Lo stivale d’oro

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A cura di Benedetto di Sciullo [1]editing Giovanni Mariano [2] 

Molti lo ricorderanno. Non troppo tempo fa venne sollevato un gran polverone sulle dannose disattenzioni della censura che consentiva di destinare al pubblico dei più piccoli talune opere (letterarie e non) dai discutibili effetti pedagogici. Nell’occhio del ciclone, fra i tanti “imputati”, facevano bella mostra di sé alcuni giochi di chiara ispirazione bellica nonché i “famigerati” cartoons giapponesi che narravano cruente storie di violenza condite di sbudellamenti, mutilazioni, spirito di vendetta e quant’altro. Le perplessità dei più, dibattute e diffuse dai media, determinarono il risveglio della vigilanza sulla morale anche se, per dovere di cronaca, è opportuno ricordare che l’assopita censura si ridestò provvidenzialmente solo quando l’eccessivo “permissivismo” cominciò a legittimare le prime timide (non molto, per la verità) apparizioni di elementi pornografici nei fumetti e nei cartoni animati destinati ai minori. Nei coloratissimi scenari di chiara ispirazione nipponica, si animava una schiera di insospettabili personaggi che, in barba agli occhioni sbarazzini e vellutati di cui una grafica rassicurante li dotava, mostravano una profonda conoscenza del Kamasutra in tutti i suoi più occidentali e “pecorecci” risvolti.

Ho buone ragioni di credere che i fatti fin qui considerati non siano altro che l’ennesima apparizione di quel fenomeno sociale per il quale alcune “tinte violente” dell’immaginario degli adulti ritornano ciclicamente a colorare il mondo dei più piccoli determinando spesso il rischio di renderli futuri psicopatici. Mi conforta in questa teoria il ricordo di un racconto che, all’epoca della mia prima infanzia, godeva di larga diffusione ed aveva lo scopo di catturare l’attenzione dei bambini per tenerli a bada. Tale scopo veniva regolarmente raggiunto, ma nutro ancora oggi serie perplessità circa gli “effetti collaterali” che il racconto poteva ingenerare nei piccoli ascoltatori. La storia era ridondante di atmosfere macabre ed il sangue era così frequentemente citato che una moderna “fiorentina poco cotta” si sarebbe sentita più anemica di una medusa. Mi dissocio da tutte le ragioni che spingevano gli adulti a questo genere di racconto, ma mi piace offrire a tutti la possibilità di formulare ipotesi sulle origini di questi metodi pedagogici.

In un tempo lontano lontanoFallo godeva di grande prosperità (da qui si capisce che è una favola…n.d.a) ed il commercio era molto fiorente. Il paese era un punto di passaggio che favoriva il transito delle più ricercate e preziose mercanzie. Fra i numerosi commercianti di passaggio, ve ne era uno dall’aspetto losco e già conosciuto per le numerose truffe perpetrate ai danni dei più poveri. L’uomo aveva preso alloggio in una delle case “Sobbre a la Plazze” e, benché intenzionato a rimanervi solo una notte, alcuni avvenimenti lo convinsero che forse valeva la pena rimanere un giorno in più. Durante la sua permanenza in paese, infatti, morì una donna molto ricca. La salma della donna, che pare praticasse la magia, fu agghindata con tutti i gioielli che ella possedeva e fu esposta, adagiata nella bara, nella navata centrale della chiesa. I gioielli erano di valore inestimabile, ma particolarmente bello era uno stivale d’oro che la donna calzava ad uno dei piedi ed al quale la morta teneva in modo particolare.

Il commerciante, forse un intenditore di preziosi, si rese conto che assieme alla salma stava per essere seppellita una fortuna e decise di agire la notte stessa. La bara fu chiusa e la sera si sprangò anche la porta della chiesa: per rubare il tesoro il ladro sarebbe stato costretto ad entrare da una delle finestre ed avrebbe dovuto scoperchiare nuovamente la cassa. Era estate e le finestre della chiesa restavano sempre aperte. Raggiungerle non era particolarmente difficoltoso: bastava salire sul tetto di una delle stalle che si trovavano accanto alla chiesa e da lì arrampicarsi fino alla finestra sfruttando le sporgenze di un vecchio muro. Il commerciante uscì dalla casa a notte fonda. Portava con sé un tascapane, una lampada ad olio, un martello da carpentiere, uno scalpello, una lunga corda ed un affilatissimo coltello. L’uomo scese lungo la stradina che, girando attorno all’allora casa canonica, dal suo alloggio portava al piccolo piazzale antistante la chiesa. Sperava di essere fuori della chiesa entro un’ora, prima cioè, che il paese cominciasse a svegliarsi ed a riprendere la sua attività. Raggiungere la finestra fu semplicissimo. L’uomo scavalcò il davanzale e, con la fune, si calò nella chiesa. Doveva muoversi con molta attenzione perché l’alto soffitto amplificava i rumori. Accese la lampada ad olio e con la lanterna sollevata diede un primo sguardo in giro. Per uscire dalla chiesa decise di utilizzare la porta e ne forzò quindi la serratura dall’interno. Si avvicinò quindi alla bara e, con lo scalpello ed il martello da carpentiere, cominciò a sfilare i grossi chiodi che la chiudevano.

