Le chéase de na volda e re pesciuòtte (le case di una volta e i ghiaccioli).

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di Claudio Cacciavillani [1]

I “pisciotti” (foto di Orestina Di Rienzo)

“A re tiémbe mòia…”
Così iniziano i ricordi di quelli di una certa età come me.
Quando eravamo ragazzini le nostre case avevano portoni, porte e finestre non certamente a chiusura ermetica: l’arietta fredda entrava da ogni parte. Alla base dei precari infissi di finestre e balconi le nostre mamme poggiavano cuscinetti di stoffa preparati con le loro mani per contrastare in qualche modo gli spifferi.

I tetti erano in legno. Le travi erano tronchi affusolati, a volte squadrati alla “bonemmèglie” (sommariamente) con l’ascia, ossia spianati solo agli estremi e nella parte superiore così da poterli, lateralmente, incastrare nei muri e, al di sopra, poterci fissare le tavole del tetto. Anche queste, seppur provenienti da segherie, non erano sempre perfettamente squadrate. I lavori raffinati erano un lusso che si potevano permettere solo le famiglie benestanti. Di conseguenza, quando venivano poste in opera, non aderivano perfettamente tra loro e frequentemente ci rimanevano degli spazi da cui entravano luce e aria. “Le lòisce”, “re pinge” o “le téhule”, (lastre di pietra, coppi, tegole), secondo il grado di “benessere” della famiglia, potevano coprire la luce, non certo il freddo che penetrava da ogni dove.
Così, nelle giornate di gelo con neve, a coloro che avevano la fortuna di possedere il serbatoio dell’acqua (di eternit!) allocato “ngiòima a ru pésele” (nel sottotetto), poteva capitare di aprire i rubinetti senza veder scorrere neanche un goccio d’acqua. Allora ci si preparava a salire in soffitta dopo aver provveduto a riempire una “bella coppa chiàina de vréascia” (coppa piena di brace) da sistemare sotto i tubi dell’acqua nei punti più sospetti, magari dove s’intravedevano dei piccolissimi “pisciottini” di gelo.

Tipico tetto di legno di una volta

La mattinata proseguiva attezzènne ru fuoche pe tenàie sembre na bella vréascia a despuseziéune” (alimentando il fuoco per avere sempre una bella brace a disposizione), fino a risultato acquisito. All’epoca le ciummenòire” (i caminetti) erano, nella massima parte delle abitazioni, la sola fonte di riscaldamento con cui si alimentavano anche bracieri e coppe. Quest’ultime venivano utilizzate anche la sera nel “monaco” per riscaldare i letti.

Ma torniamo a “re pesciuotte”. Quelli della foto sono un piccolo esemplare rispetto a quelli di una volta. Ne ricordo alcuni di quelli che si formavano nelle grondaie “de ru purtille della Nunzeìàta” (una delle porte della cinta muraria di Agnone) che potevano essere considerati delle vere e proprie stalattiti di ghiaccio. Ovviamente costituivano pericolo mortale per i passanti e quindi dovevano essere abbattuti. E lì scattava la voglia di un particolare divertimento per noi ragazzi, che richiedeva una certa abilità ed energia: abbatterli a colpi di “pallotte” di neve, anzi, di “ghiaccio”! Nel senso che, dopo aver appallottolato la neve rendendola molto dura, la si bagnava in acqua quel tanto necessario da renderla più dura e pesante; il gelo dell’aria provvedeva a trasformarle in veri e propri proiettili, molto potenti. Una volta che il gelo aveva compiuto la sua opera, erano pronte all’uso. Necessitavano solo della giusta energia e precisione del tiratore per raggiungere e colpire gli obiettivi.
E quando ciò avveniva era una gran festa, anche se l’obiettivo era stato raggiunto solo parzialmente. La mole di alcuni “pesciuotte” era tale che nessuna pallotta poteva abbatterli completamente. Ma per noi era sempre fonte di una orgogliosa felicità.
Parola grossa, quest’ultima. Ma tant’è, noi, ragazzi di un’altra epoca, ci accontentavano di poco!

 

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[1]Cludio Cacciavillani: un agnonese qualunque, fiero di esserlo. 

Editing: Flora Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

4 Commenti

  1. Ringrazio Flora per aver voluto condividere qui questo mio vecchio ricordo.
    Voglio solo rilevare un piccolo refuso: non è “tieàmbe” (non è nel mio vocabolario) ma “tiémbe”.

  2. Ringrazio Flora per aver voluto condividere qui questo mio vecchio ricordo.
    Voglio solo rilevare che nella trascrizione le è scappato un piccolo refuso:
    non è tieàmbe ma “tiémbe”.

  3. Ringrazio Flora per aver voluto condividere qui questo mio vecchio ricordo, ma devo rilevare che le è scappato un piccolo refuso. Il termine preciso non è tieàmbe (non è nel mio vocabolario) bensì “tiémbe”.

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