Le clarisse d’Agnone, ladre di reliquie – Una storia di furti, prodigi e santità

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di Francesco Mendozzi

San Lorenzo da Brindisi (1559-1619)

Quella che vi racconto oggi è una storia (archivisticamente) vera, una storia affascinante, una storia sottovalutata, una storia quasi dimenticata. È la storia della santità di Lorenzo da Brindisi, dei miracoli avvenuti in Agnone dopo la sua predicazione e del furto perpetrato dalle monache del convento di Santa Chiara ai danni del Servo di Dio.

San Lorenzo da Brindisi – al secolo Giulio Cesare Russo (1559-1619) – non ebbe un’infanzia facile né in famiglia né dal punto di vista meramente materiale. Orfano e in pesanti ristrettezze economiche, si recò quattordicenne a Venezia dove la sua vocazione maturò fino al punto di permettergli d’indossare, nel 1575, l’agognato abito francescano. Da lì in poi, l’ascesa nell’Ordine fu piuttosto rapida, fino a divenirne definitore generale nel 1599. In quello stesso anno venne posto alla guida della squadra di missionari che i cappuccini, su invito di papa Clemente VIII, inviarono in Germania.

A dispetto dell’abito indossato, Lorenzo dimostrò di essere non soltanto un “grande povero” ma anche un fine diplomatico e stratega. A divulgare ed accrescere la fama di santità contribuì certamente un episodio avvenuto nel 1601, quand’egli, intenzionato ad assistere spiritualmente le truppe cattoliche durante gli ultimi colpi di coda ottomani della Lunga Guerra (1593-1606), il 9 ottobre giunse ad Albareale – l’attuale Székesfehérvár, in Ungheria – dov’era accampato l’esercito imperiale. Non appena il nemico sferrò l’attacco, Lorenzo fu d’esempio per tutti con la parola e con l’azione: entrambi gli schieramenti in battaglia, sgomenti, lo videro passare «disarmato e illeso tra frecce, pallottole e scimitarre», per soccorrere i feriti e confortare i morituri.

I turchi temettero fosse uno stregone, i cristiani lo reputarono santo.

Il 24 maggio 1602, quasi all’unanimità, padre Lorenzo venne eletto vicario generale dell’Ordine e, con l’alta carica, gli fu affidato il compito di visitare tutte le province d’oltralpe. Durante quel triennio di generalato, nel 1604-05 Lorenzo decise di tornare nella sua Brindisi. Probabilmente è proprio durante quel “ritorno alla casa del padre” che il Santo (e la sua fama) fece una sosta in Agnone, dove cominciarono quei furti e prodigi che mi appresto a raccontarvi. Le notizie in mio possesso provengono da una iuris recognitio del 1772 e, più diffusamente, dall’agiografia di Bonaventura da Coccaglio pubblicata a Roma nel 1783.

È risaputo che ad Agnone, in corso Garibaldi, vi è un bell’edificio – con annessa chiesa – sorto nel 1249 come Monastero di S. Chiara ed oggi adibito a diverse funzioni pubbliche e d’utilità sociale: all’interno del convento v’erano le suore dell’ordine claustrale, dedite perlopiù alla contemplazione e alla preghiera. Ma in quel lontano 1604 il monastero visse giorni di subbuglio quando in Agnone si presentò Lorenzo da Brindisi, portandosi dietro un persistente odore di santità. Essendo stato nominato confessore straordinario delle clarisse, «un giorno dopo averle confessate, ed in seguito passato essendo a somministrar loro la SS.ma Comunione, lasciò frattanto il suo mantello e berretta sopra una piccola tavola» della Chiesa di S. Chiara, precisamente in cornu Epistolæ, ovvero sul lato destro dell’altare.