Il lavoro era lungo e faticoso. La semioscurità e la lentezza con cui era costretto a muoversi per evitare di fare eccessivo rumore, non lo aiutavano di certo, ma nell’arco di mezz’ora la bara era stata aperta. L’uomo sollevò la lampada al disopra della cassa per meglio osservare il valore del tesoro su cui stava per mettere le mani e, per un attimo, gli sembrò che la morta aprisse gli occhi. La lampada gli scivolò dalle mani e per poco non finì sui vestiti della donna, ma il ladro riuscì a trattenerla. Terrorizzato sollevò ancora il lume e si sforzò di guardare: la donna aveva gli occhi chiusi. Era proprio morta. Valutò nuovamente il valore del tesoro, si fermò ancora un momento per riprendersi dallo spavento, poi si avvicinò alla morta e cominciò a spogliarla dei gioielli che la ricoprivano. Le collane, le catene d’oro ed i bracciali non furono un problema. La maggiore difficoltà la trovò nello sfilare gli anelli dalle dita perché le mani le erano state incrociate sul petto, ma il ladro non si fece troppi scrupoli e con violenza infieriva sul corpo della morta. Ogni prezioso che poneva nel tascapane, era esaminato alla fioca luce del lume e l’uomo si convinceva sempre di più che stava mettendo le mani su una cospicua fortuna.

Quando la morta fu completamente spogliata di tutti i gioielli, il ladro si concentrò sullo stivale d’oro che la donna calzava alla gamba sinistra: da solo valeva più di quanto aveva arraffato fino a quel momento. Non poteva lasciarlo! Il lavoro fatto fin lì gli aveva portato via molto tempo ed era in ritardo rispetto al previsto. Afferrò lo stivale e cercò di sfilarlo ma, nonostante la calzatura sembrasse di qualche misura più grande rispetto all’altro piede, non gli riuscì di estrarla. Con il coltello tagliò il vestito della donna in modo da avere la possibilità di spingere lo stivale dall’alto, ma anche questo tentativo non diede nessun risultato. Il tempo stringeva e il ladro non aveva intenzione di mollare. Infilò il coltello tra la calzatura e la gamba della donna cercando di creare lo spazio sufficiente per estrarre lo stivale. Quest’operazione provocò profonde ferite nella carne della gamba della morta, ma il ladro non se ne preoccupò più di tanto. Nella fretta non si rese neanche conto che c’era qualcosa d’anomalo: le ferite, benché inferte su un cadavere, sanguinavano! Improvvisamente qualcosa cedette. Il ladro pensò di avere finalmente raggiunto il suo scopo e tirò lo stivale. Solo per qualche attimo rimase sconcertato quando si rese conto che non era lo stivale che aveva ceduto ma l’intera gamba: si era staccata all’altezza dell’anca. Nonostante l’orrore (figuratevi quello dei piccoli ascoltatori ..n.d.a.), l’uomo trovò la forza di ficcare la gamba nel tascapane, di raccogliere tutte le sue cose e di fuggire dalla chiesa uscendo dalla porta.

Velocemente ritornò al suo alloggio: aveva i vestiti sporchi di sangue e il sangue aveva macchiato anche la sacca dove aveva riposto i gioielli e la gamba. Chiuse il tascapane con tutto il suo contenuto in una cassapanca adagiata a un muro della camera presa in affitto, si lavò accuratamente e, prima di prepararsi a fuggire, si distese sul letto. Non aveva intenzione di dormire, voleva soltanto allentare un pò la tensione accumulata nelle ultime ore, ma il sonno lo vinse. Non dormì molto.

Fu svegliato da un rumore che proveniva dalla stradina che portava alla chiesa, la stessa che lui poco prima aveva percorso. Era una specie di cantilena accompagnata da un suono ritmico e si avvicinava sempre di più. L’uomo tese l’orecchio e riconobbe distintamente il rumore di sottofondo: era il passo di una persona zoppa. Attese ancora qualche attimo e riuscì a sentire anche una voce spaventosa che recitava la cantilena:

Aridamme lu cussone chi stà dentre a lu cascione! – (ridammi il “gambone” che sta dentro al cassettone).

