Maratona di lettura ad alta voce a Castel di Sangro, il 27 ottobre 2015

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12178135_10206355567346135_521011674_nIl 27 ottobre 2015, alle ore 15.00, presso il teatro Tosti di Castel di Sangro, si terrà una Maratona di lettura ad alta voce di studenti, docenti e cittadini, organizzata dall’Istituto Patini-Liberatore, all’insegna di “Dona a chi ama, ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere. Sarà ospite d’onore lo scrittore Nicola Mastronardi, famoso per il suo romanzo storico “Viteliù – Il nome della Libertà” che toglie il velo da 8 secoli di storia bistrattata e ridona, al territorio dell’Altosannio e ai Sanniti, il ruolo storico che  compete loro.

Altosannio Magazine parteciperà alla manifestazione con due brani:

Il primo, scritto da Enzo C. Delli Quadri, il quale, attraverso la figura di Simone Weill, evidenzia l’importanza delle proprie radici;
il secondo, scritto da Gustavo Tempesta Petresine, che descrive la disperazione per la terra perduta, mangiata senza pane da chi disconosce il senso delle proprie Radici.

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Simone Weil, lo spirito dell’Altosannio

di Enzo C. Delli Quadri

Simone-WeilFiglia di un ricco medico ebreo Simone Weil nacque il 3 febbraio 1909 a Parigi, ricevendo in famiglia un’educazione severa e raffinata.

Insegnò filosofia fra il 1931 e il 1938 nei licei di varie città di provincia francese. A Le Puy, suo primo luogo d’insegnamento, suscitò scandalo distribuendo lo stipendio fra gli operai in sciopero e guidando la loro delegazione in municipio. Suscitò, inoltre, disorientamento tra i suoi alunni, vietando loro di studiare sul manuale di filosofia e rifiutando a volte di dare i voti. Nonostante lo stipendio che riceveva come insegnante, decise di vivere spendendo per sé solo l’equivalente di quanto percepito come sussidio dai disoccupati, per sperimentare le loro ristrettezze di vita.

Nell’inverno 19341935, desiderando conoscere la condizione operaia nella sua terribile monotonia e dipendenza, iniziò a lavorare come manovale nelle fabbriche metallurgiche di Parigi.. Si recò anche in Portogallo, dove conosce e vive la miseria dei pescatori.

Morì a soli 34 anni nel 43.

Oggi è amata da tutti, rivoluzionari e tradizionalisti, credenti e non credenti, femministe e non, operaisti e capitalisti.

È amata da me perchè si pose fuori dagli schemi partitici, conservatori o socialisti che fossero; perchè riusciva ad essere sempre sé stessa e non sacrificò, stupidamente, le sue idee e convinzioni alle ferree regole di un partito o alle flessibili, a volte sconvolgenti, leggi del progresso.

Simone  Weil La prima radiceMa è amata da me, in modo particolare, per il suo libro L’Enracinement (1943, La prima radice, Parigi, Gallimard, 1949)

Trattasi di un libro che, scritto da Lei, anarchica e socialista, con l’obiettivo di contrastare le dure regole del colonialismo, esalta le virtù delle tradizioni, dell’ onore, dell’ amore patrio. Per Simone Weil, l’uomo che non voglia il dissolvimento nell’autodistruzione non deve rinunciare simultaneamente al reale e al soprannaturale, dove il soprannaturale va sostenuto e alimentato nella ricerca delle proprie radici, nella messa a punto e salvaguardia del passato. “la perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale “.

Scrive Simone Weil:privare l’uomo delle sue tradizioni, significa toglierli l’anima e ridurlo a materia”. Come dire che l’uomo può contribuire a costruire il suo futuro, ma non può costruire il passato. Se vuole dare un senso al reale di tutti i giorni, deve preoccuparsi di conservare il passato, per sé e le generazioni future.

In quest’ottica, Simone Weil ben rappresenta lo spirito dell’Altosannio. Fortunatamente, diverse donne e diversi uomini dell’Altosannio conservano lo spirito di Simone Weil.

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Terra mangiata senza pane

dal romanzo inedito: fuochista di Gustavo Tempesta Petresine[1]

muschio copia

Guardava ai bordi della strada asfaltata le residue foglie del passato autunno. Il giallo, il rosso e il violetto avevano abbandonato i loro colori per liquefarsi in un marrone marciscente. Gli capitò distrattamente di posare lo sguardo sul dorso delle sue mani e tristemente notò che le macchie sulla pelle avevano un bosco in comune; distolse lo sguardo e rise divertito.

