MIO PADRE – di Maria Delli Quadri

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Uno dei ricordi più antichi, che ho di mio padre, affonda nei miei primi anni di vita, quando, bimbetta di due anni o poco più, seduta davanti al portone di casa in Vico Savonarola n°1, cantavo a squarciagola “La Romanina cantando, vien dal Gianicolo in fiore“. Egli entrava o usciva , si fermava ad ascoltarmi e poi diceva: “Brava, brava, la citra, canta, ca  tija na bella veuc”  (Canta, canta, bambina, che hai una bella voce). Io, incoraggiata da questo complimento, alzavo ancora di più il volume e facevo affacciare alla finestra le donne del vicinato. Erano gli anni ’38-39-40 ed eravamo in pieno regime fascista; lui, da sempre socialista, chiudeva porte e finestre e, accompagnandosi con la chitarra, mi insegnava a cantare “L’Inno dei lavoratori”, “L’Internazionale” o “Si scopron le tombe, si levan i morti, i martiri nostri son tutti risorti”.  A queste canzoni patriottiche aggiungeva, sempre con la chitarra, delle suonatine allegre e scherzose, che, una volta cresciuta, non ho avuto più modo di sentire.

Nei pomeriggi assolati dell’estate mi mandava a fare il riposino, ma io non sempre mi addormentavo, perché c’era il tram delle 4 da andare a vedere. Capitava però talvolta che il sonno mi vincesse ed allora, al risveglio, trovavo sul comodino caramelle e cioccolatini che “l’uccellino” mi aveva portato, vedendomi addormentata. A volte fingevo il riposo per vedere la mano gentile che compiva il gesto, ma venivo punita: il regalino non arrivava, segno che non sapevo fingere.
Mio padre, nato ad Agnone il 19 febbraio 1903, fu  un perseguitato politico per via delle sue idee contrarie al regime; infatti la domenica 3 settembre 1922, all’età di 19 anni, (era festa nella parrocchia di S. Nicola e la banda suonava in piazza Plebiscito), fu aggredito per via Lucci dove passeggiava con un amico. Erano venti contro due. Questi ultimi  si difesero eroicamente ma, alla fine del pestaggio che durò oltre 20 minuti, proprio  il giovane ” Peppino Cesaria” ( era questo il soprannome derivatogli da sua madre Cesaria), rimase a terra, pestato a sangue, contuso e sanguinante. I carabinieri, intervenuti nel frattempo, lo portarono in caserma, poi trasformarono il fermo in arresto. Qui si vide che il giovane era stato ferito col pugnale sotto la scapola sinistra con un taglio guaribile in dieci giorni (sentenziò il medico, di parte, naturalmente). Nel corso del tafferuglio uno degli aggressori si ritrovò con un dito morsicato, un altro con una natica scalfita. Di ciò furono accusati i due giovani; mio padre, benché “malmenato, manganellato, schiaffeggiato, sputacchiato, ferito”, (sono parole sue), fu trattenuto in carcere fino al 18 dicembre 1922: in tutto 108 giorni di galera. Le conseguenze furono lì per lì una polmonite e, poi negli anni a venire, bronchiti, catarri ricorrenti e febbri.

Mio padre, mia madre e due dei numerosi nipoti

Nel 1926 Peppino sposò mia madre Chiara detta “Rina”. Lei aveva 16 anni, lui 23. La coppia giovane, ridente, bellissima fu scortata fino alla chiesa dalla banda (era festa in paese) che suonò la marcia nuziale per tutto il tragitto.
Nel 1935 (anno della mia nascita, terza figlia), mio padre conseguì il diploma magistrale a Chieti con una preparazione raggiunta in modo anomalo facendo i compiti al posto di un amico un po’ sfaticato che andava regolarmente a lezione dal prof. Di Pasquo, insigne latinista .
Questi aveva rifiutato l’insegnamento a Peppino, ritenendolo poco adatto allo studio per i suoi mestieri precedenti (falegname, gestore di trattoria) e per l’età (aveva 32 anni). Tuttavia correggeva i compiti che gli venivano portati davanti dando sempre giudizi lusinghieri, che confortavano il babbo e l’amico, l’uno per averli fatti, l’altro per essere stato lodato. Mio padre sosteneva che il prof. Di Pasquo alla fine si era accorto dell’inganno, ma che, da buon psicologo, lasciò correre, anzi incoraggiò il suo mancato allievo a proseguire sulla strada impervia dello studio.
Giuseppe Delli Quadri è stato un autodidatta e per tutta la vita ha letto centinaia di libri, ha consultato riviste, giornali, ha creato in casa una ricca biblioteca, da cui  tutti noi figli, adolescenti, abbiamo tratto le letture che hanno allargato i  nostri orizzonti e hanno contribuito alla  formazione di ognuno di noi.

