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Nonna raccontami: Ore Venti e Dieci

Racconto vincitore per la categoria “giovani”  di Martina Paoletti

Sono incollata alla finestra da quaranta lunghissimi minuti e ancora non mi stanco di osservare la neve che scende piano piano, ormai da dieci ore. In mattinata i fiocchi erano piccoli ed eseguivano una leggera danza, sospinti da un vento che solo a tratti diventava freddo e cattivo. Poi sono diventati sempre più grossi e hanno cominciato a posarsi sulla strada, fino a formare uno strato soffice di ovatta che ha annullato tutti i rumori del mondo. Con la punta del naso ghiacciata perché incollata ai vetri da un bel po’, penso alla piacevole serata che mi aspetta: domani niente scuola, perciò Facebook a volontà (per far morire d’invidia i miei amici che la neve neanche a pagarla la vedono dalla loro finestra) e un bel film, possibilmente uno di quelli horror trasmessi la sera tardi, che spaventano la mamma, quando posso restare sola allungata sul divano a fare le ore piccole.

Finalmente stacco il naso dai vetri appannati per dare inizio al divertimento, mi avvio verso il computer, prendo il mouse per… Nero, tutto nero! Oddio, è andata via la luce! Ma no, sarà che tra la lavastoviglie, il phon e il ferro da stiro il contatore è saltato. Accendo una candela per controllare: il contatore è a posto. Guardo di nuovo fuori, ma è tutto spento. È proprio un black out. Se avessi voglia di scherzare direi che è un black out con i fiocchi! Aiuto!!! E adesso il computer, la televisione… Cosa faccio stasera se non mi collego”? Mi siedo sconsolata vicino al fuoco (perché, sì, il camino ce l’ho) e mi guardo intorno per scoprire che cosa fare. Mi sento persa. Chiudo gli occhi sperando che riaprendoli veda la luce. Conto fino a tre, li apro e subito urlo: «Cosa posso fare?».

«Io, quand’ero piccola, ho trascorso tante serate come queste…». È la nonna che parla, anzi la bisnonna, la nonna di mia mamma, nonna Matilde.

Strano, però, nonna Matilde è morta già da molti anni. Guardo la sua foto color seppia nella cornice d’argento sulla mensola del camino. Non vorrei giurarci, ma sono sicura che la nonna si è mossa, si è messa a sedere appoggiando le mani sul bracciolo della poltrona di legno e mi ha fatto l’occhiolino…

Camino«Di sera, in inverno, ci riunivamo tutti vicino al camino, grandi e piccoli. Allora eravamo in tanti. Nella masseria della mia famiglia vivevamo in cinque famiglie, con quattro o cinque figli in ognuna. Ogni famiglia viveva in unico locale, un monolocale direste voi oggi, che fungeva da cucina, soggiorno e camera da letto. Il bagno non c’era. Di giorno si usciva fuori per fare i propri bisogni e di notte si usava il vaso, nascosto sotto il letto, che di solito era in fondo alla stanza, ed era molto alto, tanto alto che per salirci ci voleva una sedia. Nel letto si dormiva in tre o quattro, tutti i bambini con la mamma. Spesso capitava che durante la notte, muovendosi nel sonno, qualcuno cadeva, e si faceva pure male considerata l’altezza. All’ingresso c’era una vasca piccola dove si lavava di tutto; di fianco erano appoggiati due barili che servivano per prendere l’acqua alla fontana e, sulla mensola, tanti secchi di ferro, di tutte le dimensioni, per prendere l’acqua al pozzo. C’era, poi, un camino con un calderone  sempre pieno d’acqua, che serviva per cucinare o per avere pronta l’acqua calda per lavarsi. C’era un vecchio tavolo di legno e tante sedie impagliate dagli uomini di casa, quando erano liberi dai lavori nei campi. Tutte queste case si affacciavano sull’aia, la piazzetta per modo di dire, perché lì, oltre ai lavori come ventilare il grano o asciugare i granoni, si svolgeva la vita sociale della nostra piccola comunità.

