Le solitudini delle donne molisane al tempo della prima grande emigrazione internazionale (1880-1905)

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di Adele Rodogna [1]

“Ogni donna è in profondità una potenziale femminista
e lo è per un motivo: nella memoria collettiva,
nell’immaginario collettivo oramai esiste
una donna che non ha più paura di desiderare”.
(Manuela Fraire)

Mulberry Street agli inizi del Novecento
Mulberry Street agli inizi del Novecento (foto tratta da wikipedia)

Una delle problematiche del secolo scorso che continua a incidere sulla storia di tutta l’umanità è quella delle migrazioni, a partire da quelle verificatesi tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Questo lavoro si propone di dare voce a donne dalle vite disperse, con profili anonimi ed esistenze misconosciute, delineate all’interno di più ampi quadri mentali collettivi, ripercorrendo tracce di vissuti e percorsi umani, faticosamente conquistati con sacrifici e rinunce, ma anche con tenacia e di fare luce sulle trasformazioni della condizione femminile molisana, filtrate alla luce di quelli che Marc Bloch, ne “L’Apologia delle Storia”, definiva “I bisogni del cuore”, al fine di fornire un primo contributo su quell’insieme di conoscenze, di abitudini e modelli di comportamento automatici, condivisi e persistenti, saggezze anonime e diffuse che hanno contribuito a scrivere la storia delle mentalità, delle idee, della cultura materiale e immateriale delle donne. Il contesto di riferimento, come si è detto, è quello della emigrazione che sconvolse gli assetti demografici, sociali e finanche familiari dell’Europa intera. Tra la seconda metà dell’Ottocento e il 1900, infatti, circa un milione e trecentomila persone lasciava il Vecchio continente, dando origine ad un imponente flusso umano che si rivolgeva in larghissima maggioranza al di là dell’Atlantico, a seguito del manifestarsi di fattori demografici ed economici rilevanti, mai riscontrati fino ad allora.

L’Italia, a vent’anni dall’Unità, versava nel pieno di una grave crisi economica internazionale provocata dal crollo dei prezzi agricoli, di contro le statistiche segnalavano un salto di qualità nell’eccedenza demografica nazionale. Particolari segnali di disagio provenivano soprattutto dal Mezzogiorno che presentava ancora il volto di una società arretrata e dominata da una agricoltura che aveva il suo principale centro d’interesse nella produzione estensiva dei grani. Nella prima fase del periodo migratorio, tra il 1876 ed il 1900, il flusso degli italiani era diretto per il 48% verso gli Stati europei. Tra le partenze verso i paesi extraeuropei, invece, prevalevano quelle verso l’America Latina che rappresentavano circa 1/3 del totale. Sulla scelta influivano la vicinanza del porto d’imbarco, il costo del biglietto, il richiamo di amici e parenti, la propaganda degli agenti dell’emigrazione. Tale opzione era comune a gran parte dei migranti meridionali che preferivano recarsi oltre l’Atlantico piuttosto che dirigersi verso i paesi europei per i minori costi del trasporto. Per quanto possa sembrare strano, infatti, era più vantaggioso il costo del biglietto per la traversata atlantica (11000 km di mare) che per il tragitto ferroviario da Napoli a Torino.

In Molise, la popolazione passò dai 304.434 abitanti del 1814 ai 355.168 del 1861, fino ai 364.208 del 1871. Negli anni 1865-1871 subì un incremento del 6% annuo, mentre nel triennio 1872-1874 si verificava una variazione del 3,50% annuo. La provincia di Campobasso era tra le province con il maggior numero di emigranti, come si evince dai documenti storici dell’epoca. Da una parte le rimesse di denaro dall’estero furono positive in quanto permisero ai contadini di acquistare terre e di avviare nuove costruzioni o ristrutturare quelle di proprietà. Tuttavia, quel denaro non determinò il decollo dell’economia molisana in termini di autonomia per una molteplicità di motivi quali l’assenza di strutture a carattere industriale e la mentalità economica di tipo tradizionale che impediva di fatto a quei contadini arricchiti di andare oltre il sistema tradizionale di produzione che era fondamentalmente ciclico e aveva come obiettivo il soddisfacimento dei bisogni elementari della famiglia.

