Le ndòcce – 24 dicembre (anche 8 dicembre)

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di Meo Domenico – tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore, Campobasso 2001

 

L’uso di accendere le ndocce trae origine dai rituali precristiani del fuoco legati al solstizio d’inverno, con esplicito riferimento al sole. Da questo momento, l’astro non potrà che acquistare nuova forza. La comunità, mediante l’accensione dei fuochi sacri, cercava di aiutare il nuovo sole per garantirsi luce e calore indispensabili per i raccolti.

“Il fuoco ha difatti sempre posseduto una doppia attitudine magica: negativa-purificatrice (teoria di purificazione) e positiva-simulatrice (teoria solare)”.[1]

Nella seconda metà del secolo III a. C. si affermò nella Roma pagana il culto del Sole di cui l’astro non era se non una manifestazione sensibile. In suo onore l’imperatore Aureliano aveva istituita una festa al 25 dicembre, il Natalis Solis Invicti, (il Natale del sole invitto), in cui si celebrava con cerimonie grandiose e giochi il nuovo sole rinato dopo il solstizio invernale. Possiamo quindi affermare che il Natale era l’antica festa della luce pagana.

«Nel caso di Agnone, ci troviamo dinanzi ad una delle tante sopravvivenze dei fuochi solstiziali, che la Chiesa, con lungimiranza, inglobò nel suo senno non trovandoli in aperto contrasto con la sua teologia una volta sostituita la simbologia della nascita del sole invitto con quella di Cristo, sole di giustizia.

Al di la della sua spettacolarità, questa è una festa tradizionale, permeata di religiosità popolare, che è rimasta sostanzialmente invariata malgrado il disfacimento della società agricolo-pastorale che l’aveva prodotta».[2]

Nel pomeriggio de la veìrja (della vigilia di Natale, ma da diversi anni anche l’8 dicembre), i portatori si radunano nella periferia nord di Agnone. Alle prime ombre della sera, quando sfèrra Sant’antonio (ovvero quando alle 17,30 dal campanile più alto di Agnone si ode il suono del campanone), i gruppi accendono le ndòcce e si incamminano a turno verso il corso principale del paese, che subito diventa un gigantesco fiume di fuoco.  I portatori (tutti uomini) provenienti dalle maggiori contrade di Agnone, recano sulle spalle una fiaccola singola o ventagli di due, quattro o più ndòcce, portate da soli o in coppia con altri. I gruppi e le contrade che attualmente partecipano alla sfilata delle ndòcce sono cinque:

C. da Sant’Onofrio, il gruppo storico, fondato nel 1932, anno in cui si diede luogo alla prima gara delle ndòcce;

C. da Guastra, situata in agro di Capracotta e abitata da persone che hanno la residenza in campagna e in paese;

gruppo Capammonde e Capabballe, formato quasi interamente da giovani del paese;

C. da Colle Sente, si trova in alta montagna, tra monte San Nicola e Montecastelbarone, il gruppo è incentrato sulla famiglia Bartolomeo (detta Barducce);

C. da San Quirico, zona di vallata, ricca di uliveti e vigneti, sono un po’ la versione moderna dell’antico gruppo di Colle Tocce.

Pastori e contadini, pecore ed altri animali, scene di vita contadina, completano uno spettacolo di grande suggestione il cui protagonista principe è il fuoco.

A sfilata conclusa, le ndòcce vengono ammonticchiate in un unico grande rogo, denominato “falò della fratellanza”. Questo fuoco brucia simbolicamente quanto di negativo c’è stato durante l’anno che sta per finire e dà man forte al nuovo sole affinchè propizi luce e calore.

Alcune ndòcce vengono usate per arricchire la rappresentazione del Presepe Vivente, curato dal 1961 al 1980 dalla G.i.f.r.a., e dal 1980 ad oggi dal Cenacolo Culturale Camillo Carlomagno.

Accendere le ndocce è cosa antica… dicono gli anziani contadini delle borgate, quindi molte sono le usanze e le tradizioni legate ad esse.

Mentre la torcia ardeva, si traevano auspici: se soffiava la borea si prevedeva una buona annata.

Se schioppettava era di buon augurio, altrettanto se la fiamma era consistente, perchè spari e fuochi sono contro le streghe.  Infatti l’abete con funzioni apotropaiche veniva appeso fino a non molti anni fa dietro le porte delle case.

Nei secoli scorsi forse la ndòccia serviva ai contadini per illuminare le malagevoli stradine che conducevano al paese, per recarsi alla messa di mezzanotte. Però, allo stato attuale della ricerca, condotta da chi scrive, nessun informatore, anche fra i più anziani, ricorda di essere venuto in paese con la ndòccia, pertanto possiamo solo supporre, che nei secoli scorsi, vista la totale assenza di energia elettrica (solo nel 1886 le strade di Agnone furono illuminate a petrolio e nel 1904 entrò in funzione la centrale idroelettrica del Verrino) i contadini hanno usato la torcia.

