Nonna Raccontami – Il grano biondo sussurrava al vento

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Racconto segnalato come meritevole per la categoria “adulti”  di Mjriam Tassan

ERANO PARTITI DAL PAESE DI MATTINA PRESTO, col buio, per arrivare nei campi allo spuntare dell’alba. Camminavano l’uno dietro l’altro, ognuno assorto nei propri pensieri. La fila nera e silenziosa procedeva capeggiata dall’asino Bastia’ seguito dal capofamiglia Peppe detto Tram’zzino, dal figlio Domenico detto Coccill, dagli uomini presi a giornata e infine dalle donne, la moglie Michelina detta Pedacchia e la figlia, la bella Lidia, chiamata da tutti affettuosamente la Violetta.

Nei campi li attendeva la famiglia Perruzz, che abitava nella masseria vicina alla loro, per aiutarli nelle lunghe giornate della mietitura e della trebbiatura. Poi la famiglia Tram’zzino, dal nome del padre, avrebbe ricambiato il favore, come era consuetudine.

La giornata non era iniziata bene. L’asino, quell’asino testardo e dispettoso, a metà strada si era accasciato e non ne voleva sapere di rialzarsi. Peppe, aiutato dal figlio, aveva liberato l’animale dalla varda, il basto, e da tutti gli altri bagagli tenuti su con le iaccre, le cinghie. Le donne si erano subito preoccupate di mettere al sicuro il cibo preparato per quel giorno di festa; quello era forse il carico più prezioso per loro. Alla fine l’asino, spintonato e incoraggiato dai familiari con versi di richiamo, si era alzato, ma tutta la manovra, compresa la nuova vestizione dell’animale, aveva portato via un bel po’ di tempo. «Puzza avé ‘na  malezzone» furono gli unici suoni comprensibili emessi da Peppe, teso e nervoso per  quel contrattempo.

Da quando era nato aveva fatto il contadino e da sempre i giorni della mietitura e della trebbiatura erano per tutti una festa, ma quell’anno era diverso. Suo figlio Coccill, stanco di quella vita, gli aveva annunciato la prossima partenza per la città, dove alcuni amici gli avevano trovato un lavoro qualunque, ma tanto bastava per cominciare. Peppe, però, non se la sentiva di mandarlo via senza un soldo in tasca e sperava in un buon raccolto per aiutare il figlio. A dargli pensiero era anche la giovanissima Lidia, così bella che già aveva trovato uno spasimante che voleva sposarla. C’era, quindi, da fare la dote con tutto quello che comportava.

Cominciava ad albeggiare, quando arrivarono ai campi. Ad attenderli c’era la numerosa famiglia dei Perruzz. Peppe spiegò ai suoi amici il motivo del ritardo: «Paesa’, l’asin s’è ‘ncapricciat’. Viva San Vitale e cominzamm’  a lavura’!».

Rasserenati gli animi, impugnate le falci, si iniziò a tagliare il grano sotto il sole che cominciava a bruciare. Verso le nove, le donne tirarono fuori dai fagotti la vuvtèlla, la seconda colazione, necessaria e corroborante per le fatiche dei campi: pane, prosciutto, formaggio, aglio e cipolla inzuppati nel sale, acqua e vino.

Il lavoro riprese cadenzato dai canti popolari intonati dalle donne: «Ecch giugn, giugn ch r cuarr riutt, /cuarr mo è rotta la maiesa, / mena chembagne mia ch’è assiutt, / e ca sennò / perdimm opere e friutt. Ecch lugli e la cambagna è tiutta d’ore,/ ‘l gran è tande, gheisc ‘ncor, / jamm mettemmece sott’a mète, / sennò pu doppe aremanemm arrète».

Il grano tagliato veniva raccolto in piccoli covoni, r manocchie, che venivano caricate in recipienti di legno dette caiole e trasportate dall’asino fino all’aia della masseria per la trebbiatura.

Il lavoro procedeva bene, ma il caldo cominciava a farsi sentire. Il sole di luglio bruciava e anneriva la pelle, ma Peppe era sereno e felice. Non era stato un anno facile; la fatica dei campi gli era pesata più del solito, probabilmente a causa dell’età che avanzava. Suo figlio lo aveva aiutato, ma con sempre maggiore svogliatezza e insofferenza. Non voleva fare la sua fine e questo lo offendeva profondamente.

La vita del contadino era dura e faticosa, ma piena di dignità. Cosa pensava di trovare in città? Ce l’avrebbe fatta da solo? Ma sì, era un ragazzo intelligente e svelto, se la sarebbe cavata benissimo. E la sua piccola Lidia, già fatta fidanzata a uno che non gli ispirava nemmeno tanta fiducia perché era forestiero. Ma la figlia si era così intestardita! Comunque la ragazza si sarebbe sposata a settembre e il raccolto doveva andare bene, altrimenti avrebbe perso la faccia davanti a tutti i suoi paesani. Questo pensiero lo aveva tormentato e accompagnato dalla semina in poi. Il raccolto precedente era stato scarso per la siccità e il terreno si era indurito ulteriormente durante l’estate.

Al tempo della semina, ad ottobre, lui con la sua famiglia aveva dovuto arare tre tomboli di terra e con l’ausilio del solo bidente, perché non c’erano i soldi né per comprare un aratro né per prendere a giornata qualche lavorante. L’inverno era stato rigido, le nevicate abbondanti a tal punto che a marzo non era potuto andare a mna’ il grano, a spruzzare il nitrato, perché i campi erano ancora ricoperti di neve. Con l’animo sospeso aveva osservato la crescita del suo raccolto e, nonostante tutte le difficoltà, con infinita gioia lo aveva visto venire su sano e ricco. A maggio con lo zappetto aveva ripulito con grande cura dalle erbacce i campi ormai colorati di un verde intenso come le sue speranze. A giugno il grano imbiondiva e brillava sotto il sole, tanto da incendiarsi al tramonto. Di notte mille piccole luci volavano e si muovevano tra le spighe cariche, lasciando a bocca aperta anche il più esperto e vecchio contadino.