Le “terre promesse” come luoghi di destinazione in cui concretizzare le proprie aspettative erano Brasile ed Argentina prima, poi soprattutto Stati Uniti. In Argentina, con la legge del 22 novembre 1887, il presidente generale Julio Argentino Roca (1847-1914) concedeva al colono una casa, animali da lavoro e da razza, utensili e sementi fino al primo raccolto e, per dieci anni, l’esonero da ogni imposta e contribuzione. Per i contadini molisani si trattava di condizioni di lavoro e di vita di gran lunga migliori di quelle del paese di origine. Oltre a fare gli agricoltori, i primi emigrati erano anche fabbri, muratori, ambulanti, mercanti di grano. Esemplare la storia degli emigrati provenienti da Pizzone (Isernia), i quali si specializzarono in massa nella costruzione di reti fognanti, di cui ebbero ben presto il monopolio.

Pian piano, molti giovani emigranti diventavano commercianti, imprenditori, proprietari di agenzie di navigazione e di agenzie bancarie e, nelle successive ondate migratorie, comparivano già lavoratori qualificati e specializzati. Come si evince da una missiva all’Illustrissimo Sig.re Pretore del Mandamento di Capracotta, datata 16 febbraio 1885:

«Il sottoscritto Filippo Terreri di Biase, di anni trenta, scalpellino muratore del comune di Pescopennataro, ove domicilia, si fa a dichiarare alla S.V. Ill.ma quanto segue: “Avendo egli in animo di migliorare la condizione economica di sua famiglia, si decise nel 1881 di recarsi nell’America del Nord, propriamente a New York, dove vi era grande richiesta di scalpellini muratori. Partito per quelle lontane contrade il 13 ottobre detto anno, vi rimase costantemente e senza nessuna interruzione per lo spazio di trentanove mesi circa, e non si restituì nel proprio paese che il venticinque gennaio ultimo scorso (1885)”».

L’avventura migratoria italiana era prevalentemente maschile, perché concepita come temporanea e stagionale, legata sostanzialmente all’obiettivo di lasciarsi alle spalle la miseria e poter ritornare al paese con un avanzamento nella posizione sociale. Dunque, un provvisorio investimento di tempo e fatica con le rimesse o l’acquisto di immobili nella madrepatria che avrebbero consentito di emancipare la famiglia e di provvedere alle sue necessità.

Le donne venivano lasciate sole per lunghissimi periodi, con il compito di farsi carico di tutto il peso degli impegni familiari. Madri, mogli, sorelle, figlie, nuore; donne colte, ingenue, sempliciotte o intelligenti, ipocrite, impotenti o diplomatiche, tutte abituate a brillare della luce riflessa di un uomo. Donne disperate, che vedevano strapparsi i figli in partenza per terre lontane e che affidavano il proprio strazio ad un canto lamentoso: “Pozz’èss’ accise ‘ù trene e chi lu tire, che m’ha purtate lu figlie a Geresedire, pozz’èsse accise ‘ù trene e chi lu tocche, che m’ha purtate ninne a Nove-Iorche”. (“Possa essere ucciso il treno e chi lo tira, che m’ha portato il figlio a Geresedire; possa essere ucciso il treno e chi lo tocca, che m’ha portato il ragazzo a Nuova York”).

Quale doveva essere il loro destino di fronte all’incombente modernità prodotta dalla trasformazione economica e sociale di fine 800? Vestite di nero come delle prefiche funebri per il resto della loro vita; oppure in lotta per non arrendersi alle tradizioni, alle decisioni altrui. Donne alla ricerca di un proprio spazio, in ragione dell’inedita libertà d’azione che si trovavano a vivere. Talvolta consumate dalla propria sensibilità, prigioniere di una femminilità devota, silenziosa, obbediente e paziente. Donne che cercavano comprensione in storie impossibili, lontane dalla regolarità, innescando spesso un vero e proprio terremoto nei rapporti familiari e dell’ordine sociale, all’interno di un sistema spiccatamente maschilista.