Una delle usanze meglio ricordate era quella di fare la cumbarsa, fare la comparsa, cioè cumbarojje far bella figura, pavoneggiandosi agli occhi delle ragazze. Si gareggiava a fare la torcia più bella e compatta o quella che bruciasse di più; oppure, a sfilata conclusa, si recava la ndòccia sotto la finestra della ragazza che il giovane aveva prescelto per sposa. Se le finestre e il portone si aprivano, il pretendente veniva accolto con piacere e la ndòccia finiva di consumarsi, altrimenti, una tina  di acqua spegneva la torcia e l’ardore dell’innamorato.

Altro uso praticato dai contadini che avevano l’abitazione in paese era quello di recuperare i tizzoni della ndòccia che ardeva davanti l’uscio, per cucinare i tradizionali fedelini col baccalà (fedelojne che la baccaleana). Essi, oltre a farne un uso pratico, portando i fumacchi accesi in casa, per i principi magici innanzi citati, propiziavano la buona annata e purificavano la casa dalle streghe e dai malefici.

In contrada Villacanale, fino agli anni sessanta, la sera della vigilia di Natale si praticava il rito de la chenocchia (della conocchia), una tradizione di buon auspicio per la fertilità e l’amore. I giovani, muniti di una conocchia a testa, si recavano nelle case delle ragazze adocchiate per lasciarle questo arnese tipicamente femminile.[3] Se la prescelta e i suoi familiari gradivano l’omaggio, aprivano il portone in segno di promessa di matrimonio, accoglievano festosamente il gruppo di amici e gli offrivano noci, castagne, ostie[4] e pizzelle.

L’incontro ufficiale col promesso sposo, accompagnato dai genitori avveniva in secondo momento. In questa occasione, lo sposo donava alla sposa un semplice regalo di vestiario e la sposa in cambio gli offriva le lehazze, dei veri e propri legaccioli a mò di treccia preparati dalla ragazza con fili colorati, mediante una tavoletta di legno bucherellata, con cui il giovane si legava le calze all’altezza del ginocchio. Visto che un tempo si usavano i pantaloni alla zuava, le lehazze aiutavano i più intriganti ad appurare chi si era fidanzato.

Ma come si costruisce una ndòccia? Legno di abete bianco prelevato dal bosco di Montecastelbarone, ginestre secche e spago: questi sono gli elementi con cui si costruiscono le ndòcce. Il tronco senza rami viene segato in pezzi di circa un metro e mezzo. Tolta la corteccia, il legno viene spaccato, usando nei casi più difficili un maglio di legno (ru mòglie) e un cuneo (la zéppa), altrimenti un’ascia, fino a ridurlo in tanti listelli sottili, chiamati šcaroiche.I listelli vengono lasciati seccare al sole nelle giornate più calde, quindi legati fra loro in maniera circolare: i primi quattro, la base della torcia, stretti con un fil di ferro, gli altri con spago naturale. A mano a mano che si procede in altezza, tra i listelli vengono inseriti rami di ginestra secca, così da far aumentare lo spessore della ndòccia e la sua infiammabilità. Cinque sono le legature che la tradizione richiede.

La ndòccia si giudica dall’altezza (non meno di tre metri, ma le migliori raggiungono i quattro), dalla consistenza (deve essere ben fatta, robusta e compatta), e soprattutto una volta accesa da come arde. Se la ndoccia è buona deve scoppiettare (ara sparea).

foto di V. Labanca

La Ndocciata in Piazza San Pietro, Roma 8 dicembre 1996.

 «Il 19 marzo 1995, in occasione della festa di San Giuseppe Artigiano, Giovanni Paolo II° visita il Molise per la seconda volta. A Monte Vairano (CB) pone la prima pietra di un centro di ricerca della Università Cattolica, mentre a Castelpetroso (IS) compie un pellegrinaggio al Santuario della Madonna Addolorata e infine Agnone. Qui la gioia spontanea di un mare di giovani e di gente in festa, unita al suono delle cento campane che suonavano a distesa, tocca in profondità il cuore del Papa.

“Grazie per questa accoglienza … – dirà a braccio dopo il discorso ufficiale – Valeva la pena di venire qui . . . , valeva la pena perchè ha trovato accoglienza nella cittadina piccola di Betlemme.

