La pigna di pietra

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Racconto di Gustavo Tempesta Petresine  [1]

In un tempo lontano, circa centocinquant’anni fa, uno scalpellino del paese, molto considerato e ricercato per la sua bravura fu fatto chiamare da un ricco signore che abitava in un paese poco distante da questo.

L’uomo molto riservato e di poche parole chiese allo scalpellino di completare il suo monumento funebre con una pigna, ma non una pigna come noi la intendiamo, bensì una pigna di abete, da scolpire a tutto tondo e finita l’opera da consegnare personalmente nelle sue mani. Una pigna d’abete! -pensò l’artigiano- Che strano desiderio, dubito che qualcuno abbia mai fatto una richiesta del genere, del resto non ne ho mai viste scolpite, solo dipinte o disegnate. Mah! Contento lui, per me è una commissione come un’altra. Il ricco committente ci tenne a precisare:
“La voglio né troppo corta né troppo lunga, e che non sia perfettamente simmetrica, mi raccomando!” Per quanto riguarda il compenso ti pagherò il doppio di quello che chiedi di solito.

Il povero artigiano non poteva immaginare quante di quelle volte avrebbe rifatto il tragitto dal suo paese a quello del benestante e bizzarro signore. Si mise in viaggio incamminandosi, e a notte tarda, dirigendosi nella sua bottega, allettato dal consistente guadagno che gli avrebbe fruttato quell’opera cominciò a “buttare giu” qualche abbozzo, ma vinto dal sonno e dalla stanchezza decise di rincasare e rimandare il tutto al giorno seguente.

Quella notte la passò serena e dolci sogni lo rapivano in atmosfere incantate di paesaggi di ruscelli e mormorii di alberi carezzati dal vento e l’acqua di una sorgente così limpida e chiara che non ne aveva mai bevuta prima. Si alzò di buon mattino per iniziare l’opera, ma pensando al denaro che avrebbe ricevuto prese la prima pietra che gli capitò sotto mano e, cominciando a sbozzarla, in poche ore ne trasse una bella pigna, né troppo lunga né troppo corta e certamente asimmetrica come da richiesta. Contento come una “pasqua” si mise subito in cammino e non fermandosi mai per riposare contò di arrivare a fare la consegna prima di sera. Ma quale amara delusione avrebbe mandato in fumo la sua aspettativa! Quando il ricco signore si trovò sotto gli occhi quel pezzo di pietra slavata e senz’anima se ne addolorò molto, e senza prolungarsi nel parlare invitò lo scalpellino a rifare tutto daccapo congedandolo con un gesto della mano.

L’artigiano sconsolato, più deluso che stanco tornò al paese, questa volta diretto verso casa, dove appena toccata la cena si riversò sul letto e si addormentò pesantemente. Al risveglio si ripromise di fare la nuova pigna riproducendola come da disegno nei più minuti particolari. Lavorò tutto il giorno, e la notte, e parte del giorno dopo. Soddisfatto di quel capolavoro formato dalle sue mani si sedette sullo sgabello e si appisolò. Quella notte dormì molto male, sarà per la desueta postura o per il timore che il lavoro potesse essere di nuovo rifiutato e fece dei sogni strani e strampalati. Voleva fuggire da qualcosa ma non riusciva a scappare, volava molto in alto avendo la paura di cadere e sfracellarsi al suolo, lo mordeva un cane e lui non riusciva a difendersi.

Prima di ripartire volle passare per casa a sciacquarsi il viso e farsi vedere dalla famiglia. Non disse una parola e a testa bassa si incamminò preso da un malessere che gli veniva da dentro. E se non fosse stato pagato! E se anche stavolta gli sarebbe andata male e quel signore gli avrebbe nuovamente rifiutato il lavoro? Ma no, ma no, sarebbe andato tutto per il suo verso, del resto la pigna era perfetta e sarebbe stata pagata profumatamente.