Procedendo nel racconto di quegli anni, mio padre era sempre tenuto d’occhio dalle autorità, per le sue idee politiche; per potere insegnare, dovette accettare qualche compromesso, come comprare la divisa nera (me la ricordo appesa nell’armadio), promettere di non creare “provocazioni” durante le cerimonie del regime, evitare assembramenti e comportarsi “bene” come dicevano loro.
Giuseppe  cercò di adeguarsi, ma nel suo cuore  conservava sempre viva la fiamma dell’ideale socialista. “Radio Praga”, “Radio Londra” erano i suoi canali d’informazione fino a quando, dopo la caduta di Mussolini, il prosieguo della storia e il ripristino della normalità, non tornò la libertà di stampa. Fu allora che entrò  in casa “L’AVANTI” organo del partito socialista, che io leggevo con avidità appena dopo pranzato.
Il mio racconto non ha una collocazione temporale precisa, perché i ricordi e le note vanno e vengono lungo un arco abbastanza lungo di tempo, nel quale i fatti si avvicendano e si incatenano fra loro come è normale che sia per una figlia che ha subito, crescendo, l’influenza paterna soprattutto sul piano politico (come del resto tutti  noi altri). Allora si votava a 21 anni: io, all’inizio un po’ frastornata, mi feci convincere da qualcuno e votai controcorrente. Poi, una volta rinsavita, andai sicura sul partito di Nenni di cui mio padre era un grande estimatore e, da allora, ho votato sempre in conformità all’educazione da lui ricevuta e ai miei convincimenti personali.  Anzi, qualche anno dopo (si doveva votare di nuovo) gli chiesi (testuali parole): “Ti dispiace se voto Partito comunista?”. Lui si fermò un attimo, pensò e poi mi rispose: “No, è un grande partito, votalo pure”. Da allora la Sinistra è stata la mia fede incrollabile.

Il maestro, dopo un primo incarico nelle scuole di Pietrabbondante, insegnò molti anni a Secolare, in una masseria angusta e buia. Aveva più di settanta alunni a cui dedicava molte ore, raggruppandoli per classi. Il grosso del tempo  lo dedicava alla classe prima a cui insegnava con amore e dedizione le nozioni del leggere, scrivere e far di conto.
Raggiungeva la scuola con una bicicletta (erano solo 4 Km) e sul manubrio portava un cestino nel quale metteva un po’ di pane o, al ritorno, 3 o 4 patate, farina di granone, raramente qualche uovo. Io lo aspettavo con ansia per guardare cosa avesse portato e per l’occasione cantavo una canzoncina di cui trascrivo solo le parole non potendo ripetere la musica:

“Il babbo andava a scuola-la-la-la
riportava le patate-te-te-te
i figli, tutti affamati-ti-ti-ti
si mangiavan’ un marmitt’ al giorno-o-o-o;

e qui la voce faceva un acuto.
Mio padre aveva due sorelle a cui era molto legato: la prima era Custode, l’altra Lina, più piccola di lui, che gli sopravviverà per dieci anni. Custode morì piuttosto giovane causando grande dolore nelle famiglie sua e dei due, fratello e sorella, i quali per tutta la  vita rimpiangeranno, insieme ai figli di lei, la mancanza della donna virtuosa, generosa e magnanima che era stata. Lina sarà la mia amica e confidente. Donna eccezionale, aveva sempre una parola, un consiglio da darmi.

