La pastorizia, un’attività indispensabile alla natura.

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a cura di Paola Giaccio

La pastorizia è una delle forme più antiche di allevamento, praticata con la maggior parte delle specie animali domestiche da reddito: principalmente ovini, caprini, bovini, ma anche suini ed equini.

La pastorizia si contraddistingue dall’allevamento classico in stalle o recinti perché gli animali bestiame si nutrono lasciati liberi in un ambiente naturale ovvero sono al pascolo allo stato brado anziché nutriti con risorse dell’allevatore. Vi è una forte simbiosi che si instaura tra gli animali e il pastore, che si occupa di loro a tempo pieno, non limitandosi ad accompagnarli al pascolo, ma fornendo loro protezione dai predatori (anche con il tradizionale ausilio di cani), cure sanitarie, assistenza durante il parto ecc. Un’altra peculiarità di questo tipo di allevamento è che la persona che si occupa degli animali è generalmente la stessa che provvede alla trasformazione dei prodotti (dalla tosatura della lana alla produzione di derivati del latte). Gli uomini della preistoria usavano fortemente la pastorizia perché erano fondamentalmente nomadi.

Una tradizione antichissima postula l’assoluta contrapposizione, quindi l’inevitabile conflittualità tra popolazioni pastorali e popolazioni agricole, le prime per necessità nomadi, le seconde inevitabilmente stanziali. Nel tempo si creò tra le due tipologie di popolazione una relazione quasi simbiotica, non solo di razzia, ma anche di scambi commerciali con il mondo agricolo ed urbano.Mentre, peraltro, l’allevamento agricolo si fonda sui foraggi dei campi, l’autentica pastorizia si fonda sui foraggi naturali di pascoli generalmente stagionali, tanto che la pastorizia si è avvalsa, sistematicamente, del mutamento stagionale dei pascoli mediante gli spostamenti definiti transumanza. Tutto il Mediterraneo, ha sostenuto un grande storico moderno, è un “mare di montagna”, attorno al quale tra coste e monti si svilupparono, per millenni, mille piste per la transumanza.

Una delle più antiche tradizioni legate alla pastorizia è la transumanza, ossia l’uso di spostare le greggi verso le montagne in estate e verso valle in inverno, spesso spostandosi a piedi per centinaia di chilometri (anche se oggigiorno si ricorre spesso al trasporto con automezzi, limitando gli spostamenti a piedi a minimi tratti difficilmente praticabili in altro modo nelle parti iniziale e finale del percorso).
Certo è che le pecore fremono per andare sugli stazzi estivi, solitamente a quote elevate, un po’ meno i pastori che rimarrebbero ben volentieri a fondo valle se vi fosse sufficiente alimentazione.

Una verità è che la pastorizia è un mestiere duro segnato da fatiche inenarrabili, da orari impossibili, da forti preoccupazione per la salute degli animali e da poche soddisfazioni economiche. Ma la vita in libertà è autentica, rara e bella. Al di là delle fatiche il pastore vive il mondo, vive in mezzo agli animali che ama, se non fosse così non si preoccuperebbe per loro, e comprende bene la natura e le sue problematiche.
Ecco quindi un mestiere ecosostenibile per davvero.
Senza la pastorizia, così come senza le vacche al pascolo, il territorio diventerebbe un impressionante bosco e questo non è sempre un bene per la natura.

Il pascolo quindi, quel territorio isolato, alto, verdeggiante che permette non solo alle pecore e alla capre di alimentarsi, ma anche agli animali liberi, selvatici, come i caprioli, i cervi le marmotte, vere pulitrici delle praterie, e tanti altri erbivori che devono essere tutelati anche nell’alimentazione naturale derivante dai vegetali.

Un pascolo che nutre e che ci concede il miglior latte da formaggio e quindi il miglior formaggio. Ma senza il rispetto della natura anche il pascolo può essere danneggiato o addirittura distrutto. Ecco allora che pastori non hanno solo il compito di alimentare gli animali a loro affidati, ma anche quello di salvaguardare la montagna, di fungere anche da controllori di ciò che accade nei boschi e nelle distese erbose. Hanno anche la mansione di pulitori del sottobosco, per eliminare le pietre superflue, migliorare il flusso dei ruscelli, accatastare il legname e tante altre mansioni che solo chi vive in alpeggio può effettuare.