Rimuginando questi pensieri giunse nuovamente alla porta dello strano uomo, che gentilmente lo fece entrare offrendogli una sedia, gli dette da bere del vino e senza togliere la pigna dall’involucro di juta la portò alle narici e l’annusò.
“Ma come” disse l’artigiano “voi non la guardate nemmeno, levatela dal sacco, vedrete che perfezione e che dettagli!”
Il signore accigliato, glie la restituì delicatamente, poi disse:
“Ma non sentite che manca di profumo!”
“Povero me, quest’uomo è pazzo!” – rimbrottò dentro di se lo scalpellino-
Poi disse con voce quasi alterata:
“Come pretendete che un pezzo di pietra, anche se ben scolpito possa in qualche maniera odorare?”
“Vedete buon mastro” -rispose il laconico committente- “le spighe del grano, le più belle e perfette riservano brutte sorprese, molte di loto sono vuote…” e si fermò dando ad intendere che avrebbe potuto continuare.
“Andate, maestro, la prossima volta che tornerete accetterò il vostro lavoro”

L’artigiano mandava giù bile, e fece uno sforzo sovrumano nel trattenere le bestemmie e la voglia di passarlo per le mani.
L’infinita pazienza della quale era dotato e il lavoro che in qualche modo doveva essere pagato, lo fecero desistere dal mettere in pratica certi pensieri. Con tutta la pazienza che aveva accumulato in anni di sopportazione, si immise nel viaggio di ritorno. Era tardi e stava facendo notte, mise le “gambe in spalla” e a passo svelto consumò il cammino. Cosa mai cercava quell’uomo! E quei discorsi strani sulle spighe di grano vuote, lui non riusciva a capire. Cosa c’entrava una spiga vuota con la rappresentazione di una pigna, scolpita. La strada del ritorno gli era sembrata più breve stavolta, sicuramente perché le sue gambe si erano dissociate da quel brulichio di ragionamenti che si andava facendo, lungo la strada e i sentieri. Scorgendo le luci del paese avvertì la stanchezza nelle gambe e si distolse dai pensieri. Passò il giorno appresso non combinando nulla, entrava e usciva da quella bottega cercando di abbozzare un disegno, ne aveva fatti tanti ma gli sembravano tutti uguali, copie di copie, tutti bellissimi e privi di vita.

Non era sua abitudine frequentare spesso l’osteria ma quella sera vi si trattenne per molto tempo e chiacchierando con i compaesani sbottonò il fatto e la commissione che gli era stata fatta. “Dai”, i compagni di quartino curiosi gli chiedevano dei particolari, e lui non la finiva più di raccontare quella storia e quella pigna che aveva ormai preso così a cuore.
“Sono tre giorni che lavoro e cammino e non ho ancora portato a casa un soldo” diceva, togliendosi e rimettendosi la coppola sulla testa preoccupata. In quel momento un uomo, seduto ad un tavolino in disparte, dopo avere tracannato il rimanente vino della foglietta si avvicinò. Nessuno lo aveva notato, forse lo avevano visto entrare distrattamente. Di forestieri allora ne passavano molti, si soffermavano alla cantina e riprendevano il loro viaggio a piedi o a dorso di mulo. L’omone si alzò dalla sedia e avvicinandosi al tavolo, che sovrastava con la sua mole, senza presentarsi con il suo nome, rivolto allo scalpellino disse con voce seriosa e potente: la pigna di cui vuole la scultura il tuo cliente la troverai su un grandissimo albero in mezzo al bosco proseguendo per il sentiero che conduce all’eremo San Luca. Guardati sempre sulla tua sinistra, non ti sarà difficile notarlo poiché è un albero immenso, salendoci sopra ci troverai tre pigne: le prime due che toccherai si sbricioleranno fra le tue mani, la terza ti farà sudare poiché non vorrà staccarsi dalla sua cima; solo quella sarà il modello della tua scultura. L’omone uscì senza salutare, e dopo avere pagato in silenzio l’oste, lisciandosi la incolta barbaccia si incamminò per la strada che porta ad Agnone.