Le storie e le vicende dei migranti si dipanavano anche nel Molise e nella periferica provincia di Campobasso, tra i territori più spopolati dai flussi migratori[2]. Stando ad una prima analisi della carte rinvenute presso l’Archivio di Stato di Isernia, la condizione femminile molisana al tempo della prima grande emigrazione internazionale appare effettivamente in un momento di significativa transizione all’interno dei diversi ambiti ai quali era chiamata a contribuire: la struttura famiglia, la produzione-riproduzione della forza lavoro, la diversità di genere in rapporto alle mentalità collettive, la morale comune.

Dalle carte emergono rappresentazioni diverse di donne: dalla madre di una prole numerosa alla fanciulla povera che desidera un futuro matrimoniale, alla giovane orfana, sola e nullatenente, alla ragazza ‘spregiudicata che lotta per la sopravvivenza, alla vedova che faticosamente cerca di conservare e perpetuare l’amore coniugale, forse perso per sempre[3]. Parliamo, naturalmente, di immaginario collettivo, di modelli di condotta astratti dai casi particolari, talvolta pieni di umanità ed affetti sinceri, altri connotati da rabbia ed impotenza. Schemi intrisi di regole e cliché di un aggregato sociale prevalentemente rurale, di tardo Ottocento, in un caleidoscopio di notizie, di dati imprescindibili e di stimolanti riflessioni.

La prolungata e spesso reiterata assenza dello sposo conferiva alla donna oneri ed impegni nuovi nella gestione del ménage familiare: nella sostituzione del capofamiglia, nei lavori agricoli, nell’accudimento della prole e degli altri membri del clan familiare; come custode di un sistema collettivo che altrimenti si sarebbe disgregato, se non avesse potuto contare sulla sua presenza. Molte di esse restavano vedove. C’era chi perdeva la vita persino durante il lungo e precario viaggio, chi in infortuni sul lavoro, in episodi di criminalità o per malattie contratte durante il soggiorno all’estero. Oltre alle vedove, per così dire, ‘ordinarie’, vi era il fenomeno delle ‘vedove bianche’. Con questo termine si suole indicare la condizione di quelle mogli che restavano a casa, in attesa, mentre i loro mariti erano emigrati. Ed in questa triste condizione di ‘vedovanza bianca’ vi erano anche donne che non ricevevano più notizie o sostegno economico. Donne che si tempravano nell’attesa e nel dolore, spesso convivendo con la rassegnazione o dilaniandosi nella rabbia, contribuendo a costruire quel topos antropologico dell’emigrazione al femminile come ‘malattia, follia, morte’, in contrapposizione allo stereotipo antropologico maschile, più invasivo, dell’emigrazione come nostalgia e rimpianto.

Tuttavia l’attesa non va generalizzata con la passività, l’immobilismo o l’apatia. Certo l’attesa era dolore, solitudine forzata, pazienza, capacità di continuare e rinnovare l’esistenza nelle crescenti differenziazioni dei compiti familiari, nell’indebolimento e nel rafforzamento dei rapporti interpersonali con parenti e conoscenti. Indicativo è il caso di un vedovo, tale De Cicco Domenico, del fu Carmine, di anni 51, di Longano, il quale nel febbraio del 1898 sposava Bucci Angela, di anni 40 in seconde nozze e dinanzi al Sindaco di Castepizzuto. Quindi partiva subito per l’America, lasciando la neo-sposa nella sua casa di proprietà con i suoi tre figli di primo letto — Maria Antonia di anni 20, Isabella di anni 14 ed Antonio di anni 16.

