Nonna Raccontami – Mia Nonna Mariuccia

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Racconto di Carmine PotestàRacconto vincitore del Premio della Critica

Figura esile e minuta, dal sorriso sempre pronto, a braccia aperte mi accoglievi sin dai primi passi. Vivo e nitido il ricordo di quando tenendomi  la mano, le storielle della vita mi raccontavi, da tutto mi proteggevi.

Ricordo quando mettevi la mano nella tasca grande del vestito, mi si illuminava il viso; bastava una piccola cosa ed io ero felice.

Al vecchio basta poco, una minestra calda e un po’ di compagnia, in cambio ti dona l’esperienza di una vita. Ora che gli anni sono passati e potrei essere nonno anch’io, posso ancor dire nonna quanto mi manchi.

Solo il titolo di questo racconto accende un turbinio di ricordi che in maniera  convulsa cercano di uscire alla mia mente. Le nonne. Perché a me è mancata l’esperienza vissuta con i nonni. Entrambi, per loro vicissitudini si sono staccati dalla mia famiglia perdendo con me ogni contatto.

Le nonne invece le ho vissute a pieno, essendo state molto longeve: nonna Mariuccia che visse fino a novantadue anni e nonna Calotta, fino a novantanove.  Ma nonna Mariuccia viveva in casa con noi, e con lei ho vissuto di più.

I primi ricordi affiorano.

Illustrazione di A. Mazza

A due anni e mezzo la mia prima disavventura. Quando mi scottai con l’acqua bollente in modo grave in casa di una vicina, ricordo con quanto amore nonna Mariuccia mi curava, mi coccolava: «Zitto nonna, zitto nonna che ti racconto ‘r cuntarille (la favoletta)». Ed ero difficile nel mangiare, e lei mi dava di nascosto qualcosa di buono e diceva «magna nonna magna ca catriar e prcill dalla vocca su bill».

Per non dire di quando facevo le marachelle (perché ero un bel po’ discolo), la mamma mi rincorreva ed io mi rifugiavo dietro la nonna che le diceva: «Lasser ie, ‘r citre c’ penze je (lascialo stare, al bambino ci penso io)». E a me diceva di non fare così, cercando di fare la faccia seria. Ma non le riusciva.

In inverno quando tornavo da scuola, per il freddo la mano che reggeva la cartellina della scuola si gelava e rimaneva chiusa. Allora la nonna mi faceva sedere vicino al fuoco, prendeva una pezza di lana, la faceva scaldare e la metteva intorno  alla mano tante volte finché non si riapriva. Col freddo forte si facevano i geloni alle mani e ai piedi che davano un prurito atroce. Allora nonna prendeva uno spicchio d’aglio, lo scaldava sotto la cenere per strofinarlo sui geloni alleviando il prurito.

La sera quando eravamo seduti intorno al fuoco si spegneva la luce, c’era solo il chiarore rossastro della fiamma che illuminava la cucina. La nonna mi teneva  sulle ginocchia e con la paletta muoveva i tizzoni ardenti che facevano scintille e mi diceva: «Vedi nonna, non ti devi avvicinare che c’è il diavoletto che ti acchiappa».

La mia casa era composta da una camera grande da letto e una cucina. Sotto c’era la stalla e sopra la soffitta che fungeva da fienile. Io e la nonna andavamo in soffitta  per tagliare a pezzettini i foraggi da dare alle bestie, così non facevano spreco.

Quando andavamo in campagna mi insegnava quali erano le erbe curative e quali erano quelle buone per il pascolo, così le pecore facevano più latte. Era una gioia quando faceva il formaggio, così dopo fatta la ricotta io potevo bere il siero caldo, oppure mi dava ‘r macciuch, un po’ di formaggio fresco strizzato nella mano.

In una casa contadina quando si ammazzava il maiale era una festa, perché il maiale dava sostentamento tutto l’anno. Il lardo era prezioso perché doveva bastare un intero anno per condire la minestra.