Nella cantina rimasero tutti perplessi commentando, chi affascinato, chi con aria scherzosa, le parole del forestiero. E l’uno diceva “ma quale albero gigantesco, lo avremmo visto anche noi, e sicuramente lo avresti visto anche tu”- rivolgendosi al mastro scalpellino- “quel sentiero e quella parte di bosco la conosciamo come le nostre tasche”, e l’altro ridacchiava e scuoteva la testa. All’uomo rimasero impresse le parole del forestiero, ma non fece trasparire il suo turbamento evitando così di essere preso in giro da quei buontemponi. Il giorno dopo si alzò di buon mattino riposato e rasserenato dai dolci sogni della prima volta che gli fu commissionato il lavoro. Si preparò la colazione con due fette di pane e olio, le avvolse in una pesante carta da macellaio facendole combaciare con la parte unta, riempì di vino “re perette” mise il tutto in una bisaccia e aprendo il portone di casa diede il buongiorno al mattino.

A pochi minuti di cammino dal paese si inerpicavano gli abeti maestosi e qui e la si potevano notare diversi sentieri che portavano all’interno del bosco, battuti questi, dagli abitanti del luogo per procurarsi fascine di legna e approvvigionarsi di deliziosi porcini e galletti. L’artigiano imboccò il sentiero che solitamente percorreva per recarsi fino al mote San luca. Amava molto quella viuzza battuta e rimasta impressa sul dorso della montagna. Salendo da qui si arrivava al vecchio pozzo, da dove attingere l’acqua raccolta che filtrava dal sottosuolo del bosco. Era dolce e amara, sapeva di risa e di pianto. Inoltratosi nel sentiero, alla sua destra scorreva il torrentello che scosceso andava raccogliendo l’acqua dello sciogliersi della ultima neve di Maggio e abbeverava le prime erbe e i lunghi “coppi d’acqua” che crescevano nel mezzo dei sassi inverditi di muschio. Salendo e camminando avvertì un potente fruscio di rami. Ricordando le parole dell’omone che lo aveva consigliato la sera precedente, si voltò alla sua sinistra e vide un albero maestoso che ondeggiava dolce e amichevole le fronde dei suoi rami. Si avvicinò a quel gigante e meditabondo, grattandosi la testa sotto la coppola pensava:
“che strano, possibile che nessuno del paese abbia mai notato una pianta così maestosa.”
Restò un poco ad ammirare l’albero, poi si sedette sulle radici di quella madre che lo ombreggiava e lo proteggeva, aprì il fagotto della colazione e bevve dalla “peretta.” Un vigore venutogli meno dai suoi settant’anni gli riempì braccia e gambe, si arrampicò sulla pianta e arrivato sulla robusta cima, scorse le tre pigne. Come aveva fatto quel forestiero a sapere che ce ne erano solo tre. Forse aveva tirato a indovinare o aveva azzardato un ipotetico numero, così, tanto per colorire il discorso. Afferrò una di quelle, e sfarfallandoglisi fra le dita disperse attorno il suo contenuto. Ne afferrò un’altra e quella si spezzò fra le sue mani, cadendo sui rami sottostanti e spargendo i suoi semi, rimbalzando fino a toccare il suolo. Cercò di cogliere la terza ma questa non ne voleva sapere di staccarsi. Provava e riprovava, sudava molto e faceva una grande fatica cercando di tirarla via.. Ricordandosi di un coltellino messo nella bisaccia insieme alla colazione scese dalla pianta per prenderlo. Risalì fino alla cima e avvicinando la lama intaccò delicatamente la pigna che venne via dall’albero profumandogli le mani di resina.