Giuseppe, anche se eravamo in piena democrazia (cristiana) ormai, continuò ad essere guardato con sospetto dalle autorità per il suo passato di “sovversivo” e, quando decise di partecipare al concorso direttivo, ci fu qualcuno che malignamente andò dicendo: “Eh!  Mo pure r’ pulge tienen la tosce!” (adesso pure le pulci tengono la tosse). Al concorso direttivo partecipò ben tre volte, la seconda (che vinse) addirittura  a Venezia, sede scelta forse per non essere scoperto e dileggiato. Quando finalmente vinse il concorso nella provincia di Campobasso, fu assegnato a Bonefro, nel Basso Molise, con tutti i paesi circostanti tra cui anche S. Giuliano di Puglia, famoso per le dolorose vicende del terremoto del 2002 di cui non sentirà mai parlare, essendo nel frattempo passato a miglior vita. Vi si recava tutti i lunedì con i mezzi pubblici e tornava il sabato a casa per una breve visita alla famiglia e al paese.
Nell’attesa del treno che lo avrebbe portato a destinazione il lunedì, non mancava di fare visita  alla libreria La Scolastica  di Campobasso dove si informava delle ultime novità  e acquistava testi sempre aggiornati. Noi intanto eravamo cresciuti e qualcuno era già andato via di casa. Forse la lontananza lo aveva reso meno partecipe alle vicende familiari e, in un certo senso, ne aveva intristito il carattere.
Certo il peso delle ingiustizie patite, delle discriminazioni subite, delle persecuzioni a cui aveva dovuto sottostare nel corso della scalata per migliorare il suo stato sociale, lo avevano reso sospettoso e diffidente; infatti  tra noi non c’era più il calore, la confidenza che avevano caratterizzato gli anni della nostra fanciullezza e adolescenza.
Della sua permanenza a Bonefro recentemente ho appreso, da insegnanti che lo hanno conosciuto in quegli anni lontani, le sue virtù, la correttezza, la comprensione, l’umanità e, quel che è più importante, la sua valenza come dirigente scolastico. Di lui chi lo ha conosciuto come direttore non può che dire bene ed esprimere il rimpianto per non averne trovati altri simili nel corso della  carriera.

Nell’anno scolastico 1961/62  finalmente approdò ad Agnone, dove per anni rimase a dirigere la scuola elementare. Tanti maestri, tanti alunni, tanti problemi, ma lui andò avanti per la sua strada: introdusse le arti manuali come la falegnameria, di cui era un esperto, la musica, il traforo del legno, fondò un giornalino, “CUORE”, di cui conservo ancora una copia rilegata con tutti i numeri. La scuola rinacque dopo anni di stasi e di quieto vivere; furono organizzati corsi di aggiornamento, dibattiti, conferenze, incontri di studio, celebrazioni. I docenti  lo seguirono nell’arte difficile dell’insegnamento attivo e tutti collaborarono per la riuscita delle iniziative intraprese. Furono anni di vita intensa, di lavoro fecondo, di frequentazioni continue, anche fuori di Agnone. A Capracotta, dove pure ha diretto la scuola elementare c’è qualcuno che ancora lo ricorda per la sua bravura.

La Taunus davanti alla scuola elementare

Aveva bisogno di una macchina: un giorno lo vedemmo arrivare con una Ford Taunus, pareva un transatlantico tanto era lunga, e poi era “rossa” come il colore della fede politica che aveva sempre albergato nel suo cuore; la scelta forse fu anche dettata dal fatto che un’automobile così era facilmente riconoscibile da lontano e lui, quando andava in visita nelle scuole, voleva essere avvistato prima in modo da dare tempo a tutti di ricomporsi e farsi trovare al loro posto (questa è una mia malignità) .

Io ero un’insegnante che non godeva di privilegi; quando nevicava, si doveva prendere la corriera e bisognava andare. La prima a dare l’esempio era la sottoscritta, a cui tutti facevano riferimento, guardandomi storto e mugugnando. I suoi amici più cari erano collaboratori scolastici e maestri: Angelo Vecchiarelli, Vittorio Delli Quadri, Antonino Di Lullo, Italo Iannelli, Pasquale Marcovecchio, Michele Di Ciero, Romolo Ferrara, Costantino Mastronardi, Mario D’Aloise. Del gruppo faceva parte anche Alfonso Sabelli (il bidello) di cui il direttore si fidava ciecamente affidandogli spesso compiti molto delicati.
Il 19 marzo, festa di S. Giuseppe a casa si svolgevano veri e propri ricevimenti, con tutti i maestri che partecipavano. L’imbarazzo iniziale veniva poi sostituito da maggiore scioltezza e tutti facevano onore al ricco buffet.
Giuseppe restò in carica ad Agnone fino all’autunno del 1968, anno del pensionamento. Aveva 65 anni compiuti. Noi figli ci eravamo sposati tutti, tranne Flora che studiava Matematica a Napoli. Mia madre morì nell’81 (Flora si era già sposata pure lei) e mio padre rimase da solo in questa grande casa che un tempo ci aveva visti crescere e diventare adulti. Cominciò a scrivere poesie in dialetto, copioni di commedie e drammi (Libero Serafini), un romanzo autobiografico: “Ricerche, Ricordi e fantasie di in ottuagenario molisano”, ma la sua grande passione fu l’orto in località “pisciarello” dove si recava tutti i giorni con la sua “500” a zappettare, potare, piantare pomodori, zucchine, fagiolini, la cui raccolta era per lui motivo di grande orgoglio e soddisfazione.

