La signora Angiolina

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di Maria Delli Quadri [1]

Foto da cui è tratto il particolare del volto della signora Angiolina (Foligno 1956 – dall’album di Giuseppe di Ciero)

“La Signora Angiolina”: tutti noi la chiamavamo così  e le portavamo grande rispetto. Me la ricordo sempre vestita di nero, essendo vedova da diversi anni. Aveva l’andatura scattante, il passo svelto e disinvolto. Religiosissima, portava degli  occhiali di vetro spessi i quali  le conferivano un’aria severa che si addolciva quando, nel raccontare un fatto comico capitatole, scoppiava a ridere rumorosamente  contagiando l’interlocutore.
Era un’infermiera “sul territorio” come si suol dire oggi, e svolgeva il suo arduo compito con serietà e professionalità. Non dipendeva da enti o da associazioni, ma si muoveva liberamente secondo le chiamate ricevute e gli incarichi presi. Con qualunque tempo entrava e usciva dalle case,  bene accolta come una salvatrice là  dove era richiesto il suo intervento; questo   poteva essere un’ iniezione, un clistere, la somministrazione di una pozione racchiusa nell’ostia,  una delle le specialità di don Serafino, il farmacista, o l’esecuzione di una fasciatura, un massaggio particolare o soltanto la misurazione della febbre col suo termometro.

La famiglia
Era originaria di Vastogirardi, ma residente in Agnone dove era arrivata al seguito del marito che aveva lavorato come forestale nel nostro paese. Aveva tre figli: Regina, Nicolino, Mariantonia; quest’ultima era morta in età giovanile ed era stata sepolta nel nostro cimitero dove è ben visibile ancora oggi la sua lapide, sulla quale spicca una fotografia che la ritrae con due occhi grandi e profondi e due trecce che adornano il viso, non bello ma molto espressivo; Regina, docente di spicco a Campobasso, ha preparato generazioni e generazioni  di insegnanti  per il concorso magistrale; Nicolino è stato  anche lui impiegato nella forestale. Oggi la figura di spicco della famiglia è il nipote (figlio di Nicolino) don Francesco Martino, noto a tutti per le battaglie contro la chiusura del glorioso ospedale “San Francesco Caracciolo” di Agnone.

Gli strumenti di lavoro
La signora Angiolina portava sempre una grande borsa nella quale custodiva i suoi arnesi di pronto intervento. A casa nostra veniva per fare le iniezioni alla mamma che era sempre un po’ cagionevole di salute. Prima della sua venuta, in mattinata, noi avevamo già  provveduto a far bollire la nostra siringa personale. A quei tempi non esistevano ancora le “usa e getta”, sicché  impiegavamo i nostri strumenti di vetro contenuti in apposite scatoline di alluminio o di acciaio. Le bolliture frequenti lasciavano sul metallo una patina calcarea che poteva sembrare sporcizia e invece era pulizia, anche eccessiva.  Rigorosamente il tutto doveva bollire 10 minuti o anche un quarto d’ora per far sterilizzare  ben bene l’oggetto.
Nell’attesa la signora raccontava con discrezione qualche fatto di cronaca paesana di cui era venuta  a conoscenza senza mai cadere nel pettegolezzo. Quando c’era da ridere, dava libero sfogo alla sua ilarità e contagiava anche la mamma che aveva tanto bisogno di ridere.  L’attesa diventava più lunga quando la donna doveva usare la sua siringa. Poteva capitare che la famiglia non l’avesse e allora provvedeva lei a portarla. Era molto scrupolosa in fatto di disinfezione ed aveva ben ragione, perché non si sono  contati i casi di epatite virale sviluppatisi in seguito alla poca igiene impiegata nell’uso promiscuo di tali oggetti.
La  grande borsa della signora mi affascinava: avrei dato chissà che per dare una sbirciatina al suo contenuto, per infilare una mano e toccare quelle cose  che, secondo me, dovevano essere veri e propri  tesori.
E così, nello scorrere monotono delle stagioni e nel volgere degli anni, la signora Angiolina andava e veniva dalla nostra casa e da quelle degli altri. Io a quel tempo, non avevo compreso che tutte le iniezioni venivano  puntualmente pagate e che lei viveva  di questo lavoro.