Prima di ripartire il Papa ha parole di incoraggiamento “Non arrendetevi di fronte ai gravi problemi del momento. Non rinunciate a progettare il futuro” dice rivolgendosi agli artigiani ed ai lavoratori molisani. Fa eco una accorata richiesta che Agnone affida alle parole del proprio Sindaco Franco Marcovecchio: “Sarebbe nostro grande desiderio poterle offrire in Roma lo spettacolo della Ndocciata, manifestazione natalizia, sublime testimonianza religiosa dei nostri avi».[5]

Le autorità locali e regionali avanzano per iscritto l’intenzione di svolgere la Ndocciata in San Pietro. Poco più di un mese di attesa, poi la grande notizia: “Sua Santità, memore della visita pastorale ad Agnone… ha accettato la data dell’8 dicembre prossimo…”.

Iniziano i preparativi e viene costituito un comitato organizzatore composto da volontari e rappresentanti delle numerose associazioni presenti nel paese.

Veniamo ora alla cronaca che ha interessato la storica giornata. La cittadina ferve di vita e di movimento, alle sei partono da Agnone e da tutto il Molise gli oltre 80 pullman che trasportano le migliaia di molisani che partecipano in veste di protagonisti o di spettatori alla Ndocciata.

San Pietro, verso le dieci del mattino, viene letteralmente invasa e i gruppi folkloristici inscenano uno spettacolo fra una miriade di colori, danze e suoni.

Al termine dell’Angelus, il Papa ha salutato i fedeli con queste parole: “Vedo presenti nella piazza alcuni gruppi molisani con i loro costumi tradizionali. Dò il mio cordiale benvenuto in attesa dell’incontro di questa sera…”.

Radio Vaticana trasmette in diretta la manifestazione. L’evento viene mandato in onda in diretta nazionale da Rai 3 Molise, e diffuso via satellite in Europa, mentre il giorno dopo viene diramato in Australia, Canada e Stati Uniti.

Il sogno diventa realtà, il campanone di San Pietro, suonando a distesa, annuncia l’inizio della manifestazione. Contemporaneamente le cento campane di Agnone suonano a festa: in testa la campana maggiore  di Sant’Antonio. Si spengono le luci, i cuori palpitano, inizia lo “spettacolo”.

Cominciano a sfilare i gruppi folkloristici[6] (ciascuno di essi reca un dono da offrire al Santo Padre), seguono i cavalieri del tratturo, e quindi gli zampognari. La banda della Polizia esegue la Pastorale agnonese del Gamberale. Il grande corteo dedicato esclusivamente alle ndòcce si apre con i figuranti: donne, uomini e bambini in costume contadino, che recano lo stendardo delle varie contrade. Segue il grande fiume di fuoco, i portatori con le colossali ndòcce fiammeggianti, a formare un unico gruppo, eccezionalmente e in onore del Papa. In realtà, ad Agnone i cinque gruppi hanno fra di loro un rapporto di grande, tradizionale competizione.

Da via della Conciliazione, il corteo percorre piazza San Pietro in senso orario, fino a raggiungere il lato della piazza che guarda alla finestra del Pontefice, dove le ndòcce bruciano in un unico grande falò detto “della fratellanza”.

Queste le parole di saluto pronunciate dal Papa al termine della manifestazione:

«Carissimi Fratelli e Sorelle!

Grazie per questo magnifico spettacolo; grazie per questo “Falò della fratellanza”!

Ringrazio cordialmente e saluto le autorità civili della Regione Molise e del Comune di Agnone, i Responsabili delle Province di Campobasso e di Isernia, i sindaci dei Comuni molisani e gli organizzatori di questa speciale edizione dell’antichissimo rito della “ndocciata”, in occasione del 50° anniversario della mia Ordinazione sacerdotale.

Saluto anche voi, pastori e contadini, protagonisti di così stupenda manifestazione di fede e di cultura, che anticipa l’annuncio gioioso del Natale del Signore. I vostri padri, convertendosi alla fede cristiana, hanno trasformato l’antico rituale pagano del fuoco solstiziale, in accoglienza festosa di Gesù, Luce del mondo. Il fuoco, benefico elemento di purificazione e di vita per gli esseri viventi, è diventato così segno di Cristo che, liberandoci dal peccato, ci dona la risurrezione e la vita.

Le crepitanti fiaccole, splendendo nella notte, ricordano che è Cristo la vera luce che rischiara le tenebre del mondo.

Recando sulle spalle le gigantesche torce di abete e formando quasi un fiume di fuoco per costruire il “Falò della fratellanza”, voi proclamate l’amore di Colui che è venuto a portare sulla terra il fuoco del Vangelo (cfr Lc 12,49).

Possa quest’antica tradizione, che oggi riviviamo qui, in Piazza San Pietro, cuore della Cristianità, amplificare il vostro desiderio di bene e confermarvi nel generoso impegno di vita cristiana, trasformando in annunciatori e testimoni della gioia e della novità del Natale.