Finalmente era arrivata l’ora di pranzo. Le donne avevano steso la tovaglia per terra all’ombra dei passoni, alberi grandi, e dalla vsazza avevano tirato fuori il ben di Dio: sagn’ e fasciuli, salsiccia, zucchine e pane. Lidia aveva tirato fuori anche i fiaschi dell’acqua e del vino. Seduti a terra in cerchio, gli uomini aspettavano di essere serviti dalle donne in rozze ciotole di terracotta. Nel frattempo, assetati, tutti bevevano dagli stessi fiaschi del vino e dell’acqua, rispettando rigorosamente il criterio dell’età: dal più anziano al più giovane.

La giornata era già trascorsa per metà e il lavoro procedeva in modo soddisfacente. Dopo un po’ di riposo si riprese a falciare con grande lena fino al tramonto, quando stanchi, si fece tutti ritorno a casa.

Era trascorsa una settimana esatta. Peppe era sollevato, era giunto ormai l’ultimo giorno della trebbiatura e tutto era andato secondo i suoi piani; ora sì che si poteva festeggiare e stare allegri. Aveva invitato alla masseria amici e parenti per dare una mano, ma anche per mangiare assieme. Nell’aia gli uomini avevano steso a terra in cerchio r manocchie, secondo una determinata direzione: quelli esterni con la spiga verso l’interno, quelli interni a casaccio. Peppe trascinò nell’aia l’asino, che si era nuovamente incaponito, ricoprendolo di insulti finché non si decise a camminare in cerchio sui covoni per frantumarli. Di tanto in tanto gli uomini li rimescolavano coi tridenti per rendere uniforme la triturazione. Alla fine venne tutto ammonticchiato in un angolo, secondo la direzione del vento. Uomini, donne e bambini sollevavano con il tridente il grano triturato per separarlo dalla pula, liberandolo controvento. Infine il grano venne vagliato col crivello e, una volta pulito, venne messo nei sacchi per trasportarlo in paese.

 Le donne per quel giorno avevano preparato un pranzo regale, che prevedeva il piatto tipico della trebbiatura, i maccaroni dell’ara, pasta fatta a mano con sugo e salsiccia sotto strutto. Il vino avrebbe rallegrato gli animi già euforici. Quel giorno si era unito alla comitiva anche lo sposo di Lidia, Mario il Forestiero; Peppe lo teneva d’occhio qualsiasi movimento facesse e soprattutto non gli permise di avvicinarsi alla figlia. Il giovane, però, non deluse le sue aspettative: lavorò sodo e rivolse alla sua bella solo qualche sguardo sfuggente che diceva tutto. Mario, oltre ad essere bello e ad avere il fascino dell’esotico, suonava la fisarmonica che aveva portato con sé. Quanti balli, quanta folle gioia in quell’ultimo giorno di trebbiatura che apriva a nuove speranze, ad un nuovo futuro.

Al tramonto, ritornando a casa, la comitiva procedeva come al solito capeggiata da Bastia’, l’asino cocciuto, tanto ingiuriato quanto amato da Peppe, che lo considerava come uno della famiglia. Questa volta tutti erano stanchi, ma sereni e allegri. Sulla strada incrociarono altri compaesani, che ritornavano a casa dopo la trebbiatura e, come accadeva ogni sera, nella strada principale si formava una lunga fila di asini che, procedendo col capo ciondoloni, aspettavano il loro riposo e la loro paglia.

Arrivati sulla piazza principale, gli uomini si fermarono a parlare qualche minuto tra di loro di come era andato il raccolto. Le donne, a gruppetti, si dirigevano verso casa scambiandosi le ultime novità sul paese. L’argomento del giorno era proprio l’arrivo dello sposo di Lidia, il bellissimo Mario, il Forestiero. Le compagne della ragazza scherzavano con lei maliziosamente, mentre il giovane s’intratteneva a parlare con gli amici del fratello, prossimo a partire, valutando la possibilità di trasferirsi anche lui in città dopo il matrimonio.

Lidia, più silenziosa del solito, non ascoltava le ciarle delle sue amiche; pensava al giorno delle nozze, al suo bell’abito già confezionato da zi’ Marietta, la sarta del paese, che tanto era costato al suo caro papà. Pensava alla dote e al momento in cui tutte le ragazze del paese l’avrebbero vista esposta. Pensava a Mario… e arrossiva!

Erano i giorni della mietitura e della trebbiatura, giorni faticosi e pesanti, giorni lontani, da ricordare, giorni sereni e limpidi, limpidi come il cielo del mese di luglio.

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CAMPO-DI-GRANO-E-PAPAVERI-Olio-su-tela-50-x-40 di Gaetano Minale
CAMPO-DI-GRANO-E-PAPAVERI-Olio-su-tela-50-x-40 di Gaetano Minale

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Questo racconto è stato presentato al concorso “Nonna Raccontami” organizzato nel 2012 dalla Rivista La Perla del Molise diretta da Michela Mastrodonato. Il Racconto è riportato nel  n. 29-30-31 – (Sett 2011-Ago 2012) della Rivista stessa ed è stato pubblicato anche sul sito: www.associazioneabam.it

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

1 COMMENTO

  1. Mjriam, complimenti vivissimi. Il tuo racconto é storia, cultura, valori. Un insieme illuminante di vita vissuta nel rispetto di Dio e della natura.

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