Impara l’arte…
Un giorno, ero ormai una signorinella,  mi abbordò con cipiglio severo dicendomi: “E’ tempo che impari tu a fare le iniezioni. Tua madre ne ha bisogno praticamente sempre ed è giusto che io passi la mano. Non  preoccuparti, ci sarò io ad insegnarti”. Mi sentii tradita e per questo cercai di protestare, di svignarmela, di tirarmi fuori. Affermai con forza che non avrei avuto il  coraggio necessario, che mi tremava la mano, che non potevo accettare: come se avessi potuto accampare tante scuse. Il muro di fronte a me diventò invalicabile e perfino la mamma  si sentì in dovere di dirmi che la siringa era una sciocchezza. Le mie proteste non sortirono effetto alcuno, sicché arrivai trafelata e preoccupata alla prima lezione. La signora Angiolina posizionò un cuscino sulle sue gambe, poi afferrò con determinazione la siringa piena d’acqua e, mentre con la mano sinistra tendeva la stoffa  con la destra infilò con destrezza l’ago. Miracolo: l’iniezione era approdata a destinazione.
A questo punto toccò a me: il rito fu ripetuto, il cuscino fu adagiato, l’ago fu riempito… “Ci vuole forza” mi era stato detto ed io… feci forza ma l’ago si piegò. Addussi questo piccolo incidente di percorso come scusa per non fare. Fu tutto inutile: dovetti ripetere… e, miracolo!,  tutto andò poi per il meglio.
La pratica mi sveltì la mano, ma la grande difficoltà si presentò quando al posto del cuscino mi trovai di fronte un  vero sedere. Dovetti procurarle molto dolore se lei, la mamma, senza un lamento, ebbe una grossa contrazione.
L’iniezione fu fatta ed io mi sentii come colei che aveva scalato il Kappa2. Col tempo migliorai e diventai perfino delicata e brava.

Le infermiere sul territorio: mestiere antico e moderno
Oggi una donna che svolga simili compiti non si trova facilmente: bisogna usare la macchina per coprire i percorsi a distanza, trovare il parcheggio, citofonare, aspettare l’apertura del portone, salire le scale dei palazzi, arrivare ai piani alti; eseguita l’operazione poi riscendere e ricominciare daccapo. A Capracotta svolgeva questo compito una donna di nome Cenzina che girava per le case ed eseguiva il compito meticolosamente. A Campobasso alcuni anni fa ho pagato 5 euro a siringa: furono 30 euro alla fine della cura, per 6 iniezioni, una bella sommetta se si pensa alla quantità del lavoro da fare in una giornata. Nelle città oggi è facile trovare sulle vetrine di qualche bottega di barbiere o di sarto un avviso che comunica il numero di telefono di qualcuno disponibile per questo incarico.

Nei paesi di un tempo costruiti più a misura d’uomo era facile entrare e uscire dalle case,  portare sollievo al malato, magari misurargli solo la febbre, sentire le pulsazioni, incoraggiare i famigliari a non abbattersi, fare quasi le veci del dottore. La gratitudine della famiglia per queste persone era tangibile e pronunciata, tanto che anche lei, la signora Angiolina, si meritò il diritto al regalo di Natale e Pasqua, rigorosamente in natura.

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Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.

Editing: Flora Delli Quadri
Copiright: Altosannio magazine

2 Commenti

  1. Cara Maria ,non c’è argomento che tu non sappia trattare con disinvoltura e ricchezza di particolari, che rendono sempre piacevole la lettura dei tuoi racconti! Anch’io ho imparato come te a fare le “punture”…. per cui quando abitavo a Chieti nel condominio- come pure ora nella mia casa –sono sempre l’infermiera pronta e solerte! E GRATIS!

  2. Bellissimo racconto …
    nei ricordi di Maria Delli Quadri!
    La descrizione delle persone, delle esperienze personali e delle usanze dei tempi passati affascinano il lettore e lo spingono al confronto con le proprie esperienze e con i propri ricordi!
    Auguri di una “buona lettura” a tutti!

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