In estate, per esempio, noi bambini imparavamo a ballare mentre zio Fortunato suonava la fisarmonica e, quando eravamo stanche di ballare, lasciavamo il palco ai giovanotti e noi ci rincorrevamo o giocavamo a nascondino o a Zi’ Gerolamo. Poco distante c’era il pozzo e sotto alle case le stalle.

Ma torniamo a noi. Stavo dicendo che la sera ci riunivamo vicino al camino, nella casa dei nonni e qui i più grandi facevano divertire noi bambini. Cosa si poteva fare al lume di una candela e della fiamma che si sprigionava nel camino?  Raccontare storie o fare le ombre cinesi. Hai capito bene, le ombre cinesi; anche noi sapevamo cos’erano e il nostro teatro era quella piccola stanza che ci faceva tanto sognare. Mentre gli adulti erano impegnati nei loro lavori, chi a scolpire il legno per costruire utensili, chi a produrre cucchiai con le corna delle mucche, le donne a lavorare a maglia o a rattoppare i vestiti, i giovani si occupavano di noi.

Mio cugino Sandrino era particolarmente bravo a fare le ombre cinesi. Con l’aiuto del fratello Pietro e del cugino Beppe sistemava un lenzuolo sulla parete di fronte al camino, accendeva una candela e dava avvio allo spettacolo, con un asino che magicamente muoveva le sue lunghe orecchie, sul lenzuolo bianco. Subito arrivavano altri asini e cominciavano a rincorrersi, e noi bambini facevamo a gara per inventarci le storie più strane sulle corse degli asini. Era la volta, poi, di cani, gatti e altri animali, che emettevano i loro versi con la voce rauca di Beppe o quella cavernosa di Pietro. Su quel lenzuolo bianco pieno di toppe prendevano vita battaglie epiche, con morti e feriti e vincitori che agitavano le orecchie o muovevano la coda in segno di vittoria.

Quando anche i grandi lasciavano i loro attrezzi e si riposavano vicino al fuoco, era il momento delle storie e anche Sandrino, Pietro e Beppe riavvolgevano il lenzuolo e si sedevano per ascoltare. Le storie erano la specialità di nonno Germano e zio Giustino. A volte erano fiabe, spesso erano storie reali, della guerra appena finita (la Prima Guerra mondiale), dello zio emigrato in America, di cui si sapeva quel poco che veniva scritto in dialetto misto a inglese nelle lettere sempre più rare. Di lui si conservava, indelebile nella mente, l’immagine di lui appoggiato sulla ringhiera del ferryboat che se lo portava via, mentre con una mano salutava e con l’altra si asciugava le lacrime che gli bagnavano il viso.

L’America, più lontana della luna, potevamo solo immaginarla, le storie delle janare, invece, erano molto vicine e ci incutevano terrore. Nonostante questo erano le nostre preferite. Janare erano chiamate le streghe nel nostro paese, streghe molto cattive e suscettibili, che usavano la magia nera per vendicarsi dei piccoli torti subiti. Le vecchiette del paese giuravano di aver visto spesso queste janare trasformarsi in gatti per entrare nelle case, fare del male e poi scappare saltando dalle finestre».

L’espressione di nonna Matilde si è fatta più seria. Ha sospirato profondamente e ha continuato il suo racconto…

«Devi sapere che la mia famiglia fu colpita duramente dalle janare. Un giorno una di queste si recò da mia zia Concetta per farsi dare del grano. A quei tempi eravamo tutti poveri, anche le janare. Mia zia non ne aveva molto e si rifiutò di darglielo, perché doveva sfamare quattro figli, più uno in arrivo. Un paio di sere più tardi la janara entrò in casa, sotto le sembianze del gatto, assunse di nuovo forme umane e con i piedi cominciò a calpestare la pancia della povera zia che era a letto, incapace di muoversi. In questo modo la creatura che aveva in grembo morì e dopo pochi giorni zia Concetta la seguì. Povera zia Concetta!

