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La “tosatura” delle pecore e la lavorazione della lana in Altosannio, a metà novecento.

di Leonardo Tilli[1]

Più in particolare, Leonardo Tilli ci parla di quel che succedeva a Fraine in Alto Vastese, ma le operazioni di tosatura delle pecore e lavorazione della lana erano simili in tutto l’Altosannio.

Tosatura delle pecore
Tosatura delle pecore

Il ricordo è sempre vivo! Prima di tosare le pecore, le persone di Fraine le portavano al fiume Treste, per farle lavare nell’acqua corrente, nella parte in cui l’acqua era abbastanza profonda. Questo lavaggio serviva per far asportare, dalla lana, tutte quelle impurità che sarebbero potute rimanere “attaccata alla lana”, anche dopo la tosatura, e avrebbero potuta renderla meno “pregiata”.

All’epoca della mia fanciullezza, a Fraine non vi erano ancora le “macchinette”, simili a quelle dei barbieri, oggi elettriche; per la tosatura venivano usate delle cesoie speciali, molto rustiche, in un unico pezzo di ferro lavorato all’incudine, che in una estremità presentava una piegatura ad arco, di ferro sottile che era stato “schiacciato” e che fungeva da “molla”. Mentre nelle due opposte estremità il ferro era stato ridotto in due lamine per far risultare due larghe lame affilate e molto taglienti, sagomate per poter meglio essere usate “come forbici” speciali per tagliare la lana senza scalfire la pelle della pecora. …. Per non ferire l’animale, le pecore e i montoni, venivano legati alle quattro zampe tenute unite insieme in modo che non potessero muoversi e pertanto rimanevano adagiate a terra tranquille. Le cesoie andavano utilizzate con arte, piatte, parallele alla pelle della pecora, per tagliare la lana alla massima lunghezza possibile …

Una volta tosate le pecore, la lana era portata, con un mulo o altro, ai lanifici di Celenza Sul Trigno. La lana, però, prima di essere lavorata per essere poi ridotta in filati di diverso spessore e in matasse, doveva essere “trattata”. Uno dei procedimenti preliminari era quello di ungere la lana. Per questa necessità, si utilizzava l’olio di oliva di “bassa qualità”, poi venne preferito l’olio di semi perché costava meno. Lo scopo di ungere la lana? Perché, una volta unto, il filo di lana di pecora non si spezzava durante la lavorazione, era meno “secco”, meno rigido e più “scivoloso”, risultava più scorrevole, di conseguenza anche i filati sottili, con cui si facevano poi le matasse, risultavano più resistenti, “robusti” e tenaci.

Matasse_tintura_vegetaleLe persone di Fraine, preferivano far fare le matasse con il filo più sottile, “di primo livello”, senza farlo raddoppiare, in quanto dicevano “quando le donne faranno la maglia, se serve, raddoppieranno il filo!” La richiesta, del filo sottile, era dettata spesso dalla “raccomandazione insistente” delle mogli le quali sapevano, per esperienza diretta, che era più facile unire più fili sottili “con cui lavorare contemporaneamente a maglia”, piuttosto che dover prima separare più fili già precedentemente messi insieme e “ritorti in uno solo di sezione maggiore” … direttamente nel lanificio … L’altro vantaggio che si aveva con il filato sottile, era che messi insieme più fili, nel momento di fare, ad esempio, un maglione, esso “manufatto”, risultava più morbido, più soffice e più caldo, in quanto la lavorazione “incorporava” più aria, specialmente se chi lavorava lasciava i fili “non troppo tirati”. …

come-lavare-la-lanaDopo aver fatto un maglione o altro, bisognava ricordarsi sempre che, prima di indossare l’indumento “creato bisognava fare in modo di “togliere l’olio” messo nella lana dal “lanificio”. Per questa operazione, di solito; si faceva una liscivia molto leggera, con la cenere “ricotta”, cioè tenuta per giorni vicino al fuoco acceso in modo tale che ogni singolo piccolo carboncino fosse consunto, La cenere diventava quasi bianca, poi veniva passata a setaccio e la si faceva bollire in acqua per il tempo necessario. Quando diventava tiepida, per individuare la temperatura giusta si diceva che “il calore doveva essere come l’acqua che si usava per impastare la farina per fare il pane“, si colava la liscivia, se ritenuta troppo forte, si allungava con acqua tiepida e si “sciacquava” ripetutamente il manufatto di lana, cambiando la liscivia di volta in volta, fino a quando non aveva più tracce di olio. Un metodo più semplice era quello di sciogliere un poco di sapone fatto in casa in acqua tiepida, in modo da ottenere una “acqua saponata” da utilizzare come precedentemente descritto per la “liscivia leggera”.

