. Bisognava per forza resistere alla fame e alla fatica per riuscire a tirare avanti.

Le abitazioni erano infatti estremamente semplici, costituite da una o due stanze con soltanto un letto di cui usufruiva tutta la famiglia, un tavolo e una piccola cucina a carbone. Non mancavano abitazioni a due piani, ma spesso erano abitate da più famiglie.

Questo creava solidarietà tra le famiglie che erano anche estranee tra loro. La vita sociale ricopriva un ruolo molto importante per la vita di quel tempo. I luoghi di aggregazione erano le chiese, gli asili, gli oratori e le piazze.

La tecnologia non era ancora entrata nella vita quotidiana, i passatempi erano abbastanza limitati.

Generalmente si passava il tempo libero passeggiando; tra le donne era diffuso il ricamo. Vi erano delle vere e proprie scuole di ricamo anche se, dati i costi elevati, erano a disposizione solo delle famiglie più agiate. I ragazzini preferivano inventare giochi con le pietre, con un pallone, se riuscivano ad ottenerne uno, o per lo meno utilizzando quello che riuscivano a reperire. Le persone più adulte preferivano invece andare al cinema, partecipare alle processioni o andare ai teatri popolari. Venivano infatti rappresentate le cosiddette Fabulae Atellane, ovvero delle commedie greche in cui recitava la gente del luogo. Le feste venivano anche organizzate da un quartiere, ed erano accompagnate da musica su dischi a settantotto giri. A partire dagli anni Sessanta, con il boom economico e maggiore disponibilità di denaro, anche le classi meno agiate poterono permettersi l’acquisto di giornali, riviste, e della radio, presente nella maggior parte delle abitazioni. Tutto questo consentì una maggiore diffusione delle informazioni.

Un’altra occasione importante di ritrovo era quella delle feste religiose. Durante le processioni, ad esempio, le strade venivano ricoperte di fiori, foglie e coperte esposte ai balconi. Ciò accadeva nelle ricorrenze religiose importanti come il Corpus Domini, festività che coinvolgeva tutto il paese. Per queste occasioni era importante procurarsi e indossare il cosiddetto “vestito buono della domenica”.

Fontanelle, Parma, Merenda, 1914.

In un clima sociale tipico di quel periodo, anche le vacanze, così come le intendiamo oggi, erano un lusso riservato a pochi. Tra le mete più gettonate c’era il mare. Durante l’estate riusciva ad andare al mare solo chi ci abitava vicino, in quanto economicamente vantaggioso. Chi non godeva di questa fortuna, andava per lo più al lago o al fiume.

Per quanto riguarda i mezzi di trasporto, tra gli anni Cinquanta e Sessanta erano tutti abbastanza efficienti, ma non da tutti utilizzati. Tra i più comuni venivano adoperati il calesse, la bicicletta, qualche animale da trasporto (per lo più un cavallo o un asino) e molto raramente l’automobile o il motorino. L’automobile, come ora, era uno tra i mezzi più rapidi per i lunghi spostamenti, e ovviamente riuscivano ad acquistarle solo persone molto agiate. Ricordiamo la corriera che con l’automobile era l’unica cosa che collegasse Napoli con le sue province. Rappresentava dunque un elemento, sia da un punto di vista sociale, sia economico, estremamente importante.

Vorrei raccontare un piccolo aneddoto che mia nonna è solita raccontarmi per sottolineare le condizioni economiche e sociali che si vivevano in quell’epoca: mia nonna viveva, per sua fortuna, in una famiglia abbastanza benestante. Un giorno i suoi genitori invitarono a pranzo un’amica di mia nonna. In quel periodo erano pochissime le persone che potevano permettersi di acquistare carne o pesce e quel giorno la madre di mia nonna aveva cucinato una frittura di pesce. La famiglia di questa ragazza era sostanzialmente povera, e anziché mangiare il pesce che le veniva offerto, cercava di nasconderlo in tasca per portarlo alla famiglia. Il padre di mia nonna rimase talmente colpito dal suo gesto di affetto nei confronti dei propri familiari, che le disse di mangiare la sua parte di pesce, perché il giorno successivo ne avrebbe portato altro al resto della famiglia.

«Mo’ i giovani hanno tutti i pantaloni strappati o bucati, quando ero io ragazzo tutti i buchi si rattoppavano per non fare brutta figura in paese!» (citazione di mio nonno Mimmo).


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[1] 
segnalato come meritevole per la categoria “giovani”  al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.
Se  è vero che gli animali si tengono con la capezza, è altrettanto vero che  le persone, la loro vita  e i loro affetti eterni, si tengono con le parole.

Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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