Miedice de na volta

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di Alessandro delli Quadri [1]

medico_di_famiglia

Interessante panoramica sui metodi sanitari alternativi
in uso fino a non molto tempo fa
e che forse qualche anziano ancora usa.

L’INFLUENZA 

“‘Se mjedece de mo’ nen capiscene niènte. Se une te’ la ‘mbluenza, mbece de dirje: “Màgnate l’arruste e vìvete le vine rusce”, je dicene: “ Mangia in bianco e leggero”. Li mjedece de prima scì ca cunsigliavan buone!”

Eravamo sulla corriera di Vasto, all’altezza di Schiavi e, dato il modesto numero dei passeggeri, la conversazione aveva coinvolto tutti. Il discorso era caduto sui malanni di stagione, eravamo in marzo, e una delle signore presenti aveva espresso senza mezzi termini, nel suo dialetto, il giudizio riferito in apertura. Feci osservare che, forse, i due medici, quello di prima e quello attuale, si erano adeguati alle costituzioni organiche dei pazienti e al tipo di disturbo. Organismi deboli, causa una nutrizione povera, quelli del passato; organismi ipernutriti quelli di oggi. In più l’influenza attuale se la prende, spesso, con l’intestino. La signora si dichiarò non convinta dicendo che “Mi facevo gabbo” di lei.

LA DIETA

In effetti i due suggerimenti dietetici, nettamente contrapposti, venivano a rapportarsi a due realtà che differiscono ancora di più se consideriamo le condizioni nutrizionali delle popolazioni. Nella dieta povera del passato la carne, un lusso domenicale, obbligava a puntellare la situazione di emergenza e rintuzzare l’attacco dei virus, conferendo nuovo vigore all’organismo, quindi arrosto e vino rosso.

Al presente, con organismi ipernutriti o con le forme intestinali sempre in agguato, si giustifica ampiamente il suggerimento del medico attuale circa il pasto leggero.

LA CULTURA SANITARIA

C’è da dire che, in passato, difficilmente si chiamava il medico per curare l’influenza. Il medico andava pagato, quindi si ricorreva alla chiamata solo in caso di forma grave o in presenza di organismi di costituzione delicata. Pur non sottovalutando le conseguenze negative di un’influenza mal curata, ci si arrangiava alla meglio con i mezzi offerti dalle conoscenze curative specifiche. Una vera cultura sanitaria alternativa!

GLI IMPACCHI

crusca per impacchi

Una particolare attenzione veniva riservata alle patologie pediatriche. Con case non riscaldate, giochi all’aperto anche sotto la neve o la pioggia, calzature bagnate o quant’altro, i disturbi erano all’ordine del giorno. E anche vero che non ci mettevamo in attesa dei virus esotici né dei picchi influenzali. Pensavamo solo di dover combattere contro virus locali, ma non li chiamavamo così. Cosa ci fosse dietro a sintomi come tosse, mal di gola, raffreddore,  non aveva importanza. L’importante era saltarci fuori e il rimedio principe consisteva nel proteggersi dal freddo. Quindi a letto con il mattone caldo, pezze calde, crusca calda. Quest’ultima, confortevole, si otteneva riscaldando della crusca che, infilata in una calza e chiusa con un legaccio, formava un salsicciotto da avvolgere attorno al collo. Appena cominciava a raffreddarsi, si riscaldava dell’altra e l’operazione andava avanti così.

LE PENNELLAZIONI

Abbastanza diffusa, all’annuncio del mal di gola con le placche, la pennellazione. Consisteva nello strofinio del fondo bocca con sublimato o tintura di iodio e ci si ricorreva in quanto il bambino non era in grado di fare i gargarismi. La mamma avvolgeva della garza all’estremità di un legnetto e bagnandola nel disinfettante, strofinava le tonsille. Occorreva solo spalancare la bocca. L’effetto era immediato.

Meno gradito, in caso di ascesso tonsillare, l’impacco umido di farina di semi di lino. La consistenza era quella di una pappina bollente che, avvolta in un telo, si applicava all’esterno e veniva rinnovata appena accennava a raffreddarsi. Tra l’altro, sprigionava anche cattivo odore. In mancanza di tale farina si poteva usare quella gialla di granoturco.

