Lu zi Peppe e ….Socrate

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Maria Delli Quadri [1]

Vaso da notte. Era d’uso svuotarlo in strada

Negli ultimi giorni abbiamo letto un racconto spiritoso di Marisa  Gallo (clicca qui), nel quale si parla ampiamente di un “arnese” che si usava e si usa ancora oggi da parte di uomini e donne. Per i bimbi  è “il vasetto o vasino” per gli adulti è il “pitale” o “vaso da notte“. Trascurando per ora il termine dialettale che tutti sappiamo, , nella storia  narrata da   Marisa esso si chiama “lu zi  peppe” ed è il protagonista di un racconto brioso e ridanciano che ha del boccaccesco nel suo svolgimento.

Nel leggerlo ho provato gusto, soprattutto perchè  la  mia memoria è andata indietro nel tempo ai ricordi scolastici, agli aneddoti, alle storie che facevano da cornice alle materie studiate, ai personaggi famosi, tra i quali i preferiti erano i filosofi, i matematici, i poeti, il re, l’imperatore e il papa.. Ci piaceva  immaginarli come uomini  comuni che mangiavano con le mani, andavano a fare i bisogni come tutti noi, portavano le mutande, si grattavano e, magari, avevano pulci e pidocchi per via di quegli abiti fronzuti  e mantelli svolazzanti. Ci chiedevamo, a volte, che cosa mangiassero di speciale i ricchi e famosi, i “vip” insomma. E noi, ingenuamente, ci dicevamo, con aria di mistero, che forse il cibo preferito era pane con l’olio e lo zucchero. Santa ingenuità!

Uno dei personaggi su cui amavamo più  discutere era Socrate, il primo grande filosofo dell’occidente e  della storia greca antica. Socrate che nulla scrisse ma tutto disse quando affermò: “IO NON SO NULLA; UNA COSA SOLA SO;  ED E’ QUELLA  DI NON SAPERE NULLA” o quando pronunciò la massima: “CONOSCI TE STESSO”  Affermazioni  del genere scardinano  tutti i presupposti del vivere normale nel quale noi al contrario crediamo di conoscere il mondo, di sapere ogni cosa e ci comportiamo di conseguenza arrogandoci il diritto  di esprimere pareri su ogni cosa.

Il filosofo trascorreva le giornate fuori nell’agorà (la piazza) a discorrere con i giovani per ore e ore, usando, nel dialogo, ora l’ironia ora la maieutica (l ‘arte di far partorire, le idee naturalmente; sua madre era stata  una levatrice). Tutta la gioventù ateniese lo seguiva e lui arringava la folla parlando dell’ Essere, dell’Io, della Coscienza, dell’Anima, della Democrazia , della Religione, dell’Uomo come  creatore.Era un dio per i discepoli che lo chiamavano ” MAESTRO” e lo osannavano.

Qualcuno potrebbe chiedersi : “Ma lu zì Peppe che c’ entra con la filosofia socratica?C’entra e come! Perchè il filosofo a casa aveva moglie e tre  figli: che, mentre lo sciagurato andava in giro per Atene a sproloquiare, rimanevano a casa a battere la fianchetta per la fame e la sete. Santippe (era questo il nome della donna, poverina, si fa per dire, perchè aveva un brutto carattere anche lei), faceva del suo meglio per procurare qualcosa da mangiare a questi poveri bimbi. Tutto era vuoto in casa, spesso non c’era: né pane, né acqua, né questo, né quello e, mentre l’uomo racimolava qualcosa per la generosità dei  seguaci , i suoi familiari vivevano di elemosina, quando andava bene.

A sera l’ uomo tornava a casa, stanco ma soddisfatto della giornata,  dei dialoghi sostenuti, delle cose insegnate, della bravura dei discenti. Si accostava all’uscio e lo trovava sprangato.  Bussava e Santippe si affacciava: “Chi è a quest’ ora? ” Sono io, Socrate”  ” Mettiti sotto che ti butto la chiave”. L’uomo, ingenuo quanto mai, si accostava e su di lui si rovesciava LU ZI’ PEPPE” con tutto il contenuto giornaliero, liquido e solido, dell’intera famiglia. Per Socrate si preparava  così una lunga notte da clochard puzzolente e ripugnante.

E lui, che era un filosofo, tollerava anche questo, né poteva protestare perché riconosceva i  suoi  torti…


Socrate morì condannato a morte per essere stato accusato  di essere un corruttore della”” jeunesse dorée ” ateniese e  nemico delle istituzioni, da quella  stessa democrazia che lo aveva visto protagonista di tante battaglie combattute in nome della libertà: il decotto di cicuta, da lui stesso  bevuto da una tazza, lo avvelenò. La morte cominciò lentamente con la paralisi dei piedi, delle gambe e col raffreddarsi delle membra verso il torace e, quindi, del cuore. Ai discepoli disse per consolarli che la morte è un sonno senza sogni  Si spense tra atroci sofferenze, circondato dai cordoglio e  dal  dolore dei  suoi discepoli, tra cui il grande Platone. Ai presenti raccomandò di continuare la sua opera.


[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


1 COMMENTO

  1. cara Maria, la tua MAIEUTICA meglio di quella socratica, oserei dire! Da un BOCCACCESCO ANEDDOTO che pensavo tu non avessi letto–poi da me completato solo per un guizzo di fantasia – hai saputo trarre, NATURALE per te , come cioè sai e puoi fare – uno strepitoso racconto di insegnamento socratico…quello di essere almeno un po’ lontanamente “ filosofi” nella vita di tutti i giorni, coi nostri simili, che ci dovessero importunare rovesciandoci “lu zi peppe ‘ncape”!

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