L’emigrazione

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a cura di Nicola Giovannelli

Cesare Pavese: il Mondo venne a stanarli dalle proprie case con la fame.

ammonticchiati
Nel disegno di Beltrame sulla “Domenica” del Corriere dell’8-12-1901, la partenza da Genova di contadini che De Amicis descrisse “ammonticchiati come giumenti”

L’emigrazione è un capitolo doloroso della storia nazionale, e particolarmente sentito nella nostra regione. Un fenomeno che ha disgregato interi gruppi familiari, e che sotto il profilo umano ha costituito un dramma sia per coloro che sono partiti che per chi è rimasto nei paesi d’origine.

 Non c’è famiglia del ceto popolare da cui non si distacchino una o più persone.

Molti emigranti lasciarono a casa genitori, mogli e bambini, perché determinati a ritornare, ed in parecchi riuscirono nell’intento. In effetti l’emigrazione rappresentò il riscatto dello stile di vita italiano, laddove quanto si riusciva a risparmiare del guadagno non certo facile, ma sicuramente superiore a quanto ottenibile in patria, veniva  spedito a casa per contribuire al mantenimento della struttura tradizionale. Piuttosto che una sistemazione permanente, si era alla ricerca della possibilità di lavorare per un salario (relativamente) alto, così da risparmiare, tra stenti e privazioni, abbastanza da poter tornare in Italia e permettere al nucleo famigliare di condurre una vita migliore.

distacco frank monacoLa foto a lato, ripresa da Frank Monaco in uno dei nostri paesini, rappresenta mirabilmente lo stato d’animo conseguente all’imminente distacco per la partenza del giovane verso lidi lontani. Egli viene circondato dalle donne, nei tradizionali abiti scuri, quasi a protezione materna, che enfatizza l’abbraccio ideale del commiato da un lato, e dall’altro di difesa verso l’ignoto rappresentato dal baule e dal valigione in prespan in primo piano, con i classici legacci di spago.

Sul finire  del XIX secolo si avviò in Italia la “grande emigrazione”, che tra i suoi centri principali annoverò il porto di Napoli che con Palermo e Genova segnarono la rotta dei bastimenti, essenzialmente francesi, inglesi e tedeschi diretti oltre Atlantico.

1908 emigranti per napoliLa foto sulla sinistra ritrae appunto un folto gruppo di emigranti, uomini donne e bambini, che sotto il peso delle proprie mercanzie si accinge a salire sul treno che li porterà verso Napoli.

Siamo nei primi anni del Novecento, quando il fenomeno migratorio assunse l’aspetto di un vero e proprio fenomeno di massa, coinvolgendo sempre più spesso interi nuclei familiari, inseriti in flussi periodici determinati dal meccanismo noto quale “chiamata”, che poteva giungere non solo da parenti ma anche da amici se non semplicemente da  compaesani.

Non è semplice al giorno d’oggi individuare e descrivere nella sua completezza lo stato d’animo di persone, le quali non si erano mai allontanate di fatto dal proprio paese, e che sotto la spinta della necessità di sopravvivenza si determinarono a solcare l’oceano per raggiungere la terra che nelle loro aspettative rappresentava il riscatto della propria grama esistenza.

Eppure il fenomeno migratorio diventò di massa, assumendo annualmente entità sempre più consistente.  Infatti si  passò da  una  media annua di 123.000 unità nel quinquennio dal 1869 al 1875, cifra già ragguardevole per il periodo, a quella record di 269.000 unità (negli anni dal 1887 a fine secolo), dirette essenzialmente oltre oceano causa l’incremento notevole dell’offerta di lavoro del mercato americano.

Nei primo ventennio del XX secolo spetterà all’Abruzzo il primato degli espatri rapportato alla popolazione residente, con un tasso di 33,7 emigranti ogni mille abitanti. Il principale mezzo di trasporto era costituito dal treno, che trasferiva questa massa di diseredati sino al porto di Napoli, principale punto d’imbarco per l’emigrazione oltre oceano.

