La strega

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 di Maria Delli Quadri [1]

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La strega

strega1Era senza dubbio la bestia nera del popolo, lo spauracchio dei bambini, il terrore di tutte le mamme. Secondo diffuse credenze essa poteva trasformarsi in cento modi diversi: penetrava nell’intimità della casa sotto forma di cane o di gatto e rivolgeva le sue malefiche intenzioni soprattutto ai bambini, di cui succhiava il sangue. Di notte la bestia si avvicinava ai miseri giacigli, si abbeverava succhiando e percuoteva i piccoli con sacchetti di finissima sabbia. Poi, dopo il misfatto, spariva veloce come il vento.

Da dove entrasse e da dove uscisse nessuno era in grado di scoprirlo. Le conseguenze di queste “spedizioni punitive” erano visibili sui volti pallidi, emaciati e stanchi  dei bambini che avevano l’aria stralunata (chissà perché?).
Ogni sabato le streghe tutte si riunivano per un concilio e, dopo essersi unto tutto il corpo, ballavano nude come demoni intorno ad un grosso fuoco, finché, a cavallo di un caprone, volavano verso Benevento, sotto il famoso noce, dove continuavano per tutta la notte le loro macabre danze.strega 2
Il maleficio non si limitava solo ai bambini e alle ragazze. La strega poteva intrecciare la criniera dei cavalli per farne degli anelli da utilizzare nelle sue corse; poteva molestare i cani da guardia nella notte fonda quando tutto era buio e silenzio nelle case o nei campi. Gli animali domestici dovevano essere pertanto immunizzati dal sortilegio con delle croci che si facevano sulla loro fronte ottenute radendo i peli.strega 3Le madri di famiglia, per scongiurare il pericolo, buttavano nel fuoco un pizzico di sale o conficcavano sotto la sedia (operazione definita “ferrare la bestia “) un coltello acuminato, possibilmente col manico nero. Efficacia maggiore veniva data alla scopa (granara), posta dietro la porta d’ingresso, a un sacchetto di spago o di crine, a una pannocchia o a forbici e coltelli, nella speranza che la strega si ferisse, in modo da essere riconosciuta l’indomani tra le donne del vicinato che magari avessero portato una fasciatura alla mano o al polso.

La brutta bestia entrava nottetempo in casa, furtivamente, desiderosa di accingersi all’opera, ma… trovava tanti ostacoli: la pannocchia, la granara, gli  spaghi, le forbici o il coltello. Tutto doveva contare prima del canto del gallo, quando il maleficio aveva termine. Se la strega, iniziata l’opera, non la completava entro il termine previsto, la famiglia era salva, la megera sconfitta. Avrebbe avuto più fortuna un’altra volta (qui si vede la lotta tra il bene e il male).

Questi erano i racconti (non fiabe o favole) che ci toccava ascoltare da piccoli,  nelle sere d’inverno, quando ci si intratteneva vicino al fuoco con qualche persona del vicinato. Veniva spontaneo raccontare fatti e misfatti capitati a questo o a quello. Si faceva anche qualche maligna supposizione su chi potessestrega 4
essere la “nemica” che cercava le nostre disgrazie. In casa mia non credevamo a simili fandonie. Tuttavia la suggestione era tale che un giorno mia madre, cedendo ad un impulso improvviso, si fece convincere da una comare e si recò a casa di una “magara”, portando con sé una delle  figlie, la più piccolina, sempre pallida, debole e diafana, spesso affebbrata. Erano gli anni della guerra e nelle case mancava il nutrimento necessario per adulti e bambini. Il responso fu: “la bambina è stata presa e portata dalle streghe fino al Malpasso (un burrone spaventoso situato a pochi chilometri dal paese, oggi scomparso perché ostruito dai rifiuti di una discarica), dove è stata abbandonata all’addiaccio (di qui la febbre) e le è stato succhiato il sangue. Poi all’alba è stata riportata a casa senza che nessuno se ne accorgesse”. Mio padre non seppe mai nulla  di questa vicenda e noi, solidali con la mamma, rimanemmo sempre zitti, in attesa del miracolo che poi alla fine arrivò, grazie però a massicce dosi di olio di fegato di merluzzo, pancotto e qualche altro piccolo companatico. Adesso mia sorella è una bella signora di settant’anni o poco più. Lei naturalmente non ricorda nulla di queste peripezie.strega 6I racconti di questo genere erano affascinanti e nessuno degli adulti si preoccupava di generare traumi e sconquassi emotivi nelle nostre giovani coscienze. Noi ragazzi ascoltavamo i fatti con gli occhi sgranati e con la pelle d’oca. Mentre il vento ululando s’infiltrava nel camino e sparpagliava le fiamme con ondate di fumo nero, noi stavamo immobili, quasi  ipnotizzati, nonostante il terrore che ci faceva battere i denti. Il resto della casa era al buio, quindi per andare a dormire, dovevamo salire le scale. Il coraggio ci aiutava a vincere le allucinazioni, avendo, per tutto il tragitto fino alla camera, visioni di casse da morto, di scheletri, di streghe e furetti. Finalmente entravamo in camera al sicuro e chiudevamo la porta a chiave. Eravamo salve.