All’epoca, per togliere le macchie da tessuti ed indumenti delicati, venivano utilizzate le radici di alcune piante erbacee, di cui non conosco il nome, queste radici, lavate dalla terra con acqua fredda, venivano “sminuzzate” e fatte seccare al sole. Venivano chiamate “radici saponate“. Quando era necessario usarle, si facevano bollire in acqua, anche qui si aveva “un’acqua saponata”, ma non penso che venisse utilizzata per togliere l’olio che il lanificio aveva messo precedentemente nella lana “grezza”, non lavorata.

filatura-della-lanaQuando la quantità della lana “tosata” era minima o si aveva altra poca lana in casa, questa piccola quantità veniva filata a mano, in casa. Gli strumenti a disposizione per la filatura a mano erano semplici: il “fuso” e la “rocca” che a Fraine veniva chiamata generalmente “conocchia”. Il fuso, che di solito si comprava dal “fusaio”, era di legno, costituito da due parti, una sottile ed allungata, che dal centro si assottigliava, in modo di finire a punta alle estremità. Alle due punte era protetto e rinforzato da una sottile lamiera, di cui quella superiore era ritorta come un piccolo uncino, come la punta di un uncinetto che serviva per bloccare il filo già ritorto da quello che si doveva “torcere”. Per permettere al fuso di ruotare sul proprio asse, veniva inserita e “forzata” nella parte inferiore un grosso anello di legno abbastanza pesante, che funzionava da “volano” che, una volta che veniva impresso il movimento rotatorio al fuso, favoriva, il più a lungo possibile, questa rotazione che serviva per attorcigliare il filo di lana e “ritorcerlo” intorno a se stesso.

Prima di procedere alla filatura a mano era necessario: “sgarzare” a mano la lana, allargando le fibre e riducendola in morbidi fiocchi, oppure era necessario “cardare la lana”: La cardatura veniva fatta con uno strumento composto da due parti contrapposte. Quella inferiore era un asse di legno, lungo circa un metro e largo dai trenta ai quaranta centimetri, con chiodi sporgenti verso l’alto, montato e fissato su un robusto e pesante cavalletto, parte fissa. Mentre la parte superiore che era mobile, era formata da un altro asse de legno, della stessa misura approssimativa del precedente , con altrettanti chiodi o aculei in ferro, sporgenti verso il basso. Nella parte superiore questo asse di legno era sormontato da due impugnature, sempre in legno. L’operazione della cardatura consisteva nel mettere una certa quantità di lana sull’asse inferiore, con la parte superiore , il cardatore, lo strofinava sull’asse inferiore tirandolo a sé, la lana veniva forzata a passare tra i chiodi, ogni impurità o corpo estraneo, in particolare residui di foglie secche di cardi, venivano eliminati dalla lana che ogni volta usciva da questa operazione sotto forma di un velo sottile, oppure, secondo la lunghezza dei chiodi, in piccoli rotoli soffici di lana, dallo spessore di una grossa matita e dalla lunghezza dell’asse…. La lana, così trattata era pronta per essere filata a mano.