I bastimenti che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento lasciarono le coste italiane in direzione del Nuovo Mondo, trasportarono frotte di emigranti costretti a condizioni a dir poco disagiate. Ammassati normalmente in cabine di terza classe e sempre più spesso abbandonati a loro stessi sui ponti delle navi, addossati agli argani o ai gruppi di manovra e le scialuppe di salvataggio.

ammonticchiatiTeodorico Rosati, Ispettore sanitario sulla nave degli emigranti, così descriveva uno dei tanti viaggi dell’epoca: “Accovacciati sulla coperta, presso le scale, con i piatti tra le gambe, e il pezzo di pane tra i piedi, i nostri emigranti mangiavano il loro pasto come i poveretti alle porte dei conventi. E’ un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare sul quale si rovesciano tutte le immondizie volontarie ed involontarie di quella popolazione viaggiante”.

La traversata in tale condizioni, era una vera e propria avventura che durava dai 25 ai 30 giornitalvolta anche di meno, e dipendeva dalle “navi di Lazzaro” come vanivano definite queste “carrette del mare”, dove si viveva in condizioni di sovraffollamento incredibile, tutt’altro che umane e, non a caso, ci sembra anticipassero la storia dei giorni nostri, con i naufragi all’ordine del giorno. Il più noto forse è quello della Sirio, avvenuto tragicamente nei primi anni del Novecento.

Inizialmente il flusso migratorio partiva essenzialmente da Genova, e soltanto in un secondo momento verranno allestiti e strutturati i porti di Palermo e di Napoli.  Quest’ultimo fu lo scalo principale per la partenza dei nostri corregionali, ma ci fu chi partì anche dal porto francese di Le Havre, perché o non in regola con la legge, o forse più semplicemente perché da lì l’imbarco costava molto meno.

D’altronde non era quasi mai il singolo emigrante che decideva del proprio futuro; all’emigrazione erano interessate, non certo altruisticamente, le numerose agenzie che si occupavano del viaggio di quella massa di  diseredati.

Nel 1897 una circolare governativa, definiva gli agenti come “speculatori”, che incassato il prezzo del viaggio, per il quale i contadini spesso avevano venduto tutti i loro miseri averi, li imbarcavano ” a somiglianza di mandrie”.

Il costo del viaggio era tutt’altro che trascurabile. Un’indagine svolta nel 1892 da Agostino Bertani, nell’ambito dell’inchiesta agraria Jacini sulle condizioni nelle campagne, svelò che un contadino della Basilicata, che con il suo duro lavoro guadagnava giornalmente non più di una lira, dichiarò d’averne  dovute pagare ben 235 all’agente per l’organizzazione  del viaggio per l’emigrazione.

Il viaggio, specie nei primi anni del fenomeno migratorio, costituì per molti un’esperienza molto dura, se non addirittura traumatizzante per alcuni. Tra gli episodi luttuosi verificatisi in quegli anni, oltre ai numerosi naufragi ci limitiamo a segnalare i 18 morti del piroscafo “Matteo Bruzzo” per mancanza di viveri nel 1888, e l’anno successivo i 27 emigranti deceduti per asfissia sul piroscafo “Frisca”.

“Quei viaggi penosi sugli oceani come vennero definiti da “La “Domenica del Corriere” del 2-6-1901. Secondo T. Rosati “l’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano” . Dopo qualche giorno ogni letto è “una cuccia da cane”.