L’attesa si traduceva anche in capacità organizzativa, in assunzione di un nuovo ruolo, in costruzione di una nuova figura di donna, non più, solo, vestale del focolare domestico. Domenico Melaragno, un giovane venticinquenne sposato con Raffaella Tonti, nel comune di Forli del Sannio, «per provvedere ai bisogni e per migliorare le condizioni economiche della famiglia, il 25 marzo del 1881 partì per l’America, lasciando la detta moglie ben corredata ed equipaggiata di tutto». Da lontano il Melaragno scriveva alla moglie lunghe lettere nelle quali le impartiva ordini su come impiegare i soldi, le forniva direttive su come accudire gli animali di sua proprietà e, perfino, come interagire con i suoceri ed il resto della parentela in paese. Caso, questo, indicativo di come gli emigranti erano in maggioranza giovani che tendevano a sganciarsi dal ruolo patriarcale dell’autorità paterna tanto che inviavano le rimesse direttamente alle giovani mogli – anziché al pater familias – prova della nascita di famiglie mono-nucleari, in cui i fallimenti, le speranze ed i successi di chi partiva erano i fallimenti, le speranze ed i successi di chi restava, perché l’attesa era anche cura, attenzione e complicità tra gli aspetti demologici e quelli affettivi. In tal senso l’emigrazione ha favorito l’affrancamento dalle tutele patriarcali dei giovani uomini e delle giovani donne coinvolto nel fenomeno migratorio.

Si tratta di nuove coordinate di una inculturazione familiare, vissuta tra vecchi e nuovi mondi, che non vedeva la donna in passiva funzione di sposa in attesa del ritorno del marito, ma spesso in quella attiva di custode e probabilmente amministratrice di quel patrimonio che avrebbe permesso la vita del nucleo domestico dopo il suo ricongiungimento. Come segnala Cesare Jarach nella inchiesta del 1909, riferendosi al ceto contadino – migrante di Casacalenda:

«Mi si diceva che il giorno del mercato, quando arriva il pesce da Termoli, il proprietario si affaccia per ‘fiutare’ i prezzi, e subito si ritira riconoscendoli troppo elevati per le sue tasche; ma le mogli degli americani giungono sul mercato ed acquistano tutta la merce a qualunque prezzo»[4].

Alle donne era affidato anche un compito meno casalingo, ma di vera e propria rappresentanza pubblica dei propri uomini assenti. Lo si evince da una testimonianza raccolta dai carabinieri di Agnone, nel giugno 1893, a mezzo di una denuncia esposta da una donna di casa di 23 anni, Angela Lemme, la quale si lamentava del fatto che «nell’aprile dello stesso anno, suo marito, tale Raffaele Soria, aveva dato lire 350 a Lorenzo Marcovecchio, sub-agente non autorizzato di emigrazione,  il quale gli doveva procurare i mezzi di trasporto fino a Nuova Iorca».  Essendo il marito della donna militare in congedo e non potendo avere il passaporto, (caso tipico, questo, di woop, “without official papers”, ovvero senza documenti ufficiali di riconoscimento), si era rivolto al Marcovecchio per partire clandestinamente. Ma le cose non erano andate a buon fine, tant’è che il marito aveva scritto alla moglie da Montreal nel maggio precedente, lamentandosi dell’accaduto:

«colla quale egli si lagnava di essere andato a Montreal e non a Nuova Iorca e, con 350 lire che abbiamo caciato, stiamo mezzo a una strada. Dunque vedete cosa vi dice Lorenzo Marcovecchio se co ci vuole rifrancare tutta questa moneta mandatelo a dire che al trimenti ci pensiamo noi»[5].

Dunque, il marito, lontano, agisce legalmente per mano della moglie alla quale chiede anche di fare da tramite con un suo zio – tale Luigi, detto il “medichichio” – per informarlo di quanto accadutogli in America.

Lo spazio dell’emigrazione, inoltre, non incrinava l’architettura delle convenzioni formali del gruppo originario. Difatti, le notizie sugli “avvenimenti” di chi era partito e di chi era rimasto erano tanto frequenti quanto puntigliosamente documentate, come si evince dall’abbondante corrispondenza epistolare del tempo. Il cordone ombelicale era tutt’altro che reciso. In buona sostanza, il processo di emigrazione di fine Ottocento contribuì a modificare, sul piano del costume, il ruolo della donna nella famiglia molisana. Inoltre, contribuiva a meglio definire la strutturazione del rapporto uomo-donna, ma soprattutto donna-società, in un contesto tradizionale patriarcale, fondato su antichi privilegi, intriso di atavici pregiudizi e di ridondanti cliché androcentrici.