Personalmente, ricordo una signora, Teresina Tilli, che io chiamavo “SCIOSCETTA” = piccola zia, da “SCIOSCIA” = zia. Ella era la figlia di un cugino di mio nonno paterno e frequentava quasi tutti i giorni la mia casa. Un giorno fui mandato da lei per qualche “commissione” e la trovai nella cucina della sua casa, con una canna fissata alla cintura, con alla sommità come una “gabbia” di “listelli” della stessa canna piena di soffici fiocchi di lana molto bianca, era una conocchia, forse fatta in casa. Poiché ella stava facendo un lavoro di filatura a mano, non era stato necessario ungere la lana, come si faceva quando si utilizzavano le macchine del lanificio. … Rimasi impressionato dalla destrezza e dalla sicurezza con cui velocemente eseguiva il lavoro di filatura. Il filo già filato era stato arrotolato intorno al fuso e la parte terminale di esso era stata assicurata “all’uncinetto”, alla parte metallica ricurva posta all’apice del fuso, in modo tale che non potesse srotolarsi. Dall’alto della conocchia la signora faceva scorrere verso il basso una certa quantità di lana che dalle sue abili dita acquistava già la forma di un grosso filo, prima ancora che ella facesse “girare il fuso”. … Quando la lunghezza della lana che aveva fatto scorrere, secondo la direzione delle fibre, le sembrava sufficiente, ella faceva ruotare velocemente il fuso intorno al proprio asse, facendo nel contempo scendere mano a mano quella lana che aveva già “abbozzato a filo”. La signora aveva sollevato il braccio molto in alto in modo tale che il fuso potesse giungere a toccare terra dopo aver arrotolato tutta la lana preparata che Ella si affrettava ad avvolgere intorno al fuso tutto il filato ricavato e a bloccare l’ultimo pezzetto del nuovo “filo” intorno all’uncinetto superiore dello stesso fuso. Poi la signora Teresina continuava di nuovo con lo stesso sistema. La mia meraviglia fu grande poiché avevo visto che il filato prodotto era uniforme , senza bitorzoli e di uguale consistenza. Ho ancora negli occhi la scena che non si potrà mai descrivere bene a parole. …

Una curiosità. A Fraine, nei tempi in cui si macinavano le olive per ricavarne olio, se una donna entrava in un frantoio con la sua bella lana con cui ella stava facendo, di solito, delle calze, veniva invitata dai frantoiani ad uscire, perchè dicevano che, fare la maglia dove si lavorava l’olio, … l’olio prodotto … avrebbe preso un cattivo sapore, … “sapeva di lana” …

Lavorazione della lana con Quattro ferriSpesso a Fraine, una volta, le donne facevano le calze di lana, utilizzando contemporaneamente quattro ferri, per ottenere un tubulare, con meno numero di maglie nelle caviglie, più sottili, rispetto ad altre parti della gamba in cui il numeri delle maglie aumentavano in proporzione. Questo procedimento del tubulare che partiva “da zero”, all’inizio del piede, per poi prendere la forma della gamba, mi ha sempre affascinato. Vedevo tutte le donne, senza eccezione, procedere sempre velocemente, con grande manualità e con estrema sicurezza fare questo tipo di maglia senza guardare il lavoro, mentre parlavano o discutevano, o facevano acquisti al mercato, guardandosi intorno. Una volta chiesi ad una signora che conoscevo come facesse a fare quel lavoro … senza guardare ciò che stava facendo. Ella mi rispose con un sorriso e mi disse che mentre parlava o guardava le cose da comprare, le bastava “contare i punti che metteva” e che teneva sempre a mente, poi , vedendomi perplesso, soggiunse: “una volta fatta la sagoma del tallone, secondo la misura del piede, in cui si decide anche il dietro e il davanti della calza, momento nella lavorazione che richiede più attenzione perché bisogna aumentare i punti quasi tutti dietro e il tallone bisogna farlo rinforzato, il resto è più facile”. Poi aggiunse: “le mani, sono abituate, … e non sbagliano nemmeno al buio”! …

Tutto questo ha sempre avuto la mia ammirazione perché era frutto di una antichissima cultura diffusa che, purtroppo come tanti altri saperi, sta scomparendo sia come ” saper fare” e sia come “tecnica” che veniva insegnata alle bimbe dalle “sapienti” nonne.

 


[1] Leonardo Tilli, abruzzese di Fraine,

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

About Leonardo Tilli

Abruzzese di Fraine (CH), universitario a Urbino, conseguita la Laurea, è costretto a emigrare a Bergamo, in Lombardia, dove dapprima esercita il ruolo di Professore e, poi, di Preside, fino al collocamento a riposo. Ora si diletta a riscoprire antiche mai sopite emozioni legate alla sua amata terra nativa.

2 commenti

  1. Bell’ articolo lungo e particolareggiato sulla lana, dalla tosatura alla filatura , ma non semplice descrizione, anche ammirazione espressa con sentimento di figlio e di paesano, affezionato ai ricordi di quella bella età che è l’adolescenza e poi la gioventù. Ed io -vicino agli OTTANTA – l’ho gustato e apprezzato tanto, pur NON AVENDO MAI FILATO, Nè TESSUTO!

  2. Probabilmente la pianta di cui parli è la Saponaria officinalis

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