Nella sua bottega mise il modello sul piedistallo, lo studiò bene, prese le distanze di riferimento e iniziò ad accidiare la pietra dopo avere controllato che questa fosse di consistenza uniforme; abbozzò il soggetto e continuò a lavorare di bulino. Diede alla pietra una vaga forma cilindrica e man mano che procedeva, sbeccando in modo imperfetto la pietra, un profumo d’antico e polvere bianca gli schiariva il viso Per tre giorni non mangiò, e bevve solo acqua di fonte. Il terzo giorno finita l’opera, la lisciò con la pomice, la avvolse nella solita juta e si mise in viaggio per consegnarla. Arrivato a destinazione dove risiedeva quell’uomo strano e insofferente, bussò alla sua porta. Bussò e ribussò; nessuno veniva ad aprirgli. Una vecchia vestita di scuro lo indicava con un bastone. Non l’aveva notata, eppure era appena dietro di lui. La vecchina non domandò nulla e non dando nemmeno il tempo di domandare, allo scalpellino, esprimendosi in dialetto disse:
“ z’è morte”

L’uomo fu invaso da inquietudine e lasciatosi scivolare la pigna dalle mani, questa cadde sul selciato e si ruppe aprendosi a metà. Nel suo immenso stupore l’interno della pietra scolpita rivelava la presenza di… un seme d’abete.

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[1] Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Flora Delli Quadri 

 

8 Commenti

  1. Come sempre i tuoi racconti , come le tue poesie riescono ad arrivare al cuore e all’anima di chi li legge. Tutti noi vorremmo avere la magica sorpresa di trovare un seme di abete odoroso all’interno di una pigna di pietra. Ma questo purtroppo succede solo nelle ” favole” come la tua.
    Nella realtà. quando non si conosce esattamente il proprio interlocutore , quando non si sa fino a che punto per realizzare i suoi sogni sarebbe disposto a calpestare i tuoi, e si è rimasti scottati dalle passate esperienze , la paura ti prende alla gola  e ti affretti a mettere in chiaro le cose che riguardano sia il compenso del lavoro svolto, ma anche, non meno importante, la pretesa di essere considerati ” persone” e non ” cose” , la pretesa che il proprio punto di vista venga tenuto in debito conto, la pretesa per se stessi di poter continuare ad avere dei sogni. 
    Altrimenti , potranno anche pagarti meglio, ma avrai effettuato solo un cambio di  padroni  ed il tuo cuore rimarrà di schiavo come la tua anima.
    Questo è quello a cui il tuo racconto mi fa pensare.

  2. bello ed emozionante questo racconto! ma anche fluido e scorrevole nella lettura! Complimenti all’autore ene aspettiamo altri…

  3. RACCONTO “COMPIUTO E COMPLETO “ che ha in sé un’anima, come la pigna aveva dentro di sé il seme d’abete: lo scritto mi ha richiamato alla mente un’antica leggenda, secondo la quale LEONARDO per dipingere Giuda cercò in un’osteria il modello, trovandolo in un tipo in preda all’alccol e alla cattiveria, per perdita al gioco dei dadi…Non ricordo l’autore della leggenda presente nei libri di testo delle elementari, una volta ….Che sia una reminiscenza scolastica del nostro autore Tempesta o da lui inventata e trasfigurata- mi piace.
    L’osteria è pur sempre un luogo di anime che “si liberano” nel vizio o dal vizio.
    E’ certo che qualcosa ha valore se è fatta con impegno, se ci si mette l’anima, che profuma quasi di sacrificio. E il simbolismo –salire in alto – qui è chiaro ed autentico.
    E mi piacciono alcuni termini” viuzza battuta e rimasta impressa sul dorso della montagna. oppure ” sfarfallandoglisi fra le dita disperse attorno il suo contenuto…”
    Ultima considerazione: i luoghi dell’autore sono UNIVERSALI; intendo dire che basterebbe cambiare AGNONE con MONTEFALCONE( il mio paese ) o il MONTE SAN LUCA col monte MAURO e il gioco è fatto … per lo scalpellino non c’ è problema; ce l’avrei in casa : mio padre, che faceva proprio questo lavoro….

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