Tutto ciò è a beneficio della montagna e dell’uomo, non solo del pastore. E il beneficio maggiore, è proprio il risultato della trasformazione del latte che viene giù dai monti, spesso trasformato proprio sui monti. Un formaggio sano, se la natura è sana, un formaggio sano e buono perché deriva da animali sani, un formaggio buono perché il pastore sa rispettare la natura.
La pastorizia, un’attività davvero indispensabile alla natura.

Leggenda DI Marzo e il Pastore

Una mattina, là sul cominciare della primavera, un pastore usci colle pecore, e incontrò Marzo per la via.

Dice Marzo: – Buon giorno, pastore, dove porti oggi le pecore a pascere?
-Eh, Marzo, oggi vado al monte.
Bravo pastore! fai bene. Buon viaggio!- E fra sè disse: – Lascia fare a me, chè oggi ti rosolo io!-

E quel giorno al monte giù acqua a rovesci, un vero diluvio! Il pastore però che l’aveva squadrato ben bene in viso, e non gli era parso schietto, aveva fatto tutto all’incontrario. La sera nel tornare a casa rincontra Marzo:

Embe’, pastore, come è andata oggi?
-È andata benone. Sono stato al piano; una bellissima giornata, un sole che scottava!
-Sì eh? Ci ho gusto (e intanto si morse un labbro). E domani dove vai?
-Domani torno al piano. Con questo bel tempo, matto sarei a mutare.
-Sì? bravo! Addio. –

Ma il pastore, invece d’andare al piano, va al monte, e Marzo giù acqua e vento e grandine al piano; un vero castigo di Dio. La sera trova il pastore:

-O pastore, buona sera; e oggi come è andata?
-Benone. Sai? sono andato al monte, e c’ è stata una stagione d’incanto. Che cielo! Che sole!
-Proprio ne godo, bravo pastore; e domani dove vai?
-E domani vado al piano; mi par di vedere certi nuvoloni su dietro l’alpe…. Non mi voglio allontanare da casa.
-Fai bene, ti consiglierei anch’io. –

Insomma, per farla corta, il pastore gli disse sempre all’incontrario e Marzo non ce lo potè mai! Siamo alla fin del mese.

L’ultimo giorno disse Marzo al pastore: – Embe’, pastore, come va?
Va bene; ormai è finito Marzo, e sono a cavallo! Non c’è più paura, e posso cominciare a dormire fra due guanciali.
-Dici bene. E domani dove vai?

-Domani andrò al piano; faccio più presto, ed è più comodo.
-Bravo! Addio. –

Allora Marzo, in fretta e furia, va da Aprile, e gli racconta la cosa, – e ora avrei bisogno che tu mi prestassi almeno un giorno. – Aprile senza farsi tanto pregare, gli presta un giorno. Eccoti che viene la mattina dopo, e il pastore cava le pecore e, cucciolo cucciolo, va al piano come aveva detto, credendo oramai nell’essere Aprile, che non ci fosse più da stare in pensiero. Ma quando è là a una cert’ora che tutto il gregge delle pecore era sparso per il prato, comincia una ventipiova da fare spavento, acqua a ciel rotto, vento e neve e grandine; una tempesta che il pastore ebbe da fare e da dire a riportar dentro le pecore. La sera Marzo va a trovare il pastore che era là vicino al fuoco senza parole e tutto malinconioco, e gli dice:

O pastore, buona sera!
-Buona sera, Marzo.
-Oggi com’è andata? 
-Ah, Marzo mio, sta zitto; sta zitto per carità! oggi è stata proprio nera. Peggio di così neanche a metà gennaio! Le ha fatte tutte e sette; si sono scatenati per aria tutti i diavoli dell’inferno. Oggi solamente ne ho avuto per tutto l’anno. Povere le mie pecore! Povere le mie pecore!-

E per quello si dice che Marzo ha trentun giorni, perché ne prese in prestito uno da Aprile.


Fonti: Wikipedia e un racconto di Michele Grassi del 2015

Editing: Paola Giaccio
Copyright: Altosannio Magazine

 

2 Commenti

  1. Meglio sarebbe che tra marzo e il pastore quest’anno non ci sia dialogo.. eh già, perché sia al piano che al monte sarà festa… E i prodotti del” buon” pastore saranno un po’ la nostra consolazione …BUONA PASQUA A TUTTI.

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