NONNA RACCONTAMI – Quella notte

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Racconto vincitore ex aequo per la categoria “adulti” di   Antonella Massaro

QUELLA NOTTE LA LUNA ERA PIÙ LUMINOSA DEL SOLITO. Eravamo in tanti, forse venti, ma il rumore sordo dei nostri passi sul sentiero sterrato non riusciva ad attutire l’assoluto silenzio nel quale eravamo immersi. Tutti insieme formavamo una carovana di anime silenziose e disperate che si lasciavano guidare dalla luce della luna, senza sapere dove e da chi sarebbero state traghettate. Non ricordo che mese fosse e neppure in che stagione ci trovassimo. C’era la guerra, questo lo ricordo bene: un unico ed ininterrotto inverno, reso ancor più gelido dalla fame e dalla sensazione di non rivedere più mio fratello partito per il fronte. Era analfabeta mio fratello. Non aveva mai voluto imparare a leggere e a scrivere. Un giorno un suo commilitone ha bussato alla nostra porta e con il tono distaccato ed incolore di chi ha imparato a rendersi nunzio di bollettini di guerra, ci ha comunicato che Luigi era saltato in aria da qualche parte su, al Nord.

Avevamo lasciato in fretta le nostre case quella notte. Era giunta voce che i tedeschi presto sarebbero arrivati e ci avrebbero portato via tutto. A dire la verità non c’era molto da portar via, ma quel poco che resta in tempo di guerra diventa all’improvviso l’unico legame con la vita, la sola speranza di poter ricominciare quando, prima o poi, tutto sarà finito. Da quella notte ancora oggi quando sento parlare di “tedeschi” provo una strana sensazione, quasi un campanello d’allarme suonato dal mio istinto di sopravvivenza che mi avverte della presenza di un nemico.

La sera gli uomini si riunivano attorno all’unica radio del paese in attesa del notiziario giornaliero, mentre noi donne sgranavamo il rosario rifugiandoci nella monotonia fuori dal tempo della preghiera. Politica, alleanze, patria, battaglie: concetti troppo distanti dal mondo di chi doveva preoccuparsi solo di trovare un marito e di dargli dei figli, possibilmente maschi. La donna non decide; la donna esegue ciò che altri hanno deciso per lei. La donna non esprime opinioni; la donna può solo tacere e con il suo silenzio far proprie le opinioni altrui.

Quella notte la famiglia aveva deciso che spettasse a me indossare i pantaloni. Mia sorella si era rifiutata di “fare l’uomo di casa”, così aveva detto. Avevo letto la paura nel suo sguardo e senza pensarci troppo mi ero offerta di prendere il suo posto. Carm’nuccia era ciò che di più prezioso la vita mi avesse donato. Tante volte aveva preso le mie difese, troppe volte si era sacrificata per non lasciarmi sola. Quella notte era venuto il momento di restituirle una piccola parte del suo affetto.

Mentre camminavo a testa bassa stringevo con tutta la forza di cui ero capace la corda alla quale restavano attaccate le nostre speranze. Il tesoro che mi portavo dietro di tanto in tanto espirava con decisione sulla mia mano, con quel modo di fare di cani e cavalli che somiglia tanto a un sospiro misto di stanchezza e rassegnazione. Se i tedeschi ci avessero portato via la mula sarebbe stato quasi impossibile andare avanti.

Illustrazione di A. Mazza

Lei era forte, mansueta, fedele. Sopportava con incredibile solidità i carichi di legna che sistemavamo sulla sua varda, ci aiutava nei lavori della terra con instancabile tenacia e la sera accompagnava mio padre in chiesa con amabile devozione. Quella notte sbuffava con una veemenza insolita. Forse voleva solo riscaldare la mia mano, tesa nello sforzo di stringere la sua corda più di quanto fosse necessario.

Ero l’unica donna di quell’improvvisata comitiva di anime in fuga. Poco più che da adolescente, appena affacciatami a quell’età da marito che rappresentava anche l’inizio di un vero e proprio conto alla rovescia, riuscivo a stento a nascondere il senso di pudico imbarazzo che mi faceva arrossire al sol pensiero di non avere altre donne quali compagne di viaggio.

