Francesco Jovine e le campane di Agnone

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di Francesco Jovine

I Fratelli Marinelli che continuano una tradizione millenaria

Ma giù alla stazione dove prenderò il trenino elettrico che mi porterà ad Agnone, mi fanno comprendere ammiccando e ciangottando tra loro che ci sarà molto da attendere. Non fanno evidentemente gran conto del trenino Pescolanciano-Agnone. Il quale mi accoglie su soffici cuscini di velluto rosso come per promettermi un piacevole giro nelle vicinanze, tra quelle file di abeti laggiù che invitano con un delizioso gioco di ombre. Ed invece il trenino dai cuscini rossi si mostra subito contraddittorio e sorprendente: il giro lo fa, ma nella stazione. Ed è un giro di grossa fatica che non si addice all’ostentato fasto del suo interno; rimorchia prima un vagoncino di mattoni, poi un carico di legna. Il vagoncino carico di legna decide anzi di trascinarselo dietro: e all’inizio, con un declivio dolce e rettilineo lo fa senza troppa fatica; ma poi via via che monta, le ruote cominciano un diverbio sibilante con i binari.

Treno Agnone Pescolanciano

A mano a mano che si sale l’ira cresce tra le ruote e la linea la lite si fa aspra, sono sberleffi, singulti, ruggiti. I binari hanno sgroppate improvvise e il treno si impenna, caracolla e beccheggia e rulla; ha un moto combinato di brigantino nella tempesta e di cavallo brado. Poi, ad un tratto, s’acquieta, ha la buona grazia di farci ammirare questo bellissimo bosco di abeti, profondo, sterminato e salutare, questi tre denti immani di roccia che annunziano Pietrabbondante.

Di qui si vede tutta la vallata del Verrino, ampia, austera, solitaria, a boschi, a macchie, a burroni, a botri. Terra varia, tormentata da rocce, da valloni, da frane, ma tutta coltivata con una sapienza antica; quella stessa che conoscevano i Sanniti che qui ebbero forse il centro più cospicuo della loro civiltà. Incontriamo capanne di carbonai, fornaci che fumano blandamente nel sole e donne curve con i sarchi sul grano verde, intente a zappettare con ritmica e pacata bravura. Il treno, ora contento della fatica già compiuta, si è addolcito e canta nelle curve strettissime con acuti metallici, in quelle più ampie con tonalità gravi e lente da canto liturgico.

A un tratto, in vista di Agnone, ho invocato il suo oscuro notaio, poeta quattrocentesco, autore di « El Giardeno » (Marino Jonata ndr) che come il suo maestro Dante, aveva grande familiarità con l’Inferno e la morte e ho detto accusando il treno:

Multo mi resto affondato
e lasso e stanco mi fè venir male.

E Marino Jonata, invitandomi alla pazienza, mi ricorda la sua morte:
… aveva in mano un gran falcione
dal cosse in giù un vento se mirava…

e due volti, uno oscuro di nero colore, uno « giocundo » felice.

… A te felice vista vidi portare
una giorlanda d’aulenti rose
et ala nera di serpe amare.

Ma ora rimontato il costone, la strada si svolge in volute più ampie ed arriviamo ad Agnone con un ritmo riposante da diligenza.

La città è tutta di pietra;  pietra chiara, dura di minutissima grana adatta all’arte degli impareggiabili scalpellini di Agnone e di Pescopennataro, che hanno scolpito questi fregi araldici dei portoni, tagliati con grazia i sostegni dei balconi e delle finestre. Quest’ampia strada così piena di luce e della aria del vastissimo orizzonte è senza case volgari. Città antica, solitaria, con difficili vie, Agnone ha trovato una sua particolare armonia, una sua autonoma dignità di piccola repubblica che provvede completamente a sé stessa per i suoi bisogni materiali e quelli spirituali ed estetici.

Botteghe su botteghe, di battilori, ramai, fabbri, confettieri, incisori in legno, cappellai, calzolai, sarti. Tutti lavorano con un gusto e uno stile singolari, secondo sistemi arcaici di mirabile finezza. Provvedono, come fanno da secoli, alla clientela del contado di Molise e dell’Abruzzo citra e della Capitanata.

Per le nozze i confettieri velano di zucchero candido odoroso di cannella grosse mandorle friabili, un confetto tenero che si sfalda in bocca alla prima pressione. Sempre per le nozze, gli orefici intrecciano le grosse collane o fanno pesanti orecchini ad anelli concentrici, sfaccettati. I ramai provvedono alle conche, ai tini che le donne del Molise portano sulla testa con la grazia di un diadema. I fabbri fanno vomeri, bidenti, zappe di durissimo acciaio. Lavorano d’inverno, sepolti nella neve, tagliati fuori del mondo; ma a primavera caricano i muli, le carrette e sciamano verso il piano con la loro soma tinnante e vanno alle fiere e ai mercati a vendere il loro lavoro invernale.