La solitudine veniva lenita dalla presenza in Agnone di due figlie sposate con figli che erano la sua consolazione. A pranzo andava da una delle due a turno, portando un pentolino con la sua minestra preferita che lui stesso aveva preparato. Non aveva più la ford Taunus, ma una piccola utilitaria di colore giallo con la quale tutte le mattine andava alla Ripa a trovare Lina, sua sorella carissima. Insieme parlavano a lungo dei loro problemi, dei figli lontani, si scambiavano pareri e consigli. Era un conforto per entrambi parlare con chi ti sa ascoltare, ti comprende e sa cosa vuol dire la solitudine. La sera i nipoti e le figlie passavano da lui che accoglieva la loro visita con calore e affetto.

Nel 1990, il 19 febbraio, giorno del suo compleanno, andammo tutti, quelli che poterono, figli e nipoti, a pranzo da lui. Appariva stanco e provato. Ci disse che si sarebbe fatto  ricoverare in ospedale per accertamenti e cure e così fece. Non sarebbe più tornato a casa. Quell’anno si votò per le politiche e lui, pochi giorni prima del decesso, ebbe il grande piacere e la gioia di votare per l’ultima volta il suo adorato Partito Socialista Italiano. Il 9 maggio dello stesso anno cessò di vivere. Aveva chiesto i funerali laici con la sola bandiera rossa in testa al corteo, ma avendo saputo che poco prima  della morte aveva parlato con un sacerdote e che, forse, aveva ricevuto i sacramenti lo portammo in chiesa all’Annunziata, dove il giovane suo collega Nicola Iacobone pronunziò l’orazione funebre, bella e sentita, che  commosse tutti i presenti.
Un rimpianto: sul tavolo centrale, a casa, aveva lasciato dei fogli sparsi con su scritto il copione di una commedia in dialetto agnonese. Me ne raccontò la trama e mi spiegò il finale pregandomi di aggiungere, io, le ultime battute. Le dimenticai totalmente e di ciò non mi sono mai consolata. Non so se Tonino Patriarca, suo erede in questo genere di cose, l’abbia ripresa e l’abbia completata. Se lo avesse fatto, sarei molto contenta e, in un certo senso, mi sentirei più in pace con me stessa.

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Musica: Franz Schubert Serenade
Editing:
Enzo C. Delli Quadri

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10 Commenti

  1. Leggendo questo spaccato di storia vissuta capisco la derivazione della vena letteraria di Maria. Talis padre talis figlia. Un inchino a queste righe che non smetteresti mai di leggere.
    Shapò

  2. Gentilissima  Signora  Maria , all’elenco dei maestri che collaborarono con  ns “Direttore” delle elementari aggiungo un nome che forse Le è sfuggito il maestro Mario D’Aloise mio insegnante 
    in V  elementare ,e che da quel che io ricordo tra loro c’era grande “sintonia “e noi della quinta del maestro Mario D’A fummo almeno per quell’anno la manodopera primaria nell’operazione di stampa  del giornalino Cuore .La ” Sala Stampa “era allestita al 2° piano dell’edificio di Maiella e durante il montaggio dei caratteri ci era consentito addirittura l’ascolto della radio !
    sopra dicevo operazione di stampa perché  forse in quinta più grandicelli di altri riuscivamo meglio a far ruotare il rullo della stampatrice .
    Il Direttore manco a dirlo dirigeva e vigilava sulle operazioni che noi allievi eseguivamo, come stendere uniformemente l’inchiostro sui caratteri mediante un apposito rullo , che se si eccedeva il foglio veniva macchiato se si scarseggiava parte dei caratteri non venivano impressi ed in entrambi i casi  il foglio era  “sprecato ” , Un giorno i fogli cestinati cominciavano ad essere più del solito il Direttore provò ad inchiostrare lui finchè qualcuno si accorse che una vite del rullo si era allentata e dopo averla sistemata  mi chiese  ;Vincè gna va ? ed io  Direttò jusct,  jusct .
    Ecco Adesso so anche perché venisse periodicamente alla Ripa da Lina “Garibaldi”
    La .macchina che l’ho  rivista esposta  esposta nella mostra delle “Arti e Mestieri” nel 2011 nel locale allestito adiacente piazza plebiscito (salendo verso S.Nicola) , a dire il vero il “cicerone” addetto attribuiva il macchinario come appartenente alla tipografia Sammartino .
    Concludo ipotizzando che Lei è la  Professoressa Delli Quadri (ma  questo gia Flora me l’ha confermato ) che per un breve periodo mi ha insegnato alle medie ma per un breve periodo ,scuola San Francisk primo  trimestre a classi unite in un’aula molto grande adibita ad aula di  disegno.

    • Caro Vincenzo, hai ragione nell’avermi fatto questa osservazione. Ti dico subito che ho  provveduto a rettificare l’omissione. Tra l’altro Mario D’Aloise è un carissimo amico che incontro sempre d’estate a Capracotta, paese della moglie Rosa, e dove lui ha fatto il direttore per molti anni. Non so come mi sia potuto sfuggire. Grazie, e grazie anche per le belle parole e le notizie inedite che mi hai fornito

  3. Sono uno dei nipoti di “nonno Peppino”, quello più grande, ritratto nella foto.
    Mio nonno era nato per fare l’educatore: sullo sfondo della foto si vedono degli arredi natalizi e in particolare una casa di cartone. Era la reggia di Erode. La costruimmo insieme utilizzando delle scatole dei Monopoli di Stato che contenevano il sale grosso. Il pezzo forte fu il montaggio della ringhiera che delimitava il balcone del palazzo reale. Ci fu di grande aiuto il signor Pietro Zarlenga che venne coinvolto perchè in possesso di una saldatrice e quello fu per me un bellissimo Natale.
    Mi piace ricordare questo piccolo episodio, a me molto caro.
    Il resto non l’ho mai dimenticato !
    Massimo Marinelli

  4. Mio padre è stato anche un bravo falegname: a .lui si deve, in parte, la costruzione della galleria del cinema Splendore. duranta l’occupazione mi  ricordo che rifaceva le botti ai contadini e costruiva brande e letti prt gli occupanti e una volta fece un lettino di bambola che io credetti fino all’ultimo fosse mio. Era invece di una bimba più fortunata di me, figlia di un tenente alleato.

  5. Ho conosciuto tuo padre durante una gita scolastica alla Reggia di Caserta , accompagnando mia madre che vi partecipava con la sua scolaresca .
    Tuo padre fu molto cordiale con tutti . Di quel giorno mi è rimasto impresso un episodio : il signor Sabelli apprese durante il viaggio di ritorno della sconfitta della sua squadra del cuore, il Napoli,che così mancava il raggiungimento di non so quale importante obiettivo. Era da buon tifoso, veramente dispiaciuto ,inconsolabile. Tuo padre incomincio’ a fare battute , a prenderlo in giro al punto che anche il signor Sabelli si uni’ alle nostre risate , dimenticando per un po’ la sconfitta subita dal suo Napoli.

  6. Che belle persone abitavano il nostro mondo, forgiate dalla sofferenza ma anche dall’amore per la vita. Grazie Maria

  7. Ho
    di lui un grande e caro ricordo e conservo una sua opera d’arte un
    cucchiaio e una forchetta di legno sulla quale è incisa la falce e il
    martello, questa, la forchetta, si inserisce nel cucchiaio che
    rappresenta la Democrazia cristiana. Una bella sintesi
    del suo pensiero di “vecchio” socialista. Ho sempre in mente le lunghe
    chiacchierate che facevo con lui con un ottimo bicchiere del suo
    prodotto migliore: il vino. Le chiacchierate avevano come argomento per
    la gran parte di tempo Stalin e la gloriosa Armata Rossa vittoriosa del
    nazismo. La sua curiosità era la sua essenza di vita. Quando l’ho
    salutato all’ospedale di Agnone lessi nel suo sguardo la rinuncia a
    lottare e, ricordo di aver detto, alla grande Flora, di stargli vicino
    perchè la sua fine era vicina. Conservo un grande e caro ricordo di una
    persona magnifica.

  8. Nel letto d’ospedale a nulla valeva lo sforzo del cappellano ospedaliero per confessarlo e comunicarlo. Così un giorno con il giornale “L’Unita’ ” P. Adriano Leggeri ,si affacciò alla porta ed il Direttore appena lesse il titolo lo invitò ad entrare. il giornale non era l’organo di partito, ma quello dell’Unità dei Cristiani, e ricevette i sacramenti. Questo avvenimento è stato raccontato e documentato dallo stesso cappellano. I familiari dal compianto figlio Prof. Alessandro seppero erano all’oscuro di questo fatto, ma solo chi viveva a contatto con i frati è riuscito a conoscere.

  9. Bello e caro RACCONTO Maria …si sente quanto tu, ma anche tutti voi figli, siate stati amati, istruiti ed educati dal papà; bella persona e grande esempio di scalata sociale, difficile al tempo, ma non impossibile per chi – come lui – aveva dentro il “fuoco sacro” dell’idealità politica e culturale, che a ben vedere ha trasmesso a tutti voi figli!

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