Na mìan lava l’altra e tutt’e diue ‘nziembra lavane la faccia, di Esther Delli Quadri

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il “modello trentino”in un’ esperienza personale

Ho vissuto 10 anni in Trentino, zona di montagna per eccellenza,dal 1979 al 1989. La mia esperienza quindi si riferisce ed è circoscritta a quegli anni. Sono stata spettatrice, molto giovane, di una realtà che non mi apparteneva, ma che mi incuriosiva . Le riflessioni su quella realtà sono venute dopo, quando ero già andata via, in pratica, con la maturità.

Credo che quei dieci anni siano stati per il Trentino anni fondamentali per il consolidamento di una crescita ed uno sviluppo le cui basi erano state poste negli anni precedenti. Per motivi di lavoro ho vissuto, viaggiato e soggiornato soprattutto in piccoli paesi. Quello che saltava agli occhi era  l’intenzione degli amministratori che andava nella direzione di mantenere il più possibile i piccoli paesi abitati .Questo obiettivo veniva perseguito, intanto, con una politica immobiliare che prevedeva prestiti a fondo perduto per la ristrutturazione di case, o per l’acquisto di abitazioni,contributi per iniziare attività di ogni tipo fino all’acquisto di macchinari per l’agricoltura .

La presenza di tante cooperative era un’altra costante, come pure il ruolo centrale che svolgevano le Casse Rurali che devolvevano parte dei loro profitti a progetti concreti per le comunità. Non esisteva, e credo che non esista neanche oggi, un corpo dei vigili del fuoco. I vigili del fuoco erano tutti volontari!

Quello che mi sorprendeva era l’amore quasi viscerale che i trentini avevano per il loro paese, la loro valle. Era un amore spontaneo, ma anche frutto di una educazione alla montagna che veniva loro dalle famiglie, ma non solo. Tranne ovviamente i non trentini che per motivi logistici anche legati al fatto che per loro era più comodo vivere in centri serviti da ferrovia, mai ho sentito gente dire di voler andare via, perché attratta dalla città o da centri più grandi! E non eravamo ancora nell’epoca di utilizzo di massa di Internet!

Sembrava che avessero a loro disposizione tutto quello che era loro necessario. C’era un benessere diffuso , occasioni per tutti ,e, soprattutto,lavoro per tutti, in prevalenza attività strettamente legate al territorio. Mi si obietterà che una provincia autonoma, in una regione automa e con notevoli finanziamenti a disposizione rendeva tutto molto , molto semplice. Non è soltanto vero, è verissimo!

Ma , al di là di questo, quello che mi preme sottolineare ,perché secondo me era uno dei punti di forza di quella politica territoriale, era che, nella ripartizione della risorse, nessuna comunità fosse negletta o del tutto dimenticata. Mai in quegli anni ho sentito gente di un paese lamentarsi perché un altro aveva avuto qualcosa in più, o perché ci fossero degli sprechi. Che forse c’erano anche, ma non si notavano perché. era stata fatta una intelligente politica di spartizione delle risorse. Ovviamente il capoluogo di provincia era dotato di molti più servizi e strutture, ma questo è nella logica delle cose e, comunque, questo non sembrava togliere nulla alle piccole realtà.

Ho sentito ancora ultimamente parlare di un modello Trentino in modo positivo, anche se si avanzavano delle critiche su alcuni sviluppi più recenti. E’ evidente che, come ogni processo, anche quello che ha riguardato il Trentino ha avuto l’andamento di una curva che prima sale, raggiunge un picco e poi inevitabilmente comincia la discesa e certamente anche lì adesso serpeggerà tra molti giovani la voglia di muoversi e magari stabilirsi in luoghi diversi,  ma,  sono certa che c’è anche un alto numero di giovani che vogliono restare ad operare nel loro territorio.

Il breve resoconto sulla mia esperienza , che come ho scritto in apertura è circoscritta ad un arco di tempo di 10 anni, tende a mettere in evidenza lo spirito che ha animato i trentini nel processo di cui sopra ,e soprattutto la capacità di usare le risorse a loro disposizione, senza sprecarle, e per il vantaggio di tutti e non di pochi.

L’emergenza neve di questi giorni mi pare che ci possa offrire l’occasione per una riflessione.

Quando ci stavamo forse convincendo che il latte ha la sua origine direttamente nei supermercati in forma di cartoni pronti all’uso, che i lupi sono animali che si possono vedere solo in qualche zoo o parco nazionale,  abbiamo assistito in questi giorni a servizi, nei notiziari nazionali, che ricordavano trasmissioni più di nicchia su agricoltura o zootecnia della domenica mattina. Servizi che puntavano i riflettori sulla carenza di generi alimentari nei supermercati di città dovuta non solo al fatto che non erano percorribili per camion e tir le abituali arterie di comunicazione, ma anche perché c’erano difficoltà in molti piccoli centri di montagna ad operare come si fa quotidianamente per accudire animali, aprire varchi e così via affinché non si bloccasse l’approvvigionamento di carni, latte e prodotti di ordinario consumo .

I comuni e i piccoli paesi di montagna, come hanno ampiamente dimostrato in Alto Molise, in Abruzzo, nelle Marche, in Emilia Romagna, per citare solo alcune zone o regioni, sono stati “paesi al fronte”, che hanno in molti casi affrontato l’emergenza e risolto situazioni difficili, da soli e in silenzio. La protezione civile, l’esercito operano più facilmente in realtà nelle quali sono presenti comunità che conoscono il territorio perché lo vivono quotidianamente.

Ed ancora, quante volte abbiamo assistito a seguito di disastri idrogeologici a interviste a gente del posto che diceva “ Noi lo avevamo notato, lo avevamo detto ma non siamo stati ascoltati”.

I paesi di montagna sono le sentinelle sul territorio perché di quel territorio hanno una conoscenza approfondita.

Allora pensiamo, quante figure professionali possono inserirsi in questo circuito , quante occasioni di lavoro possono crearsi.? Si tratta forse soprattutto di individuare le necessità e le priorità del territorio e dopo , rispettando le attitudini e i desideri di ognuno, orientare e indirizzare .

Ed infine, se fosse proprio questa crisi che colpisce l’Italia, l’Europa, di più ,che mette in seria discussione concetti dati per scontato come globalizzazione,sviluppo e consumismo sfrenato, e che pare, purtroppo ci accompagnerà ancora per parecchio tempo,se fosse proprio questa crisi a diventare, come qualche economista auspica, un’occasione ? Se fosse proprio tra le pieghe di questa crisi , che secondo altri economisti ci obbligherà a cambiare stili di vita, l’occasione per “i paesi al fronte” per voltare pagina, per fare il salto di qualità?

Cooperazione mi pare la parola chiave. Che è forse una parola che si trova nella scala di valutazione dal punto di vista dei valori umani un gradino al di sotto della parola “solidarietà” , ma che essendo più neutra, è più facile da realizzare.  La cooperazione ,non implicando infatti anche un coinvolgimento emozionale che non sempre scatta come per la solidarietà , bensì essendo solo l’intento di perseguire insieme un obiettivo di interesse comune, è per sua natura più neutra, più concreta e può avvicinare anche persone di diverso pensiero e di diverso sentire, contribuire a superare steccati , a farsi scivolare addosso le tentazioni a inutili polemiche.

Cooperazione Non c’è forse un vecchio adagio che recita “ Na mien lava l’altra e tutt’e du ‘nziembra lavane la faccia”?


Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

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