La donna rimasta in paese “sapeva” dei comportamenti del congiunto lontano non solo attraverso quanto questi le scriveva, ma anche attraverso i messaggi epistolari dei parenti dei compaesani emigrati, in ossequio ai modelli del gruppo[6]. Naturalmente, la stessa via seguivano le notizie sul comportamento della donna. Dunque, il controllo reciproco scattava, comunque e in ogni caso. C’era sempre chi si pregiava di svolgere la funzione di “cinghia di trasmissione” di ogni notizia, talvolta ingigantendola, altre travisandola, spesso falsificandola; per cui, anche il pettegolezzo, il sentito dire, diventava fonte di informazione e, talvolta, di perturbazione.

Un topos ricorrente dell’emigrazione – come si evince dalla documentazione consultata – è quello delle mogli infedeli degli emigranti, vedove bianche che si macchiavano d’infedeltà. L’alto tasso di reati di adulterio denunciati nel periodo preso in osservazione, anche svincolato dalla troppa prolungata assenza dei mariti emigrati, può essere letto – a mio avviso – anche come un tentativo di gestire autonomamente la propria dura e sofferta condizione di donna, piuttosto che subirla. In altri termini, come il tentativo di affermare un diritto, quello alla propria sessualità, dentro e fuori il matrimonio, allora riconosciuta sempre e soltanto agli uomini. Dunque, l’adulterio può essere considerato in questa prospettiva, come una devianza rispetto ai modelli tradizionali che preannunciava (o rivelava) i segni di emancipazione femminile. Dal codice penale allora vigente, il cosiddetto Codice Zanardelli, si evince la disparità di trattamento, in termini giuridici, tra la moglie adultera ed il marito adultero. Infatti, l’art. 353 prevedeva per la donna ed il correo la stessa pena di detenzione da 3 a 30 mesi; nessuna pena, invece, per il marito adultero, a meno che non avesse una concubina in casa, o altrove se con notorietà.

In breve, dalle carte d’archivio sembra emergere la capacità, o quanto meno la volontà delle donne di partecipare al mondo esistente e di giocarvi un ruolo. Un mondo che opponeva resistenza, negando la possibilità di esprimere una mentalità ed una cultura specificatamente femminili, magari in competizione con quelle invece dominanti. Le donne in questione avevano certamente un modo di esistenza specifico, ma tale specificità mal si adattava ad estrinsecarsi solo nelle relazioni di cura assegnate dal coniuge – in primis verso i figli, nella protezione degli animali, delle piante, delle provvigioni, dei beni – dunque nella «realizzazione» di se stesse attraverso gli altri. Mancava il riconoscimento della possibilità di agire in prima persona, di perseguire desideri e interessi propri.

Non è un caso, a mio avviso, che la stragrande maggioranza di verbali di querela e denunzia acquisiti facessero leva sul sentimento di ingratitudine delle donne adultere verso i «sacrifici» dei mariti. La formula con cui si stigmatizzava tale ingratitudine era pressoché identica nel significato, diversa nel significante linguistico, e può essere così sintetizzata nelle parole di Pietro Patete, di anni 50, contadino di Forli del Sannio: “…ebbi a constatare con mio massimo dispiacere che la mia legittima moglie, Angela Panzini, anziché serbare incontaminata fedeltà coniugale, viveva, come tuttora vive, in relazione illecita, senza ombra di rossore alcuna”.

