La Sangritana e altro ancora

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di Luca Fasano[1]

Nel suo libro “Scì  benditt’  lu  citro” [2], Luca Fasano racconta alcuni episodi della vita santangiolese (Sant’Angelo del Pesco). Qui parla dei tempi romantici della Sangritana e di quel che successe quando venne sostituita con una superstrada non ancora terminata.

Sangritana 3

A S. Angelo c’era, almeno fino a non molti anni fa, un’altra autentica “istituzione”: la Sangritana. Questo era un simpatico trenino monovagone, che da Castel di Sangro, il centro abitato più grande della zona, portava fino a Lanciano, facendo tappa praticamente in tutti i paesini che sorgono a ridosso del fiume Sangro. Uno di questi era appunto S. Angelo che, con Gamberale e Pizzoferrato, divideva una piccola stazioncina quasi sulle sponde del fiume, nei pressi dei ruderi del vecchio ponte, inaugurato dall’Abate Meccia nel lontano 1928 ed ora in stato di completo abbandono. Oggi anche la stazione è dismessa, ma rimane il casolare rosa, testimone immortale di tantissime pescate mie e di Bruno e scrigno di innumerevoli ricordi. Molti anni fa, il capostazione era…una donna, la moglie di Camillo, altro noto pescatore del posto. Questi era un altro personaggio da raccontare. Camillo, infatti, vista la sua assidua frequentazione del fiume, conosceva alla perfezione tutti i posti migliori per la pesca. Non solo. Vivendo praticamente giorno e notte sul Sangro, sapeva addirittura quanti e quali tipi di pesci c’erano in ogni “buca”, o “pantera”, come qui viene chiamata, per motivi che a me sfuggono, una pozza d’acqua più larga e profonda. Ci diceva ad esempio: “Loch c’stien tre trotte, quatte bierb e sei rivelle (Là ci stanno tre trote, quattro barbi e sei triotti)”. A lui penso si debba anche l’invenzione del “cane da pesca”. E’ nota a tutti l’esistenza dei cani da caccia. Lui aveva invece un inseparabile cane da pesca, che lo seguiva ovunque, anche sulle rocce in mezzo al fiume e, secondo me, gli dava anche una mano (o una zampa), da buon segugio, nel recupero dei pesci catturati. Camillo, comunque, era meglio noto con il soprannome di Cannone, non ho mai capito se dovuto alla sua grossa canna da pesca o al fatto che, quando raccontava delle sue catture, le…sparava grosse! Fatto sta che una volta mamma e papà scorsero da lontano Camillo. Mamma, ben conoscendo Ugo, già famoso per la sua distrazione, pensò di prevenire qualcuna delle sue gaffe, avvisandolo: “Ugo, mi raccomando, non lo chiamare Cannone, si chiama Camillo!”. Naturalmente, Ugo, che specie negli ultimi tempi aveva seri problemi di udito, alla vista di Camillo, esordì con un: “Caro Cannone!”…Ma torniamo alla Sangritana, che per tantissimi anni, è stata la compagna fedele delle nostre battute sul Sangro. In pratica, era poco più di una diligenza e ricordava da vicino i trenini del Far West. Inoltre era molto a “conduzione familiare”, per cui, se necessario, potevi chiedere il piacere al manovratore di farti scendere praticamente dove volevi, anche in assenza di stazioni. L’unica accortezza che bisognava avere era che, nel corso dei nostri spostamenti a piedi, dovevi evitare di passare sui binari, soprattutto quando sentivi il caratteristico fischio che ti avvertiva del suo imminente arrivo.

Fondovalle_Sangro

La costruzione della superstrada segnò purtroppo la fine della Sangritana, sostituita dal servizio su gomma, altrettanto efficiente, ma molto meno…romantico. Si tentò per alcuni anni un recupero, con l’istituzione del cosiddetto “Trenino della valle”, vagoncino multicolore che univa l’utile (il semplice trasporto) al dilettevole (l’abbinamento, ad esempio, a gite in battello sul lago di Bomba o a mini pellegrinaggi al cosiddetto “miracolo eucaristico” di Lanciano), ma l’esperimento, dopo l’entusiasmo iniziale, ebbe vita breve. Per noi fu una grave perdita, un altro pezzetto della nostra giovinezza che finiva sul…binario morto. L’avvento della superstrada, dunque, se da una parte segnò un sensibile miglioramento della viabilità, con un notevole accorciamento dei tempi di percorrenza, nel nostro caso Roma-S. Angelo o Caserta-S. Angelo e ritorno, dall’altra facilitò l’invasione di luoghi un tempo quasi vergini e incontaminati da parte di orde di barbari. Mi dispiace dire, come figlio di napoletano, che vive tra l’altro a Caserta, che molte di queste orde provenivano e provengono da Napoli e dintorni. E così come non posso vedere i leghisti e le loro insulse cravattine verdi, non sopporto nemmeno le carovane di gitanti quasi sempre campani che, come Attila e i suoi Unni, dopo aver fagocitato tutto il fagocitabile, e anche qualcosa in più, lasciano, come uniche tracce del loro passaggio, solo carte, bicchieri e posate di plastica, buste e bustarelle multicolori. Probabilmente non è tutta colpa loro, ma di quello che noi continuiamo a chiamare erroneamente “progresso”. Fatto sta che, da molti anni ormai, dal Sangro, causa inquinamento, sono sparite intere specie animali, ittiche e non, dalle lontre ai capitoni, ai barbi, ai gamberi di fiume. Non mi piace passare per razzista, né voglio fare “di tutt’erba un fascio”, ma come mi sono antipatici i romani, miei ex compaesani, quando si abbandonano ad un dialetto sguaiato e infarcito di parolacce, della serie: “A fjo de na m…” o “A li mort…tua!”, così non amo la volgarità e l’inciviltà, qualunque ne sia la provenienza.