Di queste storie ci siamo nutriti noi della nostra generazione: io personalmente non ne sono stata contaminata, non ho mai creduto a nulla di tutto ciò. Quelli erano racconti corali, ricchi di fantasia malefica, come se l’umanità volesse scacciare il male che la colpiva scaricando tutte le colpe su queste donne che un tempo venivano arse vive sul rogo.

Ma… siamo poi tanto sicuri che la “gente” oggi non ci crede più?

L’umanità, nel corso dei secoli, ha sempre trovato rifugio ai suoi problemi nel sovrannaturale, alla ricerca di spiegazioni che potessero dare un senso alle cose della vita e del mondo. Di fronte al male che ha sempre perseguitato l’uomo, lo ha reso infelice, lo ha, a volte, fiaccato, l’unico rimedio al destino avverso egli lo ha trovato in figure e personaggi in bilico tra fantasia e realtà e a loro si è affidato, più che ad altri, per risolvere le proprie disgrazie. Oggi l’essere umano si è emancipato; tuttavia esistono ancora sacche di comunità fiduciose in cartomanti, maghi, fattucchiere che, con l’aiuto della TV e di volantini propagandistici, impazzano a tutte le ore del giorno e della notte sugli schermi, con tanto di telefono personalizzato, che squilla disciplinatamente sempre quando la linea è libera. L’amore, l’invidia, l’odio, il lavoro che non c’è sono i principali temi trattati. Le donne, soprattutto giovani, con timore pongono la domanda: “Mi ama lui?”,  “Quale amica mi tradisce?”, “Il mio lui troverà lavoro?“. I toni della risposta sono sempre pacati, rassicuranti e incoraggianti. Le mani, cariche di anelli e bracciali vistosi quanto mai, si muovono con disinvoltura, con le carte che scivolano, si sovrappongono, si dispongono in fila come mosse da volontà propria. Colpisce che la maggioranza dei richiedenti siano giovani donne certamente insicure che chiedono consolazione e rimedio in queste false profezie.

Che dire poi di quelle che leggono la mano? Una volta erano le zingare le specialiste. Nel nostro capoluogo di regione c’è una grossa comunità, ormai stanziale, i cui ragazzi vanno pure a scuola. Le donne sono tutte belle: portamento dritto ed elegante, gonne lunghe e “frosciute”, passo veloce e intraprendente, anelli, collane, orecchini pendenti, che si agitano ad ogni movimento. Procedono a gruppi e parlano tra loro una lingua a noi sconosciuta. Quando ti abbordano si esprimono in dialetto nostrano e, recitando giaculatorie propizie, ti chiedono l’elemosina. Se dai loro retta e una buona mancia, la lettura della mano è l’ottava meraviglia: una grossa vincita, un amore “splendido” finora ignorato, la felicità per tutta la vita.
Tutto ciò infonde anche  leggerezza e ottimismo nell’animo e, nonostante la nostra incredulità, ci procura un ché di fiducia e di sollievo.
Non era così per la strega, considerata sempre il genio del male. Sdentata, scapigliata, malvestita, sciancata: nell’immaginario collettivo era lei la dea del male, a portare sempre disgrazie ovunque il suo malevolo istinto l’avesse portata. La doppia identità, donna normale di giorno, serva del diavolo la notte la rendeva un personaggio temuto da grandi e piccini.

Mia madre diceva che, avendo carpito la fiducia del prossimo con l’inganno, finivano tutte, poi, nell’abbandono e nella miseria.