A quei tempi caramelle e cioccolatini erano molto rari, allora la nonna mi contentava  con i frutti di stagione oppure con gli sfrizzoli del lardo. Quando cuoceva i fagioli nella pignatta, io andavo a bagnarci il pane facendoli rimanere quasi  a secco.

La mia piccola nonna, che io chiamavo mammella, portava sempre il fazzoletto  in testa sia in inverno sia in estate, ed era sempre vestita di nero; poi da grande ne ho saputo il motivo.

Ogni stagione aveva il suo momento culminante e le diverse fasi che ne conseguivano, e la nonna era sempre presente con i suoi consigli e la sua esperienza.

Ricordo i racconti e le peripezie durante la guerra.

Per salvare le bestie dai tedeschi, si dormiva nei boschi o si andava di notte a macinare un po’ di grano al mulino lungo il fiume. C’era solidarietà, si cuoceva una pignatta di fave o altri legumi e si divideva con i vicini. E ricordo i grandi sacrifici di zia Mariarosa, zappare una giornata per un pugno di farina… Nonna mi diceva che le persone si tengono con la parola e le bestie per la capezza.

Durante il brutto tempo, sferruzzava la lana che aveva prima filato per fare calzini e maglie intime per noi nipoti. Mi sembra di sentire ancora il pizzicolio nella pelle che passava solo dopo che questi capi erano stati lavati molte volte nella lisciva.

Quando si faceva il pane, io mi mettevo vicino alla nonna e con i pugnetti la aiutavo a lavorare la pasta del pane che veniva cotto nel forno a legna per bastare tutta la settimana. La ‘ngurdinizia (ingordigia) più ricorrente erano r’ squarci, una frittella dolce o salata, di cui vado matto ancora oggi.

Quando si tosavano le pecore, inevitabilmente si facevano delle piccole ferite e la nonna li curava con olio e fuliggine.

Per scongiurare il malocchio cantava una litania che io non ho mai imparato. Quando era in arrivo un temporale, per scongiurare i pericoli più gravi prendeva un coltello con il manico nero oppure una falce e, puntandola verso il punto da cui scaturivano i lampi e i tuoni, faceva segni di croce.

Quando mi curava il raffreddore con le padelle scaldate vicino al fuoco e messe vicino al viso, sempre in numero dispari come quando si regalano le rose. Quando faceva la spara da mettere in testa per portare in equilibrio la tina dell’acqua. Quando tostava l’orzo che macinato serviva per fare il decotto durante l’inverno. Quando si faceva l’albero di Natale, per ornarlo si usavano le palline delle querce, incartate con la carta argentata, qualche caramella che mandavano i parenti da Roma nel pacco natalizio, qualche mandarino, un fiocco sulla punta e tanta gioia che avevamo dentro.

Dopo aver scritto questo racconto, mi sento più leggero, sereno, felice di aver  rivissuto quei momenti a me tanto cari.

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[1] Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it.

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Musica: Richard Clayderman … Giardino Segreto
Editing:
Enzo C. Delli Quadri

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2 Commenti

  1. Il potere evocativo di questo racconto è la sua più grande dote. Penso che tutti i fortunati abbiano avuto una nonna Mariuccia, che non se n’è mai andata.

  2. GRAZIE!!!! Commossa e felice insieme, dopo aver letto questo racconto “ricchissimo” di ricordi teneri e lontani…
    Ho conosciuto una sola nonna ed avevo solo quattro anni, quando l’ho persa…La mia “mammine”non ha fatto in tempo a dirmi tanti “cuntarille” a farmi le pezze calle, a curarmi i geloni con l’aglio, né io ricordo le sue litanie contro il malocchio…. …. …. Fortunato bambino! ed oggi fortunato uomo che hai potuto raccontare tante e tante pillole di saggezza e di dolci ricordi, con AMORE, SUSCITANDO IN NOI LETTORI EMOZIONE ALTRETTANTO GRANDE.

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