Mercede ricorda: nonno Nicola, “ru callararə”

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di Mercede Catolino

Nicola Di Cicco (papà Cola) mentre marella le caldaie. Foto immortalata in un manifesto della Regione Molise
Nicola Di Cicco¹ mentre martella le caldaie. Foto immortalata in un manifesto della Regione Molise

Un artigiano doc     
Ti osservavo a lungo in silenzio mentre lavoravi. Mi piaceva!
La tua figura imponente, gli occhi chiari, i baffi all’americana come i grandi attori del cinema, sempre perfettamente tagliati al livello delle labbra, la classica paglietta fuligginosa in testa e le maniche della camicia rimboccate; così seduto a cavalcioni sopra a “ru cavàllə” (il cavallo), mi parevi un nobile cavaliere, la cui lancia era l’enorme “palacciuólə” (palo di ferro) conficcato sul pavimento… e la cui armatura consisteva in “stranguənòirə(ginocchiere) legate indietro con lo spago… e un fazzolettone blu a “ru scarziéllə” (tasca dei pantaloni) posteriore, per detergere il sudore.
Le tue armi… Una moltitudine di martelli di acciaio dalla punta lucidissima e altri di legno di ulivo, ordinati in fila al muro su assi orizzontali… e poi compassi di ferro, cesoie, incudine e altri ferri.
Le tue mani, i polsi, le braccia perfettamente proporzionate alla tua figura, forti e sicure nei movimenti sempre uguali, cadenzati; sembravano macchine. Rimanevo incantata a guardare e mi dicevo: “Che potenza!”

18254200_1680233135612721_1801246580_n - CopiaLa fucina
La tua bottega di “callareàrə” (calderaio) era un cosmo da scoprire, vi si notavano subito due strutture, una fucina e una grande vasca di cemento “pə ru gregnə” (bagno al vetriolo), sempre piena di liquido verde oscuro.
Quando dovevi forgiare i vasi di rame, mi davi trenta lire se ti giravo la manovella del mantice che attivava la combustione nella fucina… e dieci lire invece, se con il martello ti frantumavo i carboni di pietra, che tu poi disponevi a monticello nella bocca della fucina e che l’aria in essa insufflata faceva diventare in un attimo roventi, mentre le scintille s’alzavano danzando. La fuliggine di quei fuochi si poggiava su ogni cosa, anche le pareti in pietra della bottega e il quadro del Cuore di Gesù avevano l’oscuro drappo polveroso.
Il pavimento poi, era uno spesso strato di minutissimi frammenti neri, fini fini.
Sulla “pəsərélla” (sgabello) accanto al cavallo, tenevi oltre agli attrezzi, la bottiglia del latte che ogni tanto sorseggiavi dicendo: “Questo mi disintossica!”.

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Nonno Nicola in braccio alla mamma

Impara l’arte…
Avevi imparato l’arte da piccolo; a sette anni ti avevano messo il martello in mano per la prima volta. Conoscevi benissimo il tuo lavoro, non avevi mai un’esitazione. Eri preciso, metodico, abilissimo.
Ti seguivo in tutte le fasi di lavorazione delle meravigliose produzioni in rame che realizzavi: manièrə, bottiglie per l’acqua caldapèlzənittə e ciucculattòirə, cónghə, marmittə, təjèllə, coperchi di ogni grandezza, callàrə e tinə” (contenitori e vasellame di rame vari) tutte artisticamente lavorate.
Ricordo come, senza alcun disegno e soltanto a colpi di martello, ornavi le tine di fiori, trifogli e uccellini, scritte, greche e bordure geometriche. Per te era tutto normale, ma a me pareva che facessi una magia, che un po’ alla volta usciva dalla punta del martello.
Mi avevi insegnato a fare i chiodi di rame con i piccoli pezzetti del biondo metallo, ma non ci riuscivo bene e togliendomi il martello di mano, ridendo mi dicevi: “Levatə, ca tu sci fətènda” (togliti che tu sei terribile).