A conclusione di questa storia da me narrata, posso dire che una gran parte della mia vita è trascorsa nel dilemma: credere o non credere? Di fronte alle testimonianze di persone che asserivano con sicurezza di avere vissuto simili esperienze, le mie certezze a volte vacillavano. Poi, infine, la ragione e il buon senso hanno vinto la battaglia, ritrovando la luce e relegando nell’ombra il mondo buio del medioevo.

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[1]  Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

7 Commenti

  1.  Nelle sere d’estate, che trascorrevamo seduti davanti casa con il vicinato, anche a me e alle mie amiche venivano raccontate le storie delle “ianare” che si intrufolavano di notte in casa per farti del male. Secondo le nostre nonne la loro presenza era confermata, oltre che dai visi sconvolti e dai corpi doloranti dei malcapitati anche da escrementi che venivano lasciati sul pavimento, nelle scarpe o sulle coperte. Ci dicevano anche che qualcuna era stata riconosciuta e che a dare la certezza assoluta che la “sospettata” fosse una “ianara” era il fatto che il giorno del funerale della presunta colpevole ci fossero lampi, tuoni e piogge torrenziali. Noi ragazzine il più delle volte ridevamo di questi racconti, ma qualche volta chi raccontava metteva tanti particolari nella storia, creava una certa “suspence” che ci suggestionava e nonostante fosse agosto andavamo a letto nascondendo anche il volto sotto le coperte!!!

  2.  Ha ragione da vendere, Maria, quando afferma : “…nessuno degli adulti si preoccupava di generare traumi e sconquassi
    emotivi nelle nostre giovani coscienze. Noi ragazzi ascoltavamo i fatti
    con gli occhi sgranati e con la pelle d’oca.”
    Non so bene, ma la mia impressione è che gli adulti si divertissero a raccontare queste storie di streghe e di altro ancora. Io, purtroppo, nonostante la mia età e gli accertati risultati della scienza, vivo ancora sotto lo choc di uno di questi racconti (sempre sotto il camino, con la sola luce delle fiamme del fuoco, buio tutto intorno e vento che fischiava), .
    Ecco, il racconto più lugubre mai da me ascoltato fu quello raccontato da una mia zia e relativo ad una ragazza che, secondo lei, era stata messa nella bara ancora viva  e lasciata in essa nella cappella del cimitero in attesa, il giorno dopo, della tumulazione. Sempre secondo quel racconto, il giorno dopo la ragazza fu trovata con le unghie delle mani ficcate sul viso… … … evidentemente si era svegliata dalla morte apparente.
    Sono ancora scosso da quel racconto…………………………………………………….

  3. A quanto vedo molti di noi sono stati segnati da questi racconti raccapriccianti, rimasti poi sepolti nel fondo dell’animo, pronti a riemergere alla prima circostanza. Ciò vuol dire che , a conti fatti, ne siamo stati influenzati anche troppo.

  4. Maria cara, ancora una volta ci hai regalato dei ricordi che hanno accompagnato la ns infanzia con paure e tanta confusione…Mi permetto di spendere due paroline in più sulla figura della “Strega” demonizzata e immolata per tamponare l’ignoranza…

    “Le streghe cantavano canzoni sacre, erano ostetriche e guaritrici, guide e maestre della saggezza spirituale.
    I popoli della Vecchia Europa vivevano a stretto contatto con la terra e consideravano sacro il loro rapporto con la natura, poiché concepivano il loro mondo come una manifestazione del divino.”
    Phyllis Curott

    Per saperne di più sulle streghe: http://www.acam.it/donne-streghe-potere-delle-signore-montagna/

  5. cara MARIA, se il tuo fantastico racconto avesse un titolo potrebbe ben paragonarsi ad un libro di HARRY POTTER: la lotta del bene e del male è sempre esistita, perché è insita nella natura umana … Credere o non credere!…anticamente c’era più “ignoranza”e ci si affidava di più a chi si credeva potesse dare sollievo… benché anche oggi- dici bene – ci sono maghi e imbonitori d’ogni risma..

  6. Forse era un modo grossolano per tenerci impauriti e tranquilli; certo che non andavano per il sottile. Le storie che ci raccontavano ci rendevano insicuri e confusi e non si camminava mai da soli all’imbrunire, ricordo benissimo i “nè meccumpagne a ca nonna” che rivolgevo a mia sorella. Maria entra nel dettaglio e ci fa rivivere quei momenti mai dimenticati. Grazie

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