C’era la guerra, stavano arrivando i tedeschi e io dovevo portare in salvo la nostra mula, d’accordo. Ma restava quanto meno inopportuno vagare di notte, lontano da casa e circondata da soli uomini. Chissà cosa avrebbero pensato in paese quando saremmo ritornati. Chissà se quest’episodio avrebbe gettato ombre infamanti sulla mia reputazione fino a quel momento irreprensibile. Io in famiglia avevo fatto irruzione “per sbaglio”. Mio padre era già avanti con l’età – quelle con mia madre erano le sue seconde nozze – e quando seppe dell’arrivo di un altro bambino la sua reazione fu dapprima di incredulo smarrimento. Un’altra bocca da sfamare e, se si fosse trattato di una bimba, un’altra dote da mettere da parte. Mio padre però era soprattutto un uomo di chiesa. Faceva il sagrestano. Pregavamo tutte le sere, ringraziando il Signore per quei piatti quasi vuoti che avevamo di fronte e per la nuova giornata che aveva avuto la grazia di concederci. Leggevamo insieme la Bibbia e le storie dei Santi. Per me aveva scelto il nome di Santa Chiara. Lo aveva sempre affascinato la coraggiosa determinazione di quella giovane. Certo, non si trattava esattamente dell’ideale di donna che aveva in mente per una delle sue figlie. La ribellione di Santa Chiara lo spaventava e lo affascinava al tempo stesso. Una volta mi disse che quando mi aveva guardato, appena nata, aveva riconosciuto nei miei occhi e nella forza del mio pianto quella stessa fermezza d’animo che aveva sempre immaginato nel cuore della santa, la notte in cui decise di fuggire dalla casa paterna.

Fu così che scelse di chiamarmi Chiara. Quella notte mio padre, già molto malato, non disse nulla. Si limitò ad annuire impercettibilmente guardandomi fisso negli occhi, come era solito fare quando si accorgeva della mia insicurezza e, senza parola alcuna, voleva farmi sapere che aveva fiducia in me.

Non so dire con esattezza per quanto tempo camminai quella notte. Tre ore, forse cinque. La luna splendeva ancora quando finalmente intravedemmo il nostro rifugio. Tutti entrarono nel fienile, desiderosi di concedersi ristoro dopo il lungo ed accidentato percorso che ci eravamo lasciati alle spalle. Uno degli uomini mi chiamò, invitandomi a prendere posto accanto a loro. «Io non vengo. Resto qui», risposi. Il gruppo rimase qualche secondo in silenzio a guardarmi, ma nessuno replicò o rinnovò l’invito ad entrare. Ero una donna in età da marito: non potevo certo trascorrere la notte sotto lo stesso tetto di così tanti uomini senza essere la moglie di almeno uno di loro. Anche se c’era la guerra.

A pochi metri dal fienile scorsi una quercia solida, maestosa e in grado di offrirmi un riparo. Sedetti ai suoi piedi, con la schiena appoggiata al tronco umido, senza lasciare neppure per un secondo la corda della mula. Era la prima volta quella notte che alzavo gli occhi al cielo. I rami della quercia erano fitti, ma lasciavano intravedere i frammenti di una luna quasi piena e i brandelli di un cielo limpido e rassicurante. Appena mi capitava di assopirmi, la mula sbuffava. Io sobbalzavo, stringevo istintivamente la mano intorno alla corda e tornavo a tremare, non ricordo se per il freddo o per la paura.

Se la corda alla quale era legata la mula simboleggiava il nostro sia pur instabile ponte verso il futuro, le provviste a base di carne di maiale che tenevamo in casa rappresentavano il nostro presente, a guardia del quale erano rimasti mia madre e i miei fratelli.

Ogni anno, subito dopo Natale, uccidevamo il maiale che nei mesi precedenti avevamo avuto la cura di nutrire e di assistere. Un coinvolgente e solenne rito collettivo, assai difficile da descrivere a chi non vi abbia preso parte almeno una volta. Si iniziava all’alba. Il maiale veniva portato fuori dagli uomini e uno di loro, quello più esperto che di solito era anche il più anziano, lo scannava. Le urla della bestia sacrificale informavano l’intero paese che in quella casa si stava celebrando la cerimonia che avrebbe assicurato provviste fino all’anno successivo.

Gli uomini pulivano e squartavano la vittima dopo aver raccolto il sangue che sgorgava dalla ferita mortale infertale al collo. Le donne lavavano con cura le budella che sarebbero servite di lì a qualche giorno per insaccare la salsiccia. Del maiale non si butta via nulla. Piedi, orecchie, interiora: tutto può essere trasformato in riserve di grassi alle quali attingere per superare indenni i rigori dell’inverno.

