Longobardi d’Abruzzo

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Apprendo solo oggi la scomparsa del professor Luigi Cerritelli. Era nato a Chieti il 10 maggio del 1947. Si è spento a Brescia, dove abitava da tempo, il 24 agosto di quest’anno dopo una lunga malattia. La famiglia materna, “Del Castello”, pur residente a Roccaraso da diverse generazioni, era originaria di Capracotta. Cerritelli era un profondo conoscitore della storia delle nostre contrade: ha compiuto diversi studi sulle origini del proprio cognome e, più in generale, sulle radici longobarde degli abruzzesi. Per quanto riguarda quest’ultimo argomento, pubblico in sua memoria un articolo scritto di suo pugno nel lontano 20 settembre del 2002, “Longobardi d’Abruzzo”, da cui ha avuto inizio la mia indagine sulle origini longobarde di Capracotta. Non finirò mai di ringraziarlo per l’aiuto fornitomi. Questo testo, a distanza di tanti anni, mantiene ancora inalterato il valore storico delle sue osservazioni sul popolo dalle Lunghe barbe.

Il professor Luigi Cerritelli
Il professor Luigi Cerritelli

Fa estremo piacere imbattersi in iniziative culturali di grande spessore come quella che ha generato il convegno storico dedicato al monastero benedettino d’epoca longobarda distrutto nel 1796; convegno che si è svolto a Villa Seccamani a Leno nei giorni scorsi nel quale nuove scoperte della civiltà longobarda nella pianura padana hanno coinvolto partecipanti ai lavori e semplici appassionati di “ricerca delle proprie origini” come il sottoscritto. Il resoconto di Tonino Zana sul Giornale di Brescia dal titolo “Riemerge l’Abbazia delle nostre radici”, per quanto contenuto, per ovvie ragioni di spazio giornalistico, fornisce ampi spunti di riflessione. L’intervento, poi, del Vescovo di Brescia, Mons. Sanguineti ha fatto riflettere anche un vecchio laico come me sulla necessità attuale di nuova evangelizzazione; una evangelizzazione, a cui affiancherei, per rafforzarla nella distinzione, anche una adeguata “educazione sentimentale laica”, per combattere e vincere l’attuale incalzante imbarbarimento delle coscienze alla maniera del “mondo ecclesiale benedettino” che educò i popoli germanici che conquistarono la penisola italica negli anni attorno al 600 d.C.

La mia nascita abruzzese che non mi priva di una personale identità bresciana, costruita in 46 anni di cittadinanza ai piedi del colle Cidneo, non mi ha affatto condizionato, né turbato, quando ho letto il titolo dell’articolo di Zana nel quale la dicitura “nostre radici” attribuita naturalmente ai “bresciani, diciamo doc” poteva essere intesa in senso molto esclusivo. Questo perché le radici degli abruzzesi sono prevalentemente longobarde come molti sanno ed altrettanti ignorano. La storia dei longobardi è piena di leggende narrate dallo storico Paolo Diacono; si sarebbero chiamati, inizialmente, Vinnili e sarebbero venuti dalla Scandinavia. Al principio dell’era cristiana li troviamo alla foce dell’Elba dove, al tempo di Augusto (5 d.C.), li vinse Tiberio Cesare; lo storico Velleio Patercolo che partecipò alla campagna li chiama “di più che germanica ferocia”. I Longobardi si trovarono per anni e anni premuti,a i confini, da una popolazione uralo- altaica: gli Avari. Questo contribuì a far loro tentare l’Impresa Italia e nel 572 si spinsero, assieme a popolazioni provenienti dalla Bulgaria e dalla Colchide, la moderna Georgia, verso l’Italia Meridionale conquistando via via Marche, Abruzzo Citeriore, Marsica, Molise, Daunia, Campania, Lucania e il Bruzio Superiore, antichissima struttura unitaria della regione irpino- sannitica nell’Italia  preromana.

L’Abruzzo è ancor oggi pieno di segni della dominazione longobarda. Tanti nomi e località come Gualdo, Fara, Guardia, Scurcola, sono toponimi germanici che indicano proprietà e luoghi di vedetta. Sopravvivono ancor oggi molti riti solari eredità del mondo longobardo: ad esempio quello delle “Farchie”, canne incendiate a Fara Filiorum Petri. Il più alto paese dell’Appennino, Capracotta, ha nome che deriva dalla guerriera abitudine di piantar tende nel luogo conquistato e cuocervi subito carne di capra. Alla fine del 700 d.C. le popolazioni asiatiche e longobarde ebbero un notevole boom demografico. La sconfitta contro i Franchi non li cancellò da un territorio diventato patria.

Il loro DNA, emerso dalle ricerche promosse dalla fondazione “Genti d’Abruzzo” di Pescara, ha lasciato una profonda impronta nella struttura etnica e fisionomica degli abruzzesi; tratti nordici, asiatici e italici studiati su scheletri  sono stati rinvenuti in tutto il territorio. In essi una maggioranza massiccia delineava il tipo classico del longobardo e dell’asiatico quasi a confermare un ipotetico sterminio delle popolazioni italiche sconfitte. Interessante inoltre il linguaggio dialettale abruzzese che conserva riflessi linguistici di questa antica popolazione. Ad esempio il termine Guastus significa terreno incolto e determina il nome della città di Vasto; è lo stesso nome di un paesino che si trova nei pressi di Gazzoldo degli Ippoliti, nel mantovano longobardo.

Se analizzassimo poi i cognomi, cosa che sta facendo la Fondazione Civiltà Bresciana per quelli del territorio bresciano, come riferisce il Giornale di Brescia, ne vedremmo delle belle. Ad esempio il mio cognome, che è stato oggetto delle mie appassionate indagini, ha un parallelo nell’antica Colchide (Georgia): Tsereteli, Cereteli, Tseretelli, Ceretelli. I discendenti di qualcuno di questi individui, dotato di gusto per la guerra e per l’avventura o semplicemente per la ricerca di una terra migliore, vivono a Chieti (antica Teate Marrucinorum), e nelle Americhe ve ne sono tantissimi ma provengono da lì. La stella, simbolo della Repubblica di Georgia ricorda il “logo”, ormai datato, della città di Chieti. Ed ancora: sparsi sul percorso longobardo vi sono tanti luoghi detti Bosco Cerritello o località Serritella o Madonna della Serritella, quasi testimoniare le tappe di un itinerario antico di popolo in movimento.

Ed allora ricordando le mille litanie, di un certo moderno longobardo, che hanno riempito le nostre italiche orecchie, a partire dagli anni Ottanta, e continuano a disturbarle ancor oggi con l’ausilio di mass media compiacenti, mi viene da sorridere. Anzi mi sono fatto, tornando in macchina da Leno, felice come una pasqua, una sacco di belle risate in compagnia. Ebbene sì! Lo ammetto: sono contento perché, nella bassa bresciana, mi sono ritrovato, anch’io bresciano per adozione, a casa di antichissimi avi, frammenti di un popolo sparso nell’intera penisola quasi a rafforzarne la naturale implosione che lega la gente della nostra Nazione.

prof. Luigi Cerritelli

Brescia 29 settembre 2002

 

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