Oggi, Solennità dell’Immacolata Concezione, vi affido tutti alla protezione della celeste Madre del Signore, e di cuore imparto a ciascuno, alle vostre famiglie, alla diletta Città di Agnone ed a tutti i molisani una speciale Benedizione Apostolica».

Alla fine della sfilata, in cerimonia privata, il Papa ha ricevuto in dono, la fire bell’s, la campana modellata dallo scultore della fonderia delle campane di Agnone Armando Marinelli, che reca scolpiti i pastori che portano a spalla le torce ardenti, lo stemma del Papa col motto “Totus Tuus”, l’immagine della cupola di San Pietro e la storica data dell’8 dicembre; e l’opera in bronzo, bagnata in argento e oro, che rappresenta un tipico portatore con la caratteristica cappa (il mantello) e 12 ndòcce sulle spalle, dell’artista agnonese Ruggiero Di Lollo.

Il ricordo di questa giornata indimenticabile è ben impresso sulle pagine dei giornali e nelle stupende immagini delle televisioni. [7]

Nel 1997 la  Pro loco di Agnone ha allestito nei locali adiacenti il Convento dei Padri Filippini, una mostra permanente della Ndocciata. La mostra offre ai visitatori quattro gigantografie del pittore Ron Discenza, già autore del quadro che ricorda la manifestazione dell’ 8 dicembre 1996, raffiguranti:
– il campanile di Sant’Antonio, la neve e gli abeti;
– il Papa, piazza San Pietro e Agnone;
– i portatori con le ndocce accese;
– uno scorcio di Agnone.
Inoltre, si possono ammirare, in due scene distinte, il contadino in atto di costruire la ndòccia e il  portatore con due torce sulle spalle. Completano ed arricchiscono l’esposizione: le foto, le principali recensioni giornalistiche riguardanti la manifestazione e il trofeo in bronzo dell’artista Ruggiero Di Lollo.


[1]G. J. Frazer, Il ramo d’oro, Boringhieri, Torino 1991,  p. 748.

[2]D. Meo, Le ndòcce di Agnone, Ed. Enne, Campobasso 1996, p. 8.

[3]La conocchia è il simbolo delle arti domestiche. Separatamente dal fuso, la conocchia, piccola canna, ha un significato sessuale: rappresenta il filo delle generazioni. In altri casi, la conocchia è “l’emblema dell’organo sessuale femminile nella sua verginità”.

[4]Le ostie sembrano essere patrimonio delle clarisse di Santa Chiara presenti in Agnone sin dal XIII secolo. Le monache fino ai primi decenni del nostro secolo vantavano una eccellente tradizione nell’arte dolciaria.

[5]N. Mastronardi e I. Cimmino, La Ndocciata. Omaggio del Molise a S.S. Giovanni Paolo II – Roma Piazza San Pietro, 8 dicembre 1996,  in «L’Eco dell’Alto Molise», 30 novembre 1996.

[6]Aver riunito per questa manifestazione ben 29 gruppi della regione costituisce un avvenimento per la storia molisana. L’elenco dei gruppi partecipanti è riportato su «L’Eco dell’Alto Molise» del 24 dicembre 1996.

[7]Riportiamo i titoli più significativi di alcune testate giornalistiche:

L’Osservatore Romano:  “Il Papa ai pellegrini molisani giunti a Roma per la manifestazione della ndocciata in Piazza San Pietro”.“Dalla supplica dell’Angelus per i popoli della zona dei Grandi Laghi alle fiaccole crepitanti per un falò di fratellanza”. “Un fiume di fuoco, espressione di una fede antica”;

The Indipendent: “Roman holiday: The start of the festive season is marked in St Peter’s Square yesterday by 2,000 torches, a ritual which dates back centuries” (Vacanza romana: l’inizio della stagione festiva è stato caratterizzato, ieri in piazza San Pietro, da 2000 torce, un rituale antico di secoli);

Il Messaggero: “Il Papa in Piazza Mignarelli per la festa dell’Immacolata ha celebrato i fasti della capitale. In serata in piazza San Pietro le fiaccole di migliaia di molisani”. «Roma è straordinariamente bella»;

L’Unità::“Il Papa tra la folla, Roma spegne le luci per la ndocciata”;

Il Tempo, Cronaca di Roma: “Onda di fuoco in San Pietro”.

Tg uno: “Un fiume di fuoco a Piazza San Pietro nel giorno dell’Immacolata, l’omaggio del Molise al Papa”.

Tg due: “Spettacolari tradizioni religiose a Roma, l’omaggio floreale   alla statua della Madonna in cima alla colonna di piazza di Spagna e l’antico rito della ndocciata a Piazza San Pietro”.

Canale 5: “La piazza così incendiata a festa affascina e fa quasi paura, mentre una nuvola di fumo denso l’avvolge e l’inghiotte con il colonnato, il cupolone e tutti i Santi di pietra”.

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