Giuseppe si volle fermare alla “fonte della allina”, chiamata così perché un albero nel crescere aveva assunto le sembianze di una cresta. Ora non rimane che un fradicio tronco e un frusciare d’ortica.

Una “rusciarella” di neve aveva già imbiancato gli abeti e la strada. L’immacolato silenzio era accompagnato dal versarsi dell’acqua nel fontanile orlato da sfilacci di muschio verde, che con disperato arrancare la di loro dimora opponevano resistenza per non essere trascinati dalla corrente.

Aggrappati tenacemente al loro habitat, al loro verde, alle proprie radici, sembrava non volessero distogliersi dal loro rifrangersi nell’acqua. Il moto fluente di quell’acqua li trascinava via, ma essi non potevano sapere che quello scorrere li avrebbe salvati da una fine certa. Il rivolo li dondolava a valle e delicatamente li adagiava sul greto dei “valloni” dove affluiva. Avrebbero dato la vita a profumate erbe e delicati aromi.

Bevve l’acqua della fonte incurante della gelida sensazione che provava nel sentire le gengive contratte. Quasi gli venne meno il respiro ingoiando quella gelida essenza. Godette nell’avvertire un rivolo gelato scorrergli sul petto, sotto il maglione bagnargli il collo e procurargli un brivido sui fianchi.

“Acca ca scégnə darr’abbìtə e va alləscènnə prétə[2]
Può zə pèrdə e zə nganàla e chiù nə z’arrətrova
Acca fredda ca tə puortə appriéssə
frunnətèllə e pondə də radìcə.
Glu, glu glu, tu mə pièrlə, ma nnə saccə ca dicə:
sola tə nə viè.
Acca ca va lundànə də chéscta vita nne də calə
Sénza allerìa e sénza péna déndrə arrə corə
te viè a mmenà déndrə arrə marə.

Risalì in macchina, mentre il geometrico dio della neve cominciava a dispensare discreti fiocchi seguendo la sua discesa a valle turbinando sotto la virulenta potenza di un vento impietoso.

L’ululato del vento era la vendetta di Dio verso l’uomo che non seppe distinguere il bene dal male e volle essere arbitro del suo “destino”, facendosi conficcare negli occhi gli aculei di ghiaccio, assaporando un sincero dolore dopo essere stato dolcemente violentato nella testa.

Continuando la scesa a valle, il vorticare del vento si rese più clemente fino ad allentare la sua presa possessiva sulla neve, abbandonandola a un lieve sfarinarsi di cielo.

I luminosi stracci della sua infanzia lo vestivano di nuovo dall’alto e seppellivano la sua terra; la sua terra spogliata di uomini e donne e di bambini, popolata di vecchi troppo stanchi, sbreccati vasi contenitori di ricordi. La sua terra divisa in spicchi e mangiata senza pane. Ora era là, a dissipare il vapore del suo alito caldo, fra gli abeti che lo frastornavano di fruscii. Ammirava la neve su quei monti, volendo continuare a vivere essi per tutto il tempo che il tempo avesse a lui concesso. Ora poteva vederla sfarinarsi nella sua ovattata caduta, la neve, e imbiancare le faglie di arenaria, ritirarsi e scemare di biancore nelle primavere inoltrate lasciando intravedere le valli sottostanti in disperate distese di erba secca, acciaccata dal suo peso, e quest’ultima rinverdire alla carezza di un timido sole. Poteva bere, adesso, le ore sei della mattina, quando un colpo di tosse gli ritornava da un eco lontano, e dissetarsi di un dimenticato silenzio, lo sgomento silenzio di quel remoto grumo di universo ritrovato.

Quelle nuvole di cotone che facevano ancora più soffice il cielo istigando la sua fantasia nel volerci vedere forme e volti di donne amate, trasformate in madri e nonne dall’ignavia del tempo.

E già, il tempo! Miserabile ingannatore di anni ancora da scontare, da vivere e forse rimpiangere per le occasioni perse e ancora da perdere. Ritirarsi in un sacco stracciato logoro di strappi e buchi di fronte al perenne fuoco che batte violento il camino di una stufa cercando disperatamente una via di uscita.

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[1] Nativo di Pescopennataro, si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati gli apprezzamenti e i premi che consegue continuamente. Il suo libro di poesie più bello e completo si chiama “‘Ne cande,”. [2] Acqua che scende dagli abeti e va levigando pietre…..

[divider] Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

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