Noi bambini eravamo terrorizzati dalle janare, perciò stavamo attenti a non dire mai di no alle vecchiette che, all’apparenza erano tutte buone e gentili. Così portavamo loro la legna in casa, andavamo a prendere l’acqua al pozzo, le aiutavamo nelle faccende domestiche. Sai cosa succedeva ai bambini che disubbidivano? Venivano colpiti da strane malattie che li tenevano immobilizzati a letto; la specialità delle janare era storcere gli arti inferiori e superiori, così i piccoli, quando e se guarivano, restavano storpi. Mentre raccontava queste storie, nonno Germano si alzava e cominciava a camminare come quei poveri innocenti, rovinati per sempre dalla magia nera di una vecchia senza scrupoli.

camino-bambiniNoi bambini ascoltavamo attentamente, anche se questa storia l’avevamo già sentita centinaia di volte. Ogni volta, però, si aggiungevano nuovi particolari, altri personaggi s’inserivano nella trama, la vicenda si snodava in modo diverso per finire sempre allo stesso modo. Eh sì, nonno Germano era un narratore eccezionale e tramandava oralmente fatti che si perdevano nella notte dei tempi, tanto da fare fatica a distinguere ciò che veniva inventato e ciò che era successo realmente. Bastava il nome di qualche antenato per conferire loro il timbro della veridicità.

A questo punto della narrazione sorgeva una domanda, la solita domanda che la più piccola del gruppo, la mia sorellina Ernestina, rivolgeva a zio Giustino: come ti potevi difendere da queste persone cattive?

Il testimone passava così allo zio, che cominciava il suo racconto con una voce rassicurante, calma, tranquilla e allo stesso tempo orgogliosa. Riprendeva da dove si era interrotto nonno Germano e ci faceva capire subito che il rimedio c’era, era possibile difendersi dalla stregoneria con un atto di coraggio degli uomini della famiglia. C’era da giurarci che tutte le famiglie avevano da raccontare le gesta del proprio uomo che era riuscito ad ottenere la “protezione” delle janare. Zio Giustino era uno di questi, ed era così orgoglioso della sua impresa e l’emozione era ancora così viva che al ricordo la voce gli tremava e qualche lacrima gli scendeva giù sulle guance. Ernestina era la più attenta a seguire il racconto, anche se faceva fatica a tenere gli occhi aperti, sopraffatta dal sonno».

E così zio Giustino narrava di quella notte di Natale …

«…Con due miei amici mi ero appostato all’ingresso del portone principale della chiesa di San Filippo e avevo aspettato che terminasse la messa di mezzanotte. Sotto il mantello nero avevo nascosto la falce. Quando la gente incominciò ad uscire l’avevo tirata fuori, ben visibile a tutti. La brava gente lasciava tranquillamente la chiesa, mentre le janare restavano prigioniere, non potendo avvicinarsi alla falce. Per poter uscire dovevano venire a patti con il padrone della falce; promettevano, quindi, di non far del male a nessuno della famiglia, fino alla settima generazione.

Tornai a casa felice per il bel regalo di Natale che avevo fatto alla mia famiglia.

Ernestina allora si faceva due calcoli con le dita: lei era la seconda generazione, poteva dormire sonni tranquilli. E, infatti, subito le palpebre si chiudevano e cadeva in un sonno profondo, tra le braccia sicure della mamma».

Mi ritrovo a fare anch’io dei calcoli: se la mia bisnonna era la seconda generazione, mia nonna era la terza, mia mamma la quarta e io la quinta. Quindi sono protetta dalle janare. Grazie, zio Giustino, sono tranquilla sapendo che hai fatto in modo che a distanza di anni i tuoi pronipoti potessero vivere tranquilli!

