“Li mucchije” (I cumuli)

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di Guido Delle Monache[1]


Accadde d’estate, a Penne nei primi anni ’50.
Eravamo in una grande aia di “nu camparole” (un proprietario di un grande podere) per la trebbiatura del suo grano. Visto la maestosità dei due grandi cumuli (li mucchije), occorrevano più di due giorni per completare i lavori.
Ognuno aveva il suo compito, il lavoro veniva distribuito dal padrone che conosceva iventicinque uomini presenti che sarebbero occorsi per coprire tutti i reparti. A sua volta avrebbe dovuto restituire il lavoro svolto ad ogni uomo, secondo le regole dello “scambio aiuto”. Così i giovani robusti finivano nei settori dove serviva più forza fisica. Adulti e anziani in genere venivano assegnati dove serviva l’esperienza, come la costruzione della grande “serre”: cumulo con pareti tra esse ortogonali e con un grosso palo al centro per aumentare la resistenza contro le intemperie. In quattro lavoravano sopra, per distribuire uniformemente la paglia, un altro era sotto a dirigere e battere la paglia con una lunga canna, per fare pareti dritte e compatte. Lisce e “pettinate” verso il basso come il pelo degli animali, in modo tale da agevolare la caduta delle gocce d’acqua piovana.
Alla fine questo capolavoro di architettura contadina veniva completato con copertura a capanna. Subito dopo veniva coperto con la “Spete” (Spelta) antica graminacea, varietà del farro, dagli steli lunghi e robusti. Fissata sulla paglia con traverse e fermagli di canne. Con questo sistema, sia dal tetto che dalle pareti non vi sarebbe entrata nessuna goccia d’acqua.

Io, allora ragazzino, ero addetto alla distribuzione dell’acqua. Facevo la spola continuamente tra il pozzo e i vari reparti. Così sentivo i discorsi e gli umori un po’ di tutti, durante le brevi pause o quelle più lunghe di “li rimbezze” o quando, più raramente si ingolfava la trebbiatrice. Allora le massaie approfittavano dell’inattività di tutti per passare vino e “rimbezze”: un grande biscotto friabile che si intingeva nel vino per ricaricarsi di energie. Gli uomini, nonostante la stanchezza approfittavano di queste pause per arricchire di
allegria la convivialità del momento. Raccontavano fatti, barzellette, si sfottevano reciprocamente, facevano battute, per lo più volgari.
Molti di loro erano fortunati, nati al momento giusto, erano stati troppo giovani o troppoanziani per andare in guerra. Per lo stesso motivo non partiti emigranti a cercare fortuna per loro e le famiglie.

Nel Novecento ci sono state più ondate migratorie, soprattutto prima, e dopo le due Grandi guerre. In entrambe le situazioni gli uomini validi erano stati costretti ad allontanarsi dalle loro famiglie. I rimasti avrebbero dovuto vegliare sui gruppi familiari dei fratelli, dei compari e degli amici partiti. Invece spesso facevano il contrario. La carne è debole, si sa, le occasioni, alimentate dal vivere a volte sotto lo stesso tetto o addirittura in stanze contigue, erano tante. Anche la cattiveria non mancava; a quei tempi c’era molta solidarietà tra i compaesani ma dalla gente venivano fuori anche le qualità più negative.
C’era chi ricattava le povere vittime di abusi affinché non parlassero, chi faceva la spia. Non c’erano segreti, tutto prima o poi si sapeva o perché si veniva “attuppate”, cioè colti nel fatto o perché il protagonista lo raccontava apposta per allargare la platea dei suoi ammiratori. Si, perché in questo modo, sarebbe cresciuta l’invidia per il “fregnone”
protagonista dell’accaduto.
Un fatto non raccontato né scritto non diventa storia ma è destinato all’oblio. Invece un fatto documentato e raccontato diventa storia e agli uomini le storie piacciono, qualunque sia il loro tenore.

