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Le Ostie di Agnone nei ricordi di un’agnonese doc

di Flora delli Quadri [1]

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Nei miei ricordi il Natale cominciava verso la fine di novembre.

A segnarne l’inizio, in un clima magico e idilliaco, provvedevano la chiesa con la prima “Pastorella” e nelle case gli zampognari arrivati dal vicino Abruzzo. Era la novena dell’Immacolata ad annunciare l’evento: ogni mattina, per nove giorni, ci svegliavamo emozionatissimi per questa visita che sembrava venire direttamente dal cielo.
Anche la lunghissima e faticosa preparazione delle Ostie annunciava il Natale. Si cominciava ai primi di dicembre: ogni sera, seduti in circolo intorno al fuoco, iniziavano i preparativi: schiacciare le noci, scartare la parte legnosa, tagliuzzare il gheriglio in pezzi non molto grandi né molto piccoli, schiacciare le mandorle con un martelletto, separale dai gusci, spelarle con l’acqua bollente, tritarle, tostarle.

 Ah…, finalmente! Dopo circa due settimane, il lavoro preliminare poteva considerarsi finito. Finito è però un eufemismo. Il gran giorno, quello delle ostie vere e proprie, doveva ancora arrivare ed era il più faticoso di tutti.

I ferri migliori, di proprietà solo di alcune famiglie, si prenotavano e avevano una lunga lista di attesa. Prenotare in tempo era un obbligo poiché la bontà dell’ostia misurava l’arte della brava massaia: doveva essere sottilissima ma non fragile, maneggievole senza che si rompesse e non doveva sovrastare, con il suo sapore, quello del ripieno.

Perfetta la catena di montaggio che si creava davanti al fuoco: versare una cucchiata del composto sul ferro, chiudere, godere nel sentire lo sfrigolio, poggiare sul fuoco, girare, togliere, ritagliare il bordo, poggiare l’ostia sotto un peso, rimettere un’altra cucchiaiata.

A noi bambini si affidava il compito di ritagliare il bordo (i rapecci), di mangiarli e di farci venire il mal di pancia per la scorpacciata.

Le ostie, con tutto il ripieno (zucchero bruciato, miele filante, cacao o cioccolato, noci, mandorle, buccia di arancio e di limone) dovevano essere pronte per il 24 dicembre, quindi la farcitura iniziava intorno al 20. Un giorno, se non addirittura due, per farcirle tutte, a coppie, un’ostia sotto e una sopra, come un panino….

In pratica si trattava di un un dolce la cui preparazione impegnava la casalinga quasi per un mese intero.

Ne avevano di tempo le Clarisse che, dalla clausura, avevano lasciato in eredità ad Agnone, e solo ad Agnone, la loro tradizione dolciaria. Nessun paese dei dintorni aveva la stessa usanza.

Oggi, nel mondo della globalizzazione, le OSTIE si trovano al supermercato, le pasticcerie le hanno lanciate a livello industriale, i paesi vicini se ne sono appropriati. Ma le OSTIE sono e restano, insieme con la “Pastorella”, le “Ndocce”, le “Campane”, e i “Confetti ricci” il simbolo di questo intatto angolo dell’Alto Molise.

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[1]Flora Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Matematica in pensione. Si occupa di cultura e politica; pur risiedendo altrove, ha conservato intatto l’amore per il suo paese d’origine che coltiva in forma attiva.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Molto efficace la ricostruzione dei fatti preparatori; era propri così. Nella nostra famiglia allargata a quella di mia sorella, c’era nonno Ottavio adibito a questo lavoro. Me lo ricordo con un martelletto in mano, un piccolo tronco di legno davanti fra le gambe, che batteva sulle noci per romperle. A volteil martello scappava sulle dita e lui, in dialetto di Poggio Sannita, lanciava qualche lieve bestemmia, subito rientrata. Le cialde si facevano sul fuoco( poi arriverà il gas) ed io nel farle, diventavo rossa rossa. Dietro di me si stagliava, sempre vigile, mia madre, che suggeriva modi e tempi.

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