È evidente, dal discorso del marito, la contrapposizione tra maschile e femminile, un dualismo sul quale si gioca, in maniera ambivalente, la rivoluzione della “donna sola”, il cui prezzo da pagare è essere insidiata da chi resta: amici, conoscenti, finanche parenti, galantuomini o avventurieri che siano, sposati, liberi o vedovi. Era un intreccio complicato di molestie, abusi, ricatti, violenze, in cui la vittima, spesso, era anche carnefice o vittima consenziente. Addirittura vittima a tempo determinato o vittima reattiva di reati contro l’ordine familiare e la morale tradizionale, come hanno ipotizzato storici di area cattolica ed osservatori esterni al campo d’indagine, concordando nell’identificare l’emigrazione quale “causa della decadenza del culto della famiglia”, avendo essa contribuito “all’atrofizzazione di quel fiero e quasi selvaggio sentimento dell’onore e del talamo”. In una battuta, le partenze provocavano “un rilasciamento dei legami familiari e, di conseguenza, “l’aumento dei delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”.

Più realisticamente, invece, non sono i matrimoni a mostrare le fragilità e le insidie a cui erano esposti dal distacco e dalla lontananza, quanto il ruolo dell’essere “donna sola” – sia moglie, figlia, nuora o vedova – in un contesto rurale di tardo Ottocento, in cui la fragilità femminile diventava fonte di disprezzo, soprattutto da parte delle altre donne. L’inchiesta Jacini (1878-1993), sulle condizioni della classe agricola, attesta l’alta conflittualità tra le signore della famiglia, in particolare tra nuora­ e suocera, contribuendo a rafforzare la demonizzazione femminile delle società contadine. Non solo: talvolta è una cugina del marito tradito che scrive all’uomo residente in America, per riferire fatti che “offendono l’onore e la reputazione della donna fedifraga”, la quale si sarebbe poi vendicata dell’accusa, invocando per sé il reato di diffamazione scritta.

Oppure sono gli uomini del paese, compatti, che invocano il ritorno del marito tradito dalla moglie, addirittura con due uomini diversi, per riabilitare il suo onore macchiato. In altro caso, è il suocero che scrive al figlio lontano per aprirgli gli occhi sulla condotta turpe della nuora[7]. Oppure è la rabbia del marito stesso ad invocare vendetta a distanza, in quanto costretto ad emigrare clandestinamente, perché reo di tentato omicidio di un compaesano e per questo condannato in contumacia dalla Corte d’Assise di Campobasso a quindici anni di lavori forzati. Un senso di desolante impotenza emerge dal vissuto di una madre che non è riuscita a proteggere la figlia da uno stupro, proprio mentre il marito è emigrato per cercare migliore fortuna in America; impotenza sublimata in decorosa rassegnazione, testimoniata da una frase emblematica, citata nel processo contro il violentatore della figlia: “Era questa la mia cartella” – alludendo chiaramente ad un destino bieco ed imperscrutabile, che non lascia scampo, affrontato con ‘discretio’ e ‘mezura’, non sottraendosi, ma andandogli incontro compostamente.

Alcune di queste relazioni hanno lasciato tracce significative nelle carte processuali del tempo. I fascicoli processuali analizzati ci hanno restituito intatta, seppur affievolita dal tempo, l’eco della rabbia, del dramma, della disperazione di tanta umanità. Riappare alla luce un intreccio torbido e tenebroso di passioni, tensioni, angosce e lacerazioni intime, non sempre vissute nel silenzio e nella paura, o sottaciute, ma anche svelate e stigmatizzate in tutta la loro crudezza e miseria, in un periodo storico che vedeva mutare perfino il rapporto tra giustizia e società.

Sono casi indicativi di un’umanità varia e frammentata e del modo in cui esplicano i comportamenti dettati dalla sofferenza, che ci forniscono un ventaglio molto ampio di informazioni sulla vita di coppia, sulla mentalità e i comportamenti, sulle regole, i divieti ed i linguaggi della sessualità in generale. Variabili importanti per un’analisi storiografica tesa ad evidenziare le declinazioni più felici dell’emigrazione, come l’impulso dato alla lenta modernizzazione delle identità e dei ruoli femminili, anche da parte di una società rurale e marginale, come quella molisana, troppo a lungo coperta da una cortina di silenzi. Un primo tentativo di leggere quelle solitudini delle donne, da cui si è partiti , per consentire il passaggio dalla storia individuale alla storia sociale, se è vero – come diceva lo storico Thomas Carlyle: “ History is the essence of innumerabile biographies” (la storia è l’essenza di innumerevoli biografie) .