Cosa sto pensando? Janare, stregoneria… Credo davvero a queste cose? Di solito no, sono abbastanza razionale, ma stasera è diverso. L’aria preoccupata di nonna Matilde non lascia dubbi e l’orgoglio dello zio per aver salvato la famiglia è così forte che… Sì, stasera ci credo. Mi pare di aver visto nonna Matilde sbadigliare, ma non ne sono sicura. Ho guardato l’orologio. Però! È già passata la mezzanotte. Allora mi chiedo: «Sono sveglia o sto dormendo?».

Mi do un pizzicotto sul braccio e… Sì sono sveglia e sono felice della nevicata che ha provocato il black out, del black out che mi ha regalato una serata diversa, che mi ha fatto scoprire o solamente ricordare un po’ di storia della mia famiglia.

Mi affaccio alla finestra. La neve ha ormai superato mezzo metro e continua a scendere giù, lentamente e a fiocchi sempre più grandi. Nonna Maria dice che ne avremo almeno per altri due giorni. Questo significa che la luce elettrica potrebbe mancare ancora per molto. Chissà perché questo pensiero mi rende felice.

Prima di andare a dormire voglio fare ancora una cosa, chiedo a nonna Maria di prendere il suo album di fotografie e di guardare insieme le immagini sbiadite della sua infanzia. Sono sicura che mi sapranno raccontare ancora tante belle storie che renderanno più bella anche la mia storia.


Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it

Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

2 commenti

  1. COMPLIMENTI! Bel racconto: con delicata maestria e passaggi successivi l’autrice è tornata indietro alla sua infanzia e ha riportato anche me a 70 e più anni fa… anch’io come tutti i bambini ho avuto una nonna, paterna, che viveva in casa con noi, ma ci lasciò che io avevo solo quattro anni …La mia nonna forse non sapeva raccontare storie, lei sapeva “ordire le tele” alle famiglie del paese, che avevano figlie femmine e quindi dovevano tessere e tessere tanto, per preparare corredi su corredi…Ma la mia nonna mi sapeva ALLATTARE, si proprio così. Quando io facevo qualche capriccio, per gelosia della sorellina minore o ansiosa di maggiore attenzione, si sedeva su una sediolina bassa al raggio di sole che entrava dalla porta aperta, e mi faceva succhiare il suo seno avvizzito: ed io mi calmavo. Grazie nonna! non ricordo il latte della mamma –morta un anno dopo di te- ma quel latte tuo che non c’era, si quello è il ricordo più bello della mia prima infanzia.
    Grazie a te, MARTINA PAOLETTI, che mi hai risvegliato questo ricordo, perché pur non sgorgando quel latte mi ha nutrito, come il ricordo delle ombre cinesi dei tuoi nonno e zio ha dato vita a te in quella sera senza luce elettrica.

  2. Io che, a causa della mia appartenenza ad un ceppo familiare cosiddetto “per bene”, ho sempre vissuto in ambienti totalmente differenti da quelli descritti in questo racconto, mi sono commosso non tanto per la sostanza del racconto stesso quanto per la naturalezza (e sincerità) con cui si esprime la narratrice; ed è questa naturalezza che mi ha permesso in tal modo di vivere realmente per qualche istante attorniato (sia pure solo idealmente) da persone semplici ma salde come roccie quali quelle che la hanno guidata nella sua infanzia.
    Per i miei gusti, questo è il più bel articolo che abbia letto tra quelli dedicati al tempo che fu nelle nostre terre.
    Quanto a “La Perla del Molise” (che, nella mia sbadataggine esistenziale, ho conosciuto solo attraverso quella che la direttrice presentava come sua ultima uscita), posso solo augurarmi che – nel frattempo – ci sia stato un ripensamento: e la fine di una storia editoriale di così alto livello non può apparire sorprendente a chi – per scelta – ha trascorso la sua lunga vita da queste parti e ne conosce perfettamente dunque lo stato attuale.

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