*** Thump!!! Un colpo secco e la trebbiatrice si blocca, si è ingolfata; capitava a volte che il macchinista addetto all’introduzione de “li manuppele” (fasci di steli di grano) ne buttasse due assieme, allora il battitore si bloccava. Così, con pazienza, gli addetti si dovevano affaccendare a togliere il materiale otturante. Il grande polverone si abbassava, l’allegro assordante frastuono spariva e così gli operai ne approfittavano per pulirsi la gola e bere. Lo stesso faceva il povero addetto alla “came” (pula), pieno di polvere e “came”. Si scrollava di dosso tutto quello che poteva. Poi si toglieva il fazzoletto che aveva sul viso alla maniera dei cowboy americani. Si sciacquava la bocca due-tre volte, l’acqua fuoriusciva sempre sporca, infine il poverino avrebbe bevuto. Questo compito lo svolgeva sempre il più timido, che non sapeva dire di no al proprietario, oppure uno soggetto a disturbi mentali, che in quel periodo esistevano in ogni contrada.

La “serre” era ancora bassa, così con un salto vi salii sopra e passai la brocca al primo degli uomini. Uno di loro rivolgendosi al suo vicino disse: “Allore ‘Meriche… arcunde… arcunde”! (Allora Amerigo… racconta… racconta). Ed ecco il “cuculo” di turno, colui che senza vergogna aveva occupato il nido d’amore dei suoi due fratelli, devastando tutto: rispetto, rapporti parentali, regole arcaiche per poi vantarsi dei danni fatti. Il “cuculo” viveva con i genitori, le sorelle non sposate e le due cognate con i loro bambini. Mentre i due fratelli, emigrati in Belgio, erano a “nutrirsi” di polvere di carbone a mille metri di profondità. Per questo motivo erano pagati piuttosto bene mentre da noi in Italia, con la crisi del dopoguerra, si sognavano quei compensi. Il tempo di mettere da parte quanto bastava per l’acquisto di un piccolo podere e si sarebbero riuniti alle famiglie. Quei giovani soldati, appena tornati dalla guerra hanno messo poche cose nella valigia di cartone, baciato moglie e figli e intrapreso il viaggio della speranza. Percepivano nell’aria un generale desiderio di rinascita e sono partiti senza indugiare. In casa però c’era chi tramava contro di loro. Alcuni protagonisti di questi casi non hanno fatto ritorno in famiglia, per vergogna dell’umiliazione subita. Aggiungendo dolore su altro dolore. Si sono creati degli affetti nella nazione ospitante cercando di dimenticare le sofferenze e la nostalgia per le famiglie e il paese d’origine.
Spesso la storia corregge gli errori, infatti le generazioni successive partiranno con le famiglie appresso.

‘Meriche non aspettava altro che questo invito. Aveva le braccia conserte in atteggiamento di riposo, appoggiate all’asta della forca fissata sulla paglia. Con gestualità da attore consumato che ammalia il pubblico per predisporlo all’ascolto, diede un buffetto al cappello di paglia spingendolo indietro, scoprendo la fronte ignorata dall’abbronzatura e cominciò a parlare: Ahhh!!! … Ere cume liscià ddù jumende… loche vuleje stà!?!?” (Ahhh!!! … Era come accarezzare due giumente… lì dovevate trovarvi!?!?) E’ mimò con le mani l’azione di lisciare contemporaneamente i fianchi a due giumente. Ripeté il gesto una, due, tre volte mentre il suo pubblico rideva. Poi continuò, rendendo con parole e gesti il racconto sempre più volgare. Io al momento non capivo la metafora, ma poi, più grande, esercitando la memoria e avendo sentito altre voci, capii a cosa si riferisse.
Ed ecco la trebbiatrice riprendere il suo ritmo normale, si torna al lavoro. ‘Meriche smette di raccontare le sue bravate e tutti con sorrisi compiacenti e un po’ da presa in giro riprendono le loro postazioni.

(n.d.a. fatti e personaggi di fantasia. Foto da internet).


[1]Guido Delle Monache: abruzzese di Penne, amante dell’arte, ha seguito gli studi artistici nella sua città natale. Personalità poliedrica, ha completato la sua formazione presso la  prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Venezia, città che  ha scelto come sua residenza definitiva, di lavoro e di vita. La sua produzione artistica varia dalla scultura, alla grafica, alla pittura 

Editing: Flora Delli Quadri
Copiright: Altosannio magazine

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