Dovunque vadano, gli agnonesi trovano la voce delle loro campane; una voce inconfondibile, calda, generosa di cui i fonditori d’Agnone (Fonderia Pontificia Marinelli ndr) conoscono da sette secoli il segreto. Tempo fa capitò nella fonderia una campanella antica di forma insolita, inviata da un parroco che voleva farla rifondere per una campana più grande. L’occhio infallibile del vecchio fonditore ne riconobbe la fattura; preso un martello la percosse; la campanella mandò un suono famigliare: quello del bronzo d’Agnone. Cercarono pazientemente nell’interno e trovarono inciso il luogo e la data di fusione: Agnone 1340. La campana non è stata rifusa; è lì, in un angolo di questo fuligginoso antro, tra campanelle, impronte di cera, disegni plastici di decorazione.

Questi fonditori fanno tutto da sé: disegnano, incidono, formano; fondono con una versatilità di artefici antichi; e antichi, invariati da secoli, sono i sistemi di fabbricazione. Se guardo in giro in questa ampia fucina non c’è l’ombra di una macchina; tutto, tu senti, è opera delle mani industri, sapienti, dell’inventiva quotidiana. Temperatura del forno, fluidità della colata, regolamento del flusso, tutto è giudicato dall’occhio esperto che conosce ogni segreto della condotta del metallo. Non sbagliano mai; sempre lo stesso inimitabile timbro che non cambia nello spazio e nel tempo. Da Tucuman a Pompei a Sidney, a Roma, attraverso lo spazio le campane di Agnone si richiamano e ricordano questo remoto angolo del Molise che si è vendicato della sua solitudine e ha empito della sua voce il mondo.

Francesco Jovine, Agnone, giugno 1941

Quando mi domando, guardando dalla finestra della fucina questi impervi costoni, queste viottole da capre, come potessero fare quando non c’erano ferrovie e rotabili, a trasportare le campane talvolta molto pesanti, il fonditore mi chiarisce l’enigma. Mi dice che erano loro, i fonditori, a trasportarsi nel luogo dove era richiesta la campana.

« Andavamo dovunque a costruire il forno; lo facciamo anche ora: lo abbiamo recentemente fatto per Pompei e per Ostia. C’impiantiamo all’aria aperta o in baracche improvvisate; terra refrattaria, mattoni, legna e le nostre mani. E’ tutto quello che ci occorre ». « Nei villaggi del Molise, anche oggi, nel momento in cui noi lo permettiamo, le donne gettano nella colata, dopo averli baciati, i loro anelli d’oro e d’argento, le loro collane ».

Gli domando se è quello il segreto della dolce voce delle sue campane. Sorride ma non risponde.


Una storia lunga oltre 1000 anni quella della Fonderia Marinelli che ha visto alternarsi momenti di difficoltà a momenti conditi da tante soddisfazioni. Su tutte forse l’esperienza più significativa risale al 1924, anno in cui Papa Pio XI concesse alla famiglia Marinelli il privilegio di effigiarsi dello Stemma Pontificio e la storica visita del 19 marzo 1995 di San Giovanni Paolo II. Campane Marinelli è situata ad Agnone, comune italiano in provincia di Isernia in Molise. Antica città sannita, è sede di quello che si presume sia il più antico stabilimento al mondo per la fabbricazione delle campane. Ancora oggi, anno 2019 d.C., grazie ai fratelli Armando e Pasquale Marinelli, la fonderia è attiva e ben apprezzata in tuto il mondo. L’esperienza acquisita nei secoli, trasmessa di generazione in generazione, consente di dare alle campane una caratteristica speciale ben definita. Esse, infatti, si presentano con una forma svelta ed elegante, hanno un suono limpido, dolce e squillante e sono di una durata secolare. Il museo delle Campane, attiguo alla fonderia, consente di apprezzare la storia della campana e della fonderia.


[1] Francesco Jovine (Guardialfiera, 9 ottobre 1902Roma, 30 aprile 1950) è stato uno scrittore, giornalista e saggista italiano. È l’autore di due tra i più importanti romanzi del Novecento: Signora Ava e Le terre del Sacramento. Fu collaboratore delle riviste Oggi e L’Italia letteraria, e dei quotidiani Il Mattino, Il Popolo di Roma e Il Giornale d’Italia, dove pubblicò nel 1941 una serie di articoli sul suo Molise, che saranno raccolti in volume e pubblicati postumi nel 1967 con il titolo Viaggio in Molise.

 

2 Commenti

  1. Il brano di Iovine richiama alla mia memoria quello che è stata Agnone nei tempi passati: paese antico, florido, operoso: me lo ricordo quando ero ragazza con tutte quelle botteghe artigiane, negozi, gente,ragazzi, fino alla Ripa era un susseguirsi di attività.Il centro storico densamente abitato, le chiese, le campane, l’ospedale fiorente: dovunque c’era vita e commercio. Quando è cominciato il declino? Non so, ma vedo che oggi il testo di Iovine è solo un ricordo; e io lo ricordo.

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