Una volta il nostro maiale si era ammalato all’improvviso ed era morto. Ho rivisto lo stesso dolore e la stessa angoscia sul volto di mia madre solo quando mio padre cedette sotto il peso della malattia.

Quella notte i tedeschi arrivarono ad Acquevive e fecero visita anche a casa nostra. Mamma aveva provveduto a nascondere la vesciche piene di salsiccia, i prosciutti e i salami in intercapedini ricavate nelle pareti e nei pavimenti, che si lasciavano trovare solo da chi per anni avesse abitato quelle mura. Insieme alle salsicce avevano trovato riparo anche i suoi gioielli di nozze.

I tedeschi bussarono alla porta con la decisione di chi non ha intenzione di chiedere permesso. Mamma sapeva dissimulare bene la paura. Con gli anni ho capito che una sicurezza ostentata nasconde spesso una fragilità profonda, anche se, agli occhi di chi non ha la capacità di scrutare l’animo umano, quella sicurezza assume il più delle volte le convincenti sembianze di un’insensibile freddezza o di vero e proprio coraggio.

Nonostante i soldati parlassero in tedesco era fin troppo chiaro cosa cercassero, anche per mia madre e i miei fratelli che solo a fatica riuscivano a parlare un italiano comprensibile. Mia madre si rifugiò dapprima in un quasi dispiaciuto «Io non capire tedesco», ma quando uno dei due le appoggiò il fucile sulla fronte urlando «Ti faccio capire io», si rese conto che avrebbe dovuto in qualche modo comunicare con quelle divise urlanti. I miei fratelli, seguendo le sue disposizioni, rimanevano in disparte. Era meglio che fosse una donna ad esporsi. «Qui nichts, nichts. Noi poveri! Noi più fame di voi!», tentò mia madre con un tono di voce imperturbabile che sovrastava il rumore assordante del battito accelerato del suo cuore. La canna fredda del fucile era ancora puntata sulla sua fronte. Raccomandando la sua vita a Dio e senza mai rivolgere lo sguardo al dito sul grilletto di fronte a lei, si diresse verso un cassetto della cucina, tirò fuori del pane e dei pezzi di salsiccia che aveva appositamente lasciato lì e li offrì amichevolmente ai due tedeschi. In questo modo attirò lo sguardo dei soldati su mio padre, che giaceva affaticato su una sedia attorno al camino, mentre i miei fratelli gli tenevano la mano e recitavano con lui il Padre Nostro, quasi fosse moribondo.

La messinscena diretta dalla sapiente regia di mamma sortì inaspettatamente il suo effetto. I due tedeschi parlottarono brevemente tra loro, presero il cibo offerto da mia madre, le urlarono in faccia parole di certo poco cortesi e uscirono lasciando la porta aperta. Mia madre salì in camera, sedette sul letto e con il viso tra le mani respirò profondamente e pianse. Pianse ininterrottamente per più di un’ora.

Quella notte stava per finire. Le luci dell’alba erano il segnale con cui il Signore mi comunicava che almeno io e la mia mula eravamo sopravvissute. Non era ancora prudente tornare ad Acquevive, ma decisi che non avrei trascorso un’altra notte sotto quella quercia. Camminai per poco più di due chilometri e incontrai una donna che conosceva la mia famiglia e che mise volentieri la sua casa a disposizione mia e della mula. Finalmente ci dissero che il paese era sicuro. I tedeschi erano andati via lasciandosi dietro una scia di paura, ma nessuna vittima. Solo un mio lontano parente era morto. Aveva raccolto da terra una ordigno inesploso, l’aveva messo in tasca convinto di poter guadagnare qualcosa rivendendo quell’aggeggio al mercato nero e dopo qualche passo era saltato in aria.

Molti anni dopo mi dissero che mio fratello era ancora vivo, che aveva trovato rifugio in America, che si era sposato e che sua moglie gli impediva di prendere contatto con la famiglia in Italia. Non seppi mai quale fosse la sorte che Dio aveva riservato a Luigi. Quella notte, sotto la quercia, mi si erano gonfiati gli occhi di lacrime al pensiero che mio fratello non fosse in grado di scrivere neppure il suo nome.

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Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  
n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it

il racconto è accompagnato, in automatico dalle note di “Ballade pour Adeline” composto da Paul de Senneville edOlivier Toussaint ed inciso dal pianista francese Richard Clayderman

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