La vendetta di Barbalupo: cronache essoteriche dalle strade di Agnone

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di Francesco Mendozzi

L’antico rito della ‘Ndocciata di Agnone (foto: D. Cocco)

Tra il 1942 e il 1956 sono apparse in America ed Inghilterra alcune guide che avevano un modo tutto loro di invogliare gli aspiranti turisti a visitare i paesi europei, come l’Irlanda, la Spagna, l’Austria e l’Italia. I volumi erano firmati da James Reynolds, uno scrittore itinerante di cui ho pochissime informazioni biografiche ma che, stando ai titoli delle sue pubblicazioni, posso immaginare fanatico di «santi, streghe e diavoli», come direbbe l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani. Questo è ancor più vero dopo aver letto il suo “Pageant of Italy” (Corteo d’Italia), un entusiasmante itinerario della nostra Penisola sulla scia delle arcane leggende che la caratterizzavano agli occhi dei forestieri.

In quel lungo e dettagliatissimo viaggio Reynolds ha visitato anche gli Abruzzi e, da Sulmona, si è ritrovato ad Agnone «in the Conca di Capracotta». Qui l’autore ci ha voluto raccontare una storiaccia truce e violenta che, in base alle sue convinzioni, confermerebbe che gli abitanti di questa regione sono austeri e introversi, e tengono vivi antichi rancori e vendette «come fossero pane quotidiano».

La sua vignetta prende vita quand’egli, alla fine di un giorno di fiera, si ritrovò a passare per il centro di Agnone. Alcuni contadini provenienti dalle campagne sedevano ai tavoli della piazza bevendo un vino a buon mercato, un vino «troppo verde per chiunque tranne che per i nativi». La sua attenzione fu attirata da un uomo che «sembrava la versione barbuta di Giove fulminante». Sin da subito Reynolds ci tiene a mantenere questo paragone pagano tra un omaccione barbuto e il burbero dio dei Romani.

Il protagonista si chiama infatti Barbalupo, nomignolo col quale l’autore tentò forse di proteggerne la privacy ed anche perché «il suo nome proprio suona stranamente simile alla parola “lupo”». Pare che Barbalupo fosse un tempo il più ricco contadino agnonese grazie a un’eredità che aveva ricevuto e che consisteva in una masseria. Egli era però molto ambizioso e voleva diventare più ricco. Per questo motivo – dice Reynolds – Barbalupo sposò Elvinia, una ragazza giovane e bellissima, con l’intento di entrare in possesso dei beni della donna. Passarono alcuni anni e Barbalupo dovette allontanarsi da casa per sbrigare alcuni affari. Quando, dopo settimane di assenza, tornò a casa, vide le luci accese a tarda notte nella sua magione e, sfumata nella foschia mattutina, vide sgattaiolare fuori dalla porta un’ombra maschile.

La Chiesa di S. Marco ad Agnone (foto: R. Di Sabato)

Qui nasce la «vendetta abruzzese» di Barbalupo, una vendetta «antica quanto gli Appennini».

Nel giorno di una grande fiera di bestiame in Agnone, Barbalupo chiese ad Elvinia di accompagnarlo sul suo grosso carretto dalle ruote rosse. Lasciò che la moglie visitasse in autonomia tutte le bancarelle, stando molto attento ad ogni suo movimento. Ad un certo punto la vide infatti chiacchierare con un giovane agricoltore, li vide sorridere, poi la vide sussurrare qualcosa all’uomo, e lui sussurrarle di rimando. Senza alcuna esitazione Barbalupo si avvicinò da tergo ad Elvinia e, afferratala per le spalle, le piegò la schiena sul suo ginocchio e, sfilando il coltello dalla sua cintura, le tagliò la gola «da un orecchio all’altro come avrebbe fatto con uno qualunque dei suoi vitelli».

La folla rimase attonita e muta. Poi, «lenti come la nebbia che si dirada sotto una brezza vagabonda», ogni uomo e ogni donna si allontanarono dalla fiera e dal cadavere. Ci vollero tre giorni prima che i carabinieri venissero a conoscenza dell’omicidio, tanto che Barbalupo ebbe il tempo di chiudere tutto e far le valigie. Tornò ad Agnone appena tre anni dopo – e nessuno lo denunciò mai – tanto che James Reynolds lo vide camminare per le vie della cittadina altomolisana dietro ai suoi vitellini, come se non fosse successo nulla.

Chiedo a tutti i cittadini agnonesi, soprattutto ai più anziani, se conoscono questa storia criminosa e se hanno idea di chi possa essere Barbalupo, un «grosso contadino dalla barba nera gioviana». Sarebbe interessante capire se James Reynolds, nel suo “Pageant of Italy”, ci ha raccontato una storia verosimile, una vera leggenda o se invece s’è inventato tutto di sana pianta per convalidare la sua teoria riguardo l’indole vendicativa e violenta del popolo abruzzese.

La secolare tradizione della fabbricazione di campane (foto: I Borghi d’Italia)

Bibliografia di riferimento:

  • E. Canziani, Attraverso gli Appennini e le terre degli Abruzzi. Paesaggi e vita paesana, De Feo, Roma 1979;
  • P. Della-Piana, Witch Daze. A Perennial Pagan Calendar, Lulu, Raleigh 2009;
  • E. Giancristofaro, Totemàjje. Viaggio nella cultura popolare abruzzese, Carabba, Lanciano 1978;
  • L. M. Lombardi Satriani, Santi, streghe e diavoli. Il patrimonio delle tradizioni popolari nella società meridionale e in Sardegna, Sansoni, Firenze 1971;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;
  • S. Moffa, La notte di San Silvestro, in «Molise Nuovo», XVI:1-2, Napoli, gennaio-giugno 1938;
  • G. Pinguentini, Bonumore triestino: 284 narrazioni popolari, Ghidini e Fiorini, Verona 1958;
  • J. Reynolds, Pageant of Italy, Hale, London 1956.

Copyright: Letteratura Capracottese

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