Il Monastero di Santa Chiara sito in corso Garibaldi ad Agnone

È lecito immaginare che le suore di clausura agnonesi, dopo anni di solitudine e preghiera, alla vista di un uomo – oltretutto un sant’uomo! – «stavano attentissime per averne qualche cosarella». Vedendo incustoditi quegli indumenti che profumavano di santità, le suore «fecero per mezzo del sagrestano prendere, e l’uno, e l’altra, ed il tutto trasdussero in convento». Al termine della funzione, non avendo ritrovato la scazzetta e il mantello al loro posto, padre Lorenzo li richiese alle suore ma, vedendo i loro volti atterriti, subito aggiunse che «quelle non erano robe sue, ma bensì della Religione». Le monache, dal canto loro, erano ora felicissime tanto che «quel divoto furto non vollero mai restituirlo: avendolo sempre conservato, e conservandolo tutt’ora quale preziosissima reliquia».

Lorenzo proseguì il proprio viaggio verso le Puglie mentre le clarisse d’Agnone si ritrovarono a custodire gelosamente due reliquie che diventeranno ufficialmente tali soltanto nel 1783, quando Pio VI beatificherà il Cappuccino brindisino. Quel berretto e quel mantello divennero famosissimi in tutta l’area altomolisana pei miracoli di cui si resero protagonisti. Ma… come avvenivano nello specifico questi miracoli? Quali e quanti furono? Quali conseguenze ebbero sul popolo?

Il miracolo cominciava non appena veniva applicato il mantello o la scazzetta, tant’è che «promovevasi all’infermo il sudore, [il che] era segno infallibile della grazia ricevuta, che doveva subito ristabilirsi»; al contrario, se Nostro Signore non intendeva posare il proprio sguardo sul malato, «non appariva detto sudore all’infermo, [e] il segno era oltremodo sperimentato, che da lì a tré giorni passar doveva all’altra vita». A quanto pare il segno miracoloso stava nell’arrivo o meno del suddetto “sudore”, una forte e prolungata sudorazione non meglio specificata che oggi potremmo forse definire “iperidrosi”. Le reliquie venivano applicate al moribondo per transustanziazione; difatti la recognitio sostiene che bastava sbollentare «in acqua, o brodo un filo del suo prodigioso mantello». Bisognava quindi deglutire un brandello di questi indumenti, assimilarlo, mangiarlo letteralmente, come si fa col corpo di Cristo durante la liturgia dell’ostia.

Dirò subito che la berretta fu inviata dalle monache al signor Giuseppe Antonio Rinaldi di Agnone, ormai prossimo alla morte: egli, «avendo ricevuto la grazia della sanità, non ha più voluto restituirla; conservandosi tutt’ora con divozione, e gelosia in detta casa Rinaldi». Insomma, questo cittadino si rese protagonista di un furto nel furto… e chissà se la miracolosa scazzetta di san Lorenzo da Brindisi è ancora conservata dagli eredi in qualche polveroso cassetto!

Per quanto concerne il mantello, il primo miracolo menzionato da Bonaventura da Coccaglio è quello di suor Dorotea d’Agnone, ammalatasi nell’inverno del 1757 e assistita da suor Mariangela Ruggieri. Dorotea nutriva forti dubbi verso il prodigioso mantello di san Lorenzo poiché temeva che «non comparisse il solito sudore, segno di guarigione». Giunta allo stadio terminale, la monaca, «ravvedutasi della sua debolezza, ed inconfidenza richiese da se il filo stemperato nell’acqua. Fu tosto dalla compagna compiacciuta, e servita: ed appena tranguggiata la prodigiosa medicina comparve tosto il sudore bramato, ed in seguito restituita in pochi giorni si vide nella pristina sanità». La sua incredulità, o timore, non passarono inosservate al Signore, visto che «apparsogli nella notte immediatamente seguente il Servo di Dio in una specie di sogno allo spuntare dell’alba, e da essa anziosamente chiamato, egli senza darle ascolto, dopo averle dato uno sguardo severo, e corruccioso, come in rimprovero della sua tarda divozione, se ne partì».