Detto degli svantaggi, l’inaugurazione dell’autostrada, che nel progetto iniziale doveva portare fino al mare, cosa che forse accadrà prima della nostra dipartita da questa terra, favorì anche lo sviluppo del turismo di massa, non solo del lato Molise (S. Angelo, Pescopennataro, Capracotta), ma anche di quello abruzzese. Proprio sotto S. Angelo, infatti, il Sangro funge da confine tra la provincia di Isernia e quella di Chieti. Il lato comico della cosa, almeno rimanendo in ambito piscatorio, è che i regolamenti relativi all’attività ittica delle due province a volte non collimano. Può accadere, pertanto, che, in certi periodi dell’anno, da una sponda la pesca sia consentita e dall’altra, distante magari tre metri, no. Così come è possibile che la misura minima della trota a Chieti sia 22 cm, a Isernia 20, e via dicendo. Cose che accadono solo in Italia. Tornando alla sponda chietina, un modernissimo albergo-ristorante, di recente costruzione, con tanto di piscina, fa da spartiacque alla strada che da lì si biforca in due direzioni opposte: una verso Gamberale, l’altra verso Pizzoferrato. Salendo verso destra (direzione Pizzoferrato), e superato dopo poche centinaia di metri il ponticello sul rio Lama, la strada si inerpica sensibilmente e si incontrano, in ordine sparso, splendidi casolari immersi nel verde. Uno di questi, debitamente ristrutturato, ci ha visto spesso ospiti di Tonino, vecchio amico d’infanzia (e non solo) di Bruno. Tonino, che tra l’altro ha sposato la figlia del già citato Camillo, appartiene ad un’altra delle famiglie santangiolesi che hanno da sempre condiviso le nostre vacanze estive o invernali, quella di Amerista e della Signora Marietta. In particolare, Nina, sorella di Tonino, Lucia e Antonietta, a sua volta moglie di Guido, il cugino di mamma, si vanta ancora oggi di avermi cresciuto e tenuto in braccio quando ero ancora “nu bellu citro”, correndo in mio soccorso quando, preso da pianti irrefrenabili, rimanevo a lungo in apnea, diventando viola. Reminiscenze giovanili a parte, quando ci ritroviamo tutti insieme, con le rispettive discendenze, non è raro rinverdire i…fasti dei pranzi di casa Preziosi. Se poi non siamo invitati da Tonino, la salita verso Pizzoferrato offre numerose alternative. Negli ultimi anni infatti, lo sport più diffuso da queste parti è stato la ”corsa all’agriturismo”, anche se raramente i moltissimi ristoranti sorti come funghi nella zona possono effettivamente definirsi tali. Per fortuna Bruno, notoriamente un buongustaio, provandoli un po’ alla volta tutti o quasi, sta facendo un’accurata mappatura di quelli consigliabili. L’altra novità degli ultimi 10-15 anni è stata la caccia al tartufo. Prima di allora, nessuno qui sapeva neanche cosa fosse un tartufo. Ora proliferano i cacciatoti di tartufi, nonché i ristoranti che decantano il tartufo come loro specialità, mentre svariati paesi si fregiano del titolo altisonante di “città del tartufo”, primi tra tutti Ateleta e S. Pietro avellana. Chi riesce a sopravvivere ai pranzi dell’agriturismo di turno, può finalmente raggiungere Pizzoferrato e inerpicarsi a piedi (se ce la fa) fino in cima alla rupe, dove un belvedere, definito da D’Annunzio la “terrazza d’Italia”, domina il paese e tutta la valle sottostante, al pari di quello di Pescopennataro sull’altro versante. Ridiscesi in paese, rimangono da visitare nei pressi almeno due località: una, S. Domenico, legata al culto del santo, dove si può visitare una cappellina e bere nella vicina area pic-nic un’ottima acqua di sorgente; l’altra, nota come Valle del Sole, ormai selvaggiamente lottizzata con alberghi e villette a schiera e meta di turismo soprattutto invernale per la presenza di piste da sci. Riprendendo poi la statale che ricollega Pizzoferrato a Gamberale, il quale contende a S. Angelo il titolo di paese più piccolo e meno abitato della zona, con poco più di 300 residenti fissi, si ridiscende infine a valle, dove si completa il lungo giro circolare proprio dinanzi all’albergo sul fiume.

 

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[1][2]Luca Fasano, Giornalista pubblicista, ha già pubblicato, per “ilmiolibro.it” del Gruppo editoriale l’Espresso, quattro opere: “Il cassintegrale” (2009), “Roma-Caserta solo andata” (2010), “Scì benditt’ lu citro” (2011) e “Viaggio al centro della Terra…di Lavoro” (2014), tutte dichiaratamente autobiografiche.

Sciambenditt.
Sciambenditt.

Musica: Richard Clayderman  From A Distance
Editing:
Enzo C. Delli Quadri

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