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Il “callararo” in Africa

La fede politica – La guerra in Africa
Nelle pause, mi facevi lezione di storia, geografia e scienze naturali.
Mi parlavi della tua guerra, di Mussolini, di cui eri un fanatico ammiratore, ne avevi anche il ritratto con davanti una luce votiva e l’emblema del fascio. Mi portavi col racconto nell’Africa Nera, tra animali feroci e banane lunghe come un braccio, tra gli Inglesi che ti tennero prigioniero facendoti fare il panettiere per la forza che tenevi nei pugni per impastare; della suorina francese, che ogni tanto, a te e ai tuoi compagni, forniva un pollastrello. Mi conducevi a vedere il tramonto sul lago Vittoria e a pescare i grossi pesci che vi si trovavano.
Mi facevi conoscere i sentimenti dei colonizzati e dei coloni, il negus Hailè Selassié, il duca d’Aosta e il generale Badoglio… e poi all’infinito… la traversata del canale di Suez, le regioni dell’Etiopia, Eritrea, Egitto, Somalia, Abissinia, Kenya e a nord la Cirenaica, il deserto Libico… e le tante città dove eri stato… Addis Abeba, Tripoli, Dogali, Nairobi, Gibuti, Mogadiscio, Asmara, Alessandria d’Egitto, Bengasi, El Alamein, Il Cairo, Mombasa… Mi raccontavi dell’esteso Nilo Azzurro coi suoi alti papiri e la miriade di uccelli variopinti che lo sorvolavano; le colture di quei territori praticate a livelli primordiali, l’abbondanza della canna da zucchero, dei datteri, del caffè, dell’ananas… e poi il sorgo usato nell’alimentazione deli animali e dell’uomo e… il sesamo, dai cui semi si ricavava l’olio commestibile… Io assorbivo ogni cosa e vedevo mondi nuovi… ma spesso, mentre eri intento a creare un manufatto, ti riconoscevo solo come maestro del rame e ti domandavo:
Ma un mastro callararo che ci azzeccava in Africa?”
Orgoglioso mi rispondevi che c’erano i morti di Adua da vendicare e che allora chiedesti alla tua sposa di sfilarsi la fede nuziale per darla alla Patria. Partisti volontario coi capelli neri; dopo tredici anni erano diventati canuti, tanto che quando tornasti, tua figlia Edelvais rifiutò di salutarti, non ravvisandoti come suo padre…!

18254501_1680233292279372_1691468118_nLa Medaglia d’oro
Ho parlato qui di un artigiano di prim’ordine, di un uomo non comune. Idealista e onesto, che aveva fatto del lavoro la sua vita, che aveva conosciuto molti uomini, di razza e nazionalità diverse, e con tutti, indipendentemente dalle lingue, aveva trovato forme di dialogo.
Ho parlato di un uomo che conosceva il sacrificio e che in tempi difficili, aveva avuto la necessità di oltrepassare la siepe di casa, per aprirsi verso un mondo sconosciuto.
Ho parlato di te! Non di un estraneo. Mi appartenevi, eri tu, mio nonno, papà Cola!

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papa cola¹Nicola Di Cicco: è stato un artigiano del rame come tanti in Agnone, nato nel 1908 e morto nel 1995. Fu avviato al mestiere di calderaio in tenera età, appartenendo ad una famiglia che esercitava quella attività da sempre. Come quasi tutti nel ventennio, simpatizzò col regime fascista, fede che non rinnegò mai. Quando Mussolini, mosse guerra contro l’Etiopia lui partì per la campagna d’Africa. Qui finì in un Kriminal Camp gestito dagli inglesi. Dopo la prigionia tornò a casa e con grandi sacrifici aprì una bottega di artigiano.  Grazie alla passione per il suo lavoro, nel 1968 ricevette la medaglia d’oro di merito per la fedeltà al lavoro.

Mercede Catolino: è nata in Agnone (IS), dove risiede. Già insegnante, oggi in pensione, ama scrivere e si esprime sia in versi che in prosa. E’ autrice del volume “Mezzogiorno e Ventunora”, edito nel 2005, da cui sono tratti i testi qui pubblicati


Editing: Flora Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

2 Commenti

  1. Storia molto delicata e dolce nel ricordo di quest’ uomo che con i suoi racconti è stato la tua prima enciclopedia. Che tenerezza, che amore si coglie nel tuo scritto! Tutti i nonni sono dolci, il tuo lo è stato in modo particolare. Conservane la memoria perchè nei momenti tristi la sua figura ti sarà di conforto.

  2. BEL RACCONTO. Grande scorrevolezza, affettuosa enfasi, particolari attenti e realistici, nel ritratto di questo CARO nonno NICOLA : un uomo non certo statico, ma attivo nella sua bottega e collaborativo in guerra …MAESTRO PER I NIPOTI, MA SOPRATTUTTO FORTE LAVORATORE …Sì questa stessa qualità che io riconosco a mio padre –guarda caso nato nel 1908 e morto nel 1994- con un trascorso difficile-lavoratore già a sette anni pure lui – e una guerra pure in Libia e in Abissinia ecc ecc Quante dure analogie nella loro vita! Ma che bell’esempio ci hanno lasciato!

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