Il secondo miracolo documentato è quello di cui beneficiò suor Clorinda Del Papa nel 1767. Ridotta in fin di vita da una terribile malattia, non esitò a ricorrere al sacro indumento di Lorenzo, «e stemperato nell’acqua un filetto del mantello del Servo di Dio, glielo porsero alle labbra». Non appena Clorinda bevve quell’acqua benefica, «comparve il prodigioso sudore; dopo il quale ricuperati perfettamente i sensi, la voce, le forze, e la sanità», la suora promise di venerare il Santo, di celebrare in suo onore un’apposita messa (la memoria facoltativa della Chiesa cade il 21 luglio) e di digiunare alla vigilia di detta solennità.

Il terzo miracolo, datato 1772, è quello dell’agnonese Vincenzo Sabolli – più probabilmente Sabelli –, il quale contrasse a Napoli un morbo raro e terribile. Vista la gravità della condizione clinica, i medici partenopei lo esortarono a tornare sul suolo natio. Rientrato nella sua casa d’Agnone, il malato continuò a peggiorare finché, agonizzante, il 24 ottobre non si decise di provare col miracoloso mantello, «mandatogli da suor Dorotea Mendolla, monaca di Santa Chiara, per mezzo del sig. abate D. Giuseppe Mendolla di lei fratello». Fu il padre cappuccino Lodovico d’Agnone a versare nella bocca del moribondo lo strabiliante brodetto e subito dopo «comparve il solito portentoso sudore, segno della grazia già ricevuta, il quale continuò fino alle ore 22 del giorno seguente 26 detto; ed in seguito svaniti tutti i sintomi mortali, e dileguatasi la febbre riacquistò in pochi giorni, e forze, e sanità perfetta».

Questi furono tre dei tanti miracoli che il “brodo di mantello” di san Lorenzo da Brindisi produsse in Agnone. Tra fede e superstizione, come tra storia e leggenda, è impossibile imboccare una via sicura e sarebbe oltremodo inopportuno invocare qui e ora il metodo scientifico.

I frati minori cappuccini, il 18 ottobre 1997, consacrarono in piazza IV Novembre la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. «In un monumentino a sinistra entrando» si può ammirare una sacra reliquia, un mantello per l’appunto, esattamente quello appartenuto a padre Lorenzo e rubatogli dalle clarisse nel 1604. Il miracoloso indumento fu donato ai cappuccini il 23 settembre 1996, anniversario della morte di Padre Pio, dall’arciprete della Chiesa di San Marco don Alessandro Di Sabato. San Lorenzo da Brindisi, invece, beatificato nel 1783, fu canonizzato nel 1881 da Leone XIII e proclamato dottore della Chiesa – col titolo di doctor apostolicus – nel 1959 da papa Giovanni XXIII.


Bibliografia di riferimento:

  • L. da Brindisi, S. Laurentii a Brundusio opera omnia a Patribus Min. Capuccinis prov. venetae e textu originali nunc primum in lucem edita notisque illustrata, voll. I-XV, Off. typ. Seminarii, Patavii 1928-54;
  • A.M. da Carmignano di Brenta, San Lorenzo da Brindisi, dottore della Chiesa universale: 1559-1619, voll. I-III, Curia provinciale dei FF.MM. Cappuccini, Mestre 1960;
  • B. da Coccaglio, Vita del B. Lorenzo da Brindisi generale dell’Ordine de’ Cappuccini, vol. III, Casaletti, Roma 1783;
  • A.M. de’ Rossi, Vita del ven. Servo di Dio P. Lorenzo da Brindisi, generale de’ Frati minori capuccini di S. Francesco, Bernabò, Roma 1710;
  • V. Ferrandino, Banche ed emigranti nel Molise. Credito e rimesse ad Agnone fra Ottocento e Novecento, Franco Angeli, Milano 2011;
  • F.A. Marinelli (a cura di), A Letizia Sabelli nel giorno della sua monacazione in S. Chiara di Agnone, Stamp. del Vaglio, Napoli 1857;
  • M. Massone (a cura di), Fabbriche francescane in antologia: gli insediamenti dei Frati minori conventuali e delle clarisse tra il XIII e il XV secolo, Il Torcoliere, Vasto 2001;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;
  • D. Meo, Le feste di Agnone. Culti, riti e tradizioni, Palladino, Campobasso 2001.

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