 


Bibliografia di riferimento

  • De Nardis D., L’emigrazione abruzzese tra Ottocento e Novecento. L’esodo massiccio degli Abruzzi dal 1876 al 1915, Adelmo Polla editore, Cerchio,1994
  • Sori E., L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1979
  • Barbagallo F., La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Laterza, Bari-Roma, 2013
  • Febvre L., «Comment reconstituer la vie affective d’autrefois? La sensibilité et l’histoire, Annales d’histoire sociale»,1941, n. 3; trad. it. 1976, “Come ricostruire la vita affettiva di un tempo? La sensibilità e la storia, in id., Problemi di metodo storico, Einaudi, Torino.
  • Nitti F. S., Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958.
    Vecchi G., In ricchezza e in povertà . Il benessere degli italiani dall’ Unità  ad oggi, Il Mulino, Bologna, 2011
  • Gemisto Pletone, Trattato sulle virtù, Ed.Bompiani, Milano, 2010
  • Massullo G., Novecento molisano; Immagini da Bagnoli del Trigno per una storia regionale, ABAM (Associazione bagnolese e amici del Molise), Roma, 1995
  • Massullo G., Storia del Molise in età contemporanea, Saggi: Storia e scienze sociali, Ed.
  • Donzelli, Roma, 2006
  • Candeloro G., Storia dell’Italia moderna. Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio (1871-1896), Feltrinelli, Milano, 1978
  • Scalabrini G. B., Il disegno di legge sull’emigrazione italiana, in La società italiana di fronte alle prime emigrazioni di massa, a cura di Antonio Perotti, numero monografico di “Studi Emigrazione”, 5, 1968
  • Bloch M., Apologia della storia o Mestiere di storico, Piccola biblioteca Einaudi, Torino, 2009
  • Garroni M. S., Verso L’America, in Little Italy, Ed. Donzelli, Roma, 2005
  • Lanzillotta M., I romanzi calabresi di Fortunato Seminara, Luigi Pellegrini editori, Cosenza, 2004, collana Testi e opera
  • De Felice R., Cenni storici sulla emigrazione italiana nelle Americhe e in Australia, Franco Angeli Editore, Milano, 1979
  • Martelli S., Emigrazione e immigrazione: mappe letterarie a confronto. In AA. VV. Migrazione e patologie dell’«humanitas» nella letteratura europea contemporanea, Frankfurt am Main, Peter Lang, 2012
  • SVIMEZ 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011, Il Mulino, Bologna, 2011
    Lombardi V., L’emigrazione dal Molise, in <<ASEI>>, settembre n. 4, 2007

Documenti storici

  • Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle Provincie meridionali e nella Sicilia., vol. II, Abruzzi e Molise, Tomo I, Relazione del delegato tecnico dott. Cesare Jarach, ed. Tipografia Nazionale di G. Berterio e C., Roma, 1909, pp. 300, ristampa anastatica; introduzione di Umberto Dante, ed. Textus, L’Aquila 2007
  • Inchiesta Jacini, ne L’archivio della Giunta sulle condizioni della classe agricola, in: http://151.12.58.123/dgagaeta/dga/uploads/documents/Quaderni/540ed16b279a2.pdf, a cura di Giovanni Paoloni e Stefania Ricci, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Quaderni della Rassegna degli archivi di Stato; a cura di Ministero per i beni culturali e ambientali,
  • Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma, 1998
  • Fascicoli Penali del Tribunale di Isernia dal 1878 al 1905

 

 

 


[1] Adele Rodogna, insegnante di Italiano e Storia, laureata in Lettere Classiche e specializzata in Beni DemoEtno – Antropologici. Attualmente dottoranda in Scienze Umane e Sociali, appassionata del territorio, ha curato diverse pubblicazioni tese alla valorizzazione dello stesso.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

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