Restò impietrito dal terrore. Non era possibile che stava accadendo quello che pensava. Sperò di essersi sbagliato, sperò di stare ancora dormendo, ma il passo zoppicante e la voce terribile si avvicinavano ancora di più; ormai erano sotto alle scale.

Aridamme lu cussone chi stà dentre a lu cascione! e cominciò a salire. Spalancò la finestra per cercare di fuggire da quella parte, ma l’uscita era chiusa da robuste sbarre di ferro. La voce era ormai dietro la porta e qualcuno scuoteva l’uscio con violenza:

Aridamme lu cussone chi stà dentre a lu cascione!-.

L’uomo si precipitò verso l’uscita impugnando il coltello, ma la porta si spalancò prima ancora che egli riuscisse a raggiungerla. Sulla soglia c’era la donna morta. Aveva il vestito lacero e sporco di sangue e lo fissava continuando a ripetere:

Aridamme lu cussone chi stà dentre a lu cascione!-.

Avanzò ancora con passo zoppicante, afferrò l’uomo con entrambe le braccia e lo scaraventò contro il muro. Poi, prima che egli riuscisse a sollevarsi da terra, gli si avvicinò e gli spezzò il collo. Andò quindi verso la cassapanca, l’aprì, riprese la gamba che era rimasta nel tascapane, se la riattaccò all’anca, si agghindò nuovamente con tutti i suoi gioielli, afferrò l’uomo per le caviglie e lo trascinò fuori della porta in fondo alla scalinata. Sempre ripetendo la stessa cantilena, la donna si riavviò verso la chiesa.

Il mattino dopo, prima dell’alba, un passante trovò il corpo dell’uomo in fondo alla scalinata e diede l’allarme. Non fu facile stabilire cosa era successo. S’ipotizzò che l’uomo, rincasando ubriaco, fosse precipitato giù per le scale, ma le tracce di sangue trovate all’interno del suo alloggio e lungo la stradina che portava alla chiesa, davano adito ad ipotesi ben più inquietanti. Del resto la fune sospesa ad una delle finestre della chiesa, la serratura della porta forzata e la bara scoperchiata erano segni evidenti di un tentativo di furto, ma, almeno apparentemente, il cadavere della donna non era stato toccato tranne che per uno strappo sul vestito dal lato della gamba che calzava lo stivale d’oro.


tratto dalla rubrica Lo spazio di tutti del sito faldus.it, 


[1]Benedetto Di SciulloAbruzzese di Fallo (CH), libero professionista. Dedica tanto tempo alla cultura locale per mantenere concretamente vivi i palpiti di un mondo antico che accomuna tanti di noi e che, dal passato, ancora ci accarezza e ci emoziona superando oceani e continenti. Ha creato, con Giovanni Mariano, il sito www.faldus.itche celebra Fallo (CH) e i Fallesi.
[2]Giovanni MarianoAbruzzese di Fallo (CH), informatico. Cura con Benedetto Di Sciullo il sito dedicato a Fallo sapendo di fare piacere ai conterranei che apprezzano le abitudini, l’aria, i profumi dell’Alto Vastese. Ha creato, con Benedetto di Sciullo, il sito www.faldus.itche celebra Fallo (CH) e i Fallesi.


Copyright:  www.Faldus.it
Editing: Enzo C. Delli Quadri

 

 

2 Commenti

  1. Bella storia, sono certa che i nostri nonni pur di farci capire il peso dei valori fondamentali non si preoccupavano della nostra sensibilità; anzi, più temevamo le conseguenze meglio era. Grazie del bel racconto

  2. Non conoscevo questo “particolare e mortuario” racconto ! Storie vere e verosimili così macabre, che ti fanno “sentire più anemica di una medusa” nel senso che il sangue davvero gela, pensando che si raccontassero ai piccoli ascoltatori, sono state alla portata di tutti , anche con le fiabe- Perrault ed altri ce lo insegnano, con Cenerentola, Barbablu ecc Ma c’è da dire che all’inIzio esse-fiabe- erano destinate agli adulti!!!!!.. Credo che solo le filastrocche e i ritornelli riuscissero a stemperare l’horror dei fatti, perciò si ripetevano “cantilenando” o forse proprio cantandoli….
    Nella fiaba, infatti, il senso del lieto fine rimetteva a posto tutti i significati e riproponeva un ordine morale.

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