Questi viaggi rappresentarono inoltre un tremenda strage di bambini. Spiega Augusta Molinari ne La storia dell’emigrazione italiana” edita da Donzelli, che il viaggio nel nuovo mondo si concludeva spesso per i più piccoli in una strage [Sono soprattutto le epidemie di morbillo e varicella a provocare decessi di massa. La mancanza di cure appropriate, il degrado ambientale dei dormitori, spesso l’incompetenza del personale medico, facevano assumere a quella che era una normale patologia infantile il carattere di una pericolosa epidemia. I giornali sanitari di bordo registrano, nei primi anni del Novecento, alti tassi di morbilità e di mortalità infantile per epidemie di morbillo e di varicella. Sul piroscafo “Bologna” in rotta verso l’Argentina, scoppia nel febbraio 1909 un’epidemia di morbillo. Ne restano contagiati duecento bambini e una ventina di adulti. Dei bambini molti sono neonati che non sopravvivono alla malattia.Su di un totale di cinquanta decessi, venti sono di neonati e quindici di bambini>]

L’unica legge che prevedeva una certa tutela dei migranti fu varata dal Parlamento il 30 Dicembre 1888 con il protocollo n. 5877. Essa affidava esclusivamente alla polizia il controllo di chi si occupava di reclutare la manodopera degli emigranti, nel tentativo di arginare il deprecabile fenomeno dei numerosi abusi, limitandosi però a stabilire prevalentemente norme comportamentali. Superfluo sottolineare che i risultati ottenuti non mutarono di fatto le condizioni dei nostri connazionali.

Soltanto l’approvazione di una legge organica sull’emigrazione, che definì tra l’altro un organismo tecnico preposto all’applicazione specifico della legge stessa, determinò di fatto la fine dei soprusi perpetrati dagli speculatori. Con la legge del 31 Gennaio 1901 vennero istituiti organismi pubblici dedicati a fornire il più ampio spettro di informazioni a coloro che desideravano emigrare; il trasporto degli emigranti fu consentito esclusivamente nel rispetto di cautele e garanzie specifiche, ma soprattutto furono abolite le agenzie e le relative subagenzie. Fondamentale fu per il fenomeno migratorio la definizione, in tempi successivi, di una normativa specifica per la tutela legale, e la disciplina degli arruolamenti per il lavoro all’estero. Si pose poi finalmente l’accento sulla salvaguardia dell’aspetto sanitario ed igienico degli emigranti, non solo nei porti d’imbarco, ma soprattutto durante il viaggio, cosa che rese finalmente un aspetto più umano alle condizioni di coabitazione forzata, nelle anguste cabine di terza classe, prevalentemente utilizzate dagli emigranti.

Desideriamo sottolineare alcuni passi, tratti dal filmato della Arcoiris Tv, che a ns. avviso sono più significativi nell’evidenziare oltre lo stato d’animo, anche le motivazioni che hanno spinto numerosissimi nostri connazionali a lasciare i propri paesi, dai quali non si erano mai allontanati oltre il colpo d’occhio del proprio campanile,  sopportando stoicamente difficoltà e soprusi di ogni genere:

 “… la miseria ricevuta dai padri, che l’avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non è mai servito proprio a niente

  le ingiustizie più crudeli erano così antiche d’aver acquistato la medesima naturalezza della pioggia, del vento e della neve

 … la vita degli uomini, delle bestie, della terra sembravano così racchiuse in un cerchio immobile saldato dalla chiusa morsa delle montagne e dalle vicende del tempo.


Nicola Giovannelli, abruzzese di Rivisondoli, impegnato in politica e nel sociale, intento a trasmettere i valori e la cultura della sua terra in tutte le forme possibili, dalla scrittura alla video-fotografia. Cura diversi siti tra cui Risondoliantiqua.it o pagine FB come “Sulla  panchina da pensionato, giorno dopo giorno” – “Il polo museale di Rivisondoli” – “La Ferrovia Sulmona-Isernia”.

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Editing
: Enzo C. Delli Quadri

1 COMMENTO

  1. Anche allora c’erano gli scafisti!! Io ho accompagnato mio zio a Napoli nel 1963 quando s’imbarcò sulla Cristoforo Colombo per raggiungere il Canada e il viaggio costò 900 mila lire che mia nonna pagava con le cambiali, ma era già un viaggio lussuoso rispetto a queste vere avventurose traversate. Grazie e benvenuto a Nicola Giovannelli

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