IL PURGANTE

Quando l’influenza si annunciava seria, l’attacco terapeutico usuale celebrava i suoi fasti con la somministrazione di olio di ricino. Era disgustoso, malgrado i tentativi di camuffarlo con gocce di limone. Il rituale prevedeva una lunga opera di persuasione con promessa, garantita, di pronta guarigione e premio finale: il cinema.

La conclusione era scontata: turandosi il naso, la dose veniva trangugiata e senza indugio si passava alla camomilla che, poverina, dopo quel beveraggio riusciva odiosa anch’essa. E sì che in altri momenti era gustosa! L’effetto non tardava a palesarsi e cominciavano i viaggi in bagno.

L’uso del purgante si basava sulla necessità di liberare l’organismo da imbarazzi viscerali, sempre presenti, in modo da sviluppare una reazione decisa alla patologia da combattere. Tutto questo quando l’influenza non assumeva forme intestinali!

IL LETTO CALDO

monaco1

Per l’adulto influenzato i rimedi raccomandati prevedevano latte bollente con miele o zucchero caramellato, ponce caldo, minestra con vino caldo (scattone) e, non per tutti, la sudorazione provocata. A letto, con il monaco a fianco e con una coperta in più, assunta una bevanda caldissima, ci si lasciava invadere dal sudore fino a quando le forze permettevano. Indi, senza creare correnti, ed era qui la bravura, occorreva asciugarsi e rivestirsi di biancheria pulita. Il tutto sotto le coperte.

LA COPPETTA

Le più temibili erano le influenze di marzo e poteva capitare che l’influenza si evolvesse verso la broncopolmonite per la quale la prognosi poteva essere anche infausta. Il fatto era che non esisteva terapia specifica (la penicillina si diffuse a partire dal 1944) e si faceva ricorso a dei palliativi. Qualche vantaggio si otteneva con la “coppetta” che funzionava da revulsivo. Si avvolgeva una moneta con una pezzuolina legandola da una parte con filo in modo da formare un ciuffo che si bagnava nell’alcool. La moneta si poggiava sulla schiena del malato con la parte piatta asciutta e si dava fuoco all’alcool. Nello stesso tempo si applicava sul tutto un bicchiere rovesciato. La fiammella durava ancora un tantino, ma sufficiente a consumare l’ossigeno. Quindi la pressione all’interno del vetro veniva ad essere inferiore all’esterna e per effetto di tale differenza i tessuti molli venivano risucchiati all’interno del bicchiere.

Questo metodo, applicato in più punti del torace, favoriva la revulsione e, quindi, una reazione positiva da parte dell’apparato respiratorio.

ERAVAMO MIGLIORI?

Come si vede, i rimedi erano semplici e a portata di tutti e l’efficacia era subordinata a fattori vari. L’unico ricordo non gradevole è legato all’olio di ricino.

Un antropologo potrebbe dividere, nel tempo, gli esseri umani in due categorie: quelli che si sono curati con medici empirici e quelli che ad ogni piccolo malanno ricorrono agli antibiotici; oppure quelli che hanno assunto il purgante e gli altri ai quali il destino ha risparmiato tale tortura (e non si parla dell’uso politico dell’olio) come impiego terapeutico. Ci stupiremmo se lo studioso affermasse la superiorità dei primi non solo in quanto a forza di carattere?

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[1] Alessandro (detto Sandro) Delli Quadri, Nato ad Agnone nel 1930. Vissuto per la maggior parte della vita a Parma, in Emilia, non ha mai dimenticato le tradizioni, i fatti, i personaggi del nostro paese. È morto il 28/3/2014, all’età di 84 anni. Di lui restano pagine indimenticabili che ha pubblicato, oltre che su Altosannio.it, anche sull’Eco dell’Alto Molise e sulla Gazzetta di Parma.

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Musica: Paloma Bianca
Editing: Enzo C. Delli Quadri

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2 Commenti

  1. Questo era Sandro: mente lucida, analisi dettagliate, informazioni precise. Da quando ho cominciato a scrivere pure io, è stato la mia guida la mia fonte di conoscenze, la mia enciclopedia. Mi mancherà e non solo per questo.

  2. Scritto preciso, particolaregiato e con una punta di ironia, che lo rende ancor più piacevole: non c’è che dire un esempio per Maria, sua sorella, che ha seguito le sue orme e “a buon rendere” forse lo ha superato- ma anche per noi estranei, che non avendolo conosciuto di persona